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Aarhus, non finisce qui

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Arte

Aarhus, non finisce qui

  • –Marco Sammicheli

L’eredità di un grande evento è spesso quantificata da valori immateriali e buone pratiche come la costruzione di reti e il grado di partecipazione e coinvolgimento di una comunità durante quel tipo di progetto. La storia recente di olimpiadi ed esposizioni universali ci ha insegnato che infrastrutture e monumenti solo in minima parte contribuiscono a consolidare un processo d’identificazione e a favorire la propagazione di un’esperienza cruciale. Un grande evento è tale se è capace di trasformare l’entusiasmo e l’efficienza del momento in organizzazione, senso di appartenenza e gestione a lungo termine di quello che è stato un investimento politico e sociale. Aarhus, capitale economica e principale porto della Danimarca, è il centro nevralgico della regione settentrionale dello Jutland. Con il volgere dell’anno concluderà il suo mandato di Capitale europea della Cultura che ha condiviso con la cittadina cipriota di Pafo.

A meno di un mese dal termine il calendario di attività che proseguiranno nel 2018 è tanto ricco quanto quello dei mesi appena trascorsi e soprattutto scommette su come la città sia ora percepita dopo la designazione dell’Unione Europea. Trine Holm Thomsen, direttrice dell’Aarhus Theatre, eccellenza cittadina e nazionale, ne è sicura e a proposito del motto che ha guidato la campagna di comunicazione - Let’s rethink (Ripensiamoci) - dice che «è stato un modo di vedere le cose, un positivo calcio nel sedere». La città dell’industria petrolchimica e meccanica, della cantieristica navale, lo snodo distributivo della filiera agricola danese è oggi una città che si apre alle sperimentazioni dei linguaggi contemporanei e lo fa a partire da una fitta rete di installazioni e interventi che rimarranno per continuare a generare coesione, inclusione, curiosità e storie. Per esempio l’artista scozzese Nathan Coley ha costruito un’insegna luminosa che recita la frase The same for everyone, una sentenza riportata su un vecchio cartello che l’artista ha scoperto durante una passeggiata nella campagna danese.

Il cartello da un anno è in viaggio per la regione e ogni volta viene posizionato dall’artista in luoghi la cui storia entra in corto circuito con il significato della frase. Questa semplice azione scatena una nuova percezione del contesto da parte della comunità che lo abita così come da parte di coloro che per la prima volta lo visitano. Una storia simile è quella dell’installazione My Playground, un parco giochi modulare ricco di trovate per esercitare il corpo e l’uso dei cinque sensi, che dopo aver girato per quattro differenti località dell’area metropolitana di Aarhus sta per diventare un’attrazione permanente in un parco alla periferia della città. La scala dell’arredo urbano sembra essere una delle cifre vincenti di questa politica tesa a prolungare l’esperienza dell’evento europeo. Un’infrastruttura di servizio e un luogo di aggregazione possono invertire le sorti di porzioni di città ed essere occasioni di rammendo urbano. Tant’è che i fratelli francesi Ronan e Erwan Bouroullec hanno realizzato Oui, una serie di sedute da esterni fatte di elementi circolari montati attorno ad alcuni alberi del parco della Kunsthal di Aarhus. Hanno la funzione di panche, di luoghi di incontro e contemplazione della natura circostante. L’installazione è stata coprodotta da Kvadrat, già partner dei designer d’oltralpe in diverse occasioni.

Kvadrat è un’azienda di tessuti e nuovi materiali derivati che non lontano da Aarhus ha il suo quartier generale. Nel parco della fabbrica sono installate alcune opere di Olafur Eliasson mentre in occasione della capitale europea della cultura l’azienda ha commissionato una nuova installazione permanente visibile al pubblico. Si tratta di un piccolo edificio metallico di colore rosso, una casa dal tetto rovesciato il cui interno è inaccessibile.

L’opera House è dell’artista svizzero Roman Signer e nasce per apparire da lontano come una rovina e da vicino come un grande raccoglitore di acqua piovana. Signer è un artista che nei suoi lavori «porta sempre un elemento di ironia e umanità» dice Anders Byriel, ceo di Kvadrat e membro del board di Aarhus 2017. Il rapporto tra il singolo e la comunità è centrale anche nella riflessione di Ulla von Brandeburg, l’artista tedesca che fino al prossimo febbraio porta in scena a Aarhus It Has a Golden Sun and an Elderly Grey Moon, una mostra con film, performance e concerti dove una coreografia animata da danzatori e tende in tessuti colorati pone l’accento sulle influenze che l’immaginario collettivo esercita sulla società. Lo fa combinando teatro, tradizioni del folclore locale e architetture iconiche.

Qui però il movimento del singolo che incontra la collettività non è solo la volontà di un’artista o l’augurio di un evento. In Danimarca è soprattutto uno stile di vita, uno spirito che Aarhus 2017 ha riscoperto a partire da una pratica tanto quotidiana quanto trasversale per target, democratica per censo e distintiva di un popolo. Un esempio è l’andare in bicicletta. Culture by bike: ticket to ride è un circuito permanente di oltre 450 chilometri per immergersi nel paesaggio e nella cultura di un territorio così come nei suoi costumi. È obbligatorio indossare il casco e munirsi di un set di luci per farsi identificare nel traffico. I danesi amano le regole e apprezzano che anche il visitatore le rispetti.

Un network gratuito di mappe digitali è scaricabile su smart phone e le possibilità dei tour in bicicletta includono siti archeologici e bellezze naturalistiche passando per quartieri residenziali e centri commerciali, come a dire che la vita di una comunità scorre ovunque, senza gerarchie, tra le rovine di un villaggio e fra le casse di un supermercato. Aarhus punta a diventare una meta culturale nel panorama europeo e internazionale e vuole farlo ripercorrendo le virtuose esperienze di Glasgow 1990, Lille 2004, Liverpool 2008 e Marsiglia 2013, tutte accomunate da una politica d’investimenti i cui benefici si sono irrobustiti nel tempo. «La cultura sottolinea differenze e somiglianze, la cultura unisce e provoca proprio per il suo potere catalizzatore di cambiamento e sviluppo», dice a La Domenica Mette Bock, Ministro della Cultura. «Aarhus 2017 è stata possibile grazie alla cooperazione e al coinvolgimento attivo di un’intera città e per questo c’è ancora tanto da fare per i prossimi anni a venire».

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