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Bembo, tra quadri e belle donne

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Bembo, tra quadri e belle donne

I tesori dei bembo. Bernardo Bembo e suo figlio Pietro furono grandi collezionisti. A Bernardo appartennero, ad esempio, il «Ritratto di Ginevra de’ Benci» di Leonardo da Vinci e il «Ritratto d’uomo con una moneta romana» del  1473. Pietro Bembo commissionò a Tiziano il suo ritratto in veste da cardinale
I tesori dei bembo. Bernardo Bembo e suo figlio Pietro furono grandi collezionisti. A Bernardo appartennero, ad esempio, il «Ritratto di Ginevra de’ Benci» di Leonardo da Vinci e il «Ritratto d’uomo con una moneta romana» del 1473. Pietro Bembo commissionò a Tiziano il suo ritratto in veste da cardinale

C’è una bellissima storia d’amore e di poesia, di ritratti e di messaggi segreti, che si dipana fra Quattro e Cinquecento tra Venezia e Firenze, e vede coinvolti Bernardo Bembo (il padre di Pietro), il giovane Leonardo da Vinci, i poeti del circolo di Lorenzo il Magnifico e i filosofi che, come Marsilio Ficino, riscoprivano i testi della tradizione platonica per costruire un linguaggio, nuovo e antico insieme, con cui parlare di amore e di bellezza. Al centro c’è una enigmatica figura femminile, Ginevra de’ Benci. A lei è dedicato un piccolo ritratto dipinto da Leonardo, ora conservato alla National Gallery di Washington. Il volto di Ginevra, pallido e come irrigidito in una malinconica lontananza, è circondato da folte e scure fronde di ginepro: un segnale del suo nome, per chi possiede la chiave del ritratto. Ancor più segreto è il messaggio consegnato al retro della tavola: un ramo di ginepro è al centro di una corona formata da un ramo di alloro e uno di palma, intrecciati a un’iscrizione latina (virtutem forma decorat) che esalta l’unione di bellezza e di virtù. Ci troviamo di fronte a un’impresa, un prodotto misto di parole e di immagini che rende omaggio a Ginevra proponendo anche un modello universale. Ma la storia si complica: si è scoperto che la più antica versione del motto era virtus et honor e rinviava all’impresa di Bernardo Bembo. Ecco così affiorare, nascosta nelle pieghe del ritratto, la storia d’amore che legò la bella Ginevra a Bernardo Bembo, mandato a Firenze come ambasciatore di Venezia fra il 1475 eil 1476, e poi ancora fra il 1478 e il 1480. Erano entrambi sposati, per cui il loro amore, ci dicono i poeti del circolo di Lorenzo che lo cantano e lo esaltano, non può essere che puro e casto. Il ricordo di quella stagione rimarrà vivo nel cuore di Bernardo. Tornato a Venezia, leggerà e rileggerà l’elegante manoscritto che Ficino gli ha regalato e che comprende il suo commento al Convivio platonico; vi metterà alcune sobrie annotazioni, fra cui una in cui ricorda Ginevra de’ Benci, «la più bella delle donne».

Bernardo, prima che a Firenze, era stato ambasciatore in Borgogna, alla corte di Carlo il Temerario, ed era stato affascinato dalla pittura fiamminga. Sappiamo che comprò dei quadri di Hans Memling e che li portò poi a Venezia, come parte preziosa della sua collezione. E proprio per il ritratto leonardesco di Ginevra si è parlato di un’influenza dei pittori del Nord. A sua volta Pietro, legato al padre da una profonda complicità, lo aveva seguito, ancora bambino, a Firenze e quando scrive gli Asolani, il dialogo sull’amore pubblicato da Aldo Manuzio nel 1505, non ha certo dimenticato le dottrine di Ficino e forse ha anche in mente il modello dell’enigmatico ritratto doppio che Leonardo ha dipinto per Ginevra.

Si è studiato a lungo Pietro Bembo, e ancora lo si studia, come il poeta, e il teorico della lingua letteraria, che ha condizionato per secoli la nostra tradizione, come il filologo, l’umanista, il geniale collaboratore di Aldo Manuzio che capisce fin da subito le nuove possibilità offerte dal libro a stampa. Ma accanto al letterato e al cardinale negli studi più recenti si va delineando anche l’immagine del raffinato collezionista, si va finalmente facendo strada l’idea che Bembo ci introduce in un mondo in cui letteratura, filosofia e arti erano strettamente legate. Importanti contributi sono venuti in questa direzione dalla mostra padovana del 2013 Pietro Bembo e l’invenzione del Rinascimento e su questa linea si colloca anche il libro recentemente edito da Yale University Press.

L’autrice, Susan Nalezyty, ricostruisce minuziosamente la ricca collezione di Bembo, raccogliendo le diverse testimonianze disponibili: il suo amplissimo epistolario in primo luogo, ma anche le descrizioni, le relazioni dei visitatori , e poi gli scritti dei compratori, visto che, come spesso succede, gli eredi disperdono quel patrimonio che Bembo (e prima di lui suo padre) aveva messo insieme con tanto impegno e tanto amore. Molta attenzione è rivolta alla funzione sociale che la collezione svolge: è luogo dove si affollano i visitatori, spazio ideale in cui si afferma la competenza del padrone di casa, occasione di dialogo, prova vivente di quella capacità di far rivivere l’antico che è alla base del gusto classico. Scambi sociali, economici, amorosi si creano intorno alla collezione. Bembo, i suoi amici, le donne che ama e che corteggia, si scambiano oggetti, oppure li rincorrono invano; è in piena azione, scrive l’autrice riprendendo Marcel Mauss, una economia del dono, una economy of obligation.

La collezione era quanto mai ricca e varia. Pitture e sculture antiche e moderne (con una forte presenza di ritratti) convivevano con reperti antichi, con gemme, medaglie e monete, epigrafi, iscrizioni anche arabe e egiziane, e ancora strumenti scientifici e astronomici, e carte geografiche.

Immagine socialmente spendibile della cultura, del gusto, della grandezza di chi l’ha via via costruita, la collezione è per Bembo fonte di un piacere non solo estetico, ma anche fortemente sensuale. La ridispone via via a Padova, nel palazzo di città e nella villa di campagna, e a Roma, in modo che i libri e gli oggetti che ama lo accompagnino nei suoi spostamenti. Non vuole trovare, per così dire, i suoi luoghi vuoti e impreparati ad accoglierlo. Predisponi la biblioteca con le statuette e gli altri ornamenti, scrive al segretario nell’aprile del 1525, quando sta per tornare da Roma nella villa di famiglia, così che quando arrivo possa goderne. E il 23 agosto 1542, quando è ormai un anziano cardinale, si dice impaziente di ricevere a Roma «quel bussolo damaschino dove stanno le medaglie d’oro» così da poterle toccare, godere di questa sua “sensualità”. E capiamo allora molto bene perché il suo amico Giovanni Della Casa diceva, nell’elogio funebre, che Bembo era innamorato delle antichità, come lo era delle donne.

L’autrice ricorda nella introduzione la sua esperienza di lavoro in un museo che l’ha resa particolarmente sensibile a come si impacchettano, si spediscono, si dispongono gli oggetti d’arte. È infatti attenta a quanto i documenti ci dicono su questi aspetti della collezione di Bembo. Così come è attenta a ricostruire il mondo di consiglieri, collezionisti, letterati, antiquari e, naturalmente, falsari che si muovevano intorno alla pratica crescente delle collezioni.

Godere delle opere d’arte, discuterne con gli amici, trarne spunto per la scrittura, interagire con gli artisti: è un mondo che questo libro ci aiuta a ricostruire. Mi sembra allora giusto ricordare il luogo dove l’ho visto e l’ho letto: Villa ai Tatti, la villa che Bernard Berenson lasciò all’università di Harvard, con la sua biblioteca e la sua collezione, perché diventasse un luogo dove studiosi del Rinascimento potessero condurre in libertà le loro ricerche.

Susan Nalezyty,
Pietro Bembo and the Intellectual Pleasures of a Renaissance Writer and Art Collector
Yale University Press, New Haven–London, pagg. 277, $ 85

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