Domenica

Canta, o Musa, con molta passione

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Musica

Canta, o Musa, con molta passione

  • –Piero Boitani

«Canta, o dea, l’ira di Achille figlio di Peleo, / rovinosa». È il primo verso della nostra letteratura. All’inizio dell’Iliade, una divinità femminile non meglio specificata viene subito legata a un tema, che è anche una passione: l’irrefrenabile menis di Achille contro il sopruso del capo supremo Agamennone, il quale gli porta via la schiava preferita. Achille si ritira dal combattimento, e i Greci cominciano a perdere. Poi, il troiano Ettore uccide in duello l’amico strettissimo di Achille, Patroclo. Allora, dimentico della propria ira, Achille ritorna nella battaglia. È preda, ora, di una furia sconfinata, cosmica (ancora menis, ma adesso «selvaggia»): combatte contro la natura e gli uomini, ammazza senza pietà, insegue sfida batte Ettore: a lui morente, che lo implora di restituire il suo corpo ai genitori, dice che se gli bastassero l’animo e la rabbia (sempre menis), lo sbranerebbe e lo divorerebbe crudo lui stesso. L’Iliade è il poema dell’Io collerico, e la dea cui il poeta chiede l’ispirazione deve spirare fuoco.

Da dove proviene quest’ira oscura, ostinata, distruttiva? Come fa la Musa a cantarne? Due libri eccellenti, I colori dell’anima di Giulio Guidorizzi e À l’écoute des Muses en Grèce archaïque di Camille Semenzato, cominciano a spiegarcelo, con passione (vedi caso) diversa, ma egualmente intensa. I colori dell’anima esamina la letteratura greca da Omero ai tragici, puntando alle passioni epiche, a quelle tragiche, al mito, e alla «passione delle passioni»: contiene brani e appendici di forza fuori del comune sulle passioni famigliari e quelle femminili, sui desideri segreti di Penteo, su Edipo e la passione di conoscere, sul corteggiare la morte che è la passione di Antigone, sulla follia, su Lucrezio, sull’androgino di Platone, e infine sul contrasto tra la violenza delle passioni (la «belva», diceva Saffo dell’amore) dei poeti e dell’Anonimo del Sublime, da una parte, e il distacco razionale raccomandato da tutti i filosofi, dall’altra. À l’écoute des Muses è dominato dalla musica (l’arte appunto delle Muse) e nei suoi «movimenti» si ferma a lungo su Iliade, Odissea, Inni omerici ed Esiodo. Vira poi sull’«attualizzazione delle Muse» nella lirica arcaica; dedica tre spettacolose sezioni a Pindaro, Bacchilide, Parmenide ed Empedocle; plana infine sulla «confusione» che, quanto al rapporto tra cantore e Muse, sostituisce, nella lirica al termine dell’età arcaica, la «fusione» dell’inizio.

All’inizio c’è l’esaltazione, la passione, la follia: un’opera di poesia è davvero bella, sostiene Democrito, se composta con enthusiasmós e hierón pnéuma, «spirito sacro». Platone parla di invasamento e mania provenienti dalle Muse: «Impossessatesi di un’anima tenera e pura, la destano e la traggono fuori di sé nella ispirazione bacchica in canti e altre poesie». Cicerone specificherà: «Infiammazione dell’animo» e «afflato di furore». Dal Fedro, Platone ritorna sul tema nello Ione e fissa il tutto in un’immagine splendida: il poeta è attratto come fosse da un magnete, la Musa. Essa forma gli ispirati. Che sono come baccanti: appena colgono un’armonia e un ritmo, si danno alla danza. Dalle fonti di miele che scorrono dalle valli selvose delle Muse, «portano a noi come api i loro canti, così, come api, a volo». Il poeta è infatti un essere leggero, alato, sacro, che non sa poetare se prima non sia stato ispirato dal dio, «se prima non sia uscito di senno, e più non abbia in sé intelletto». Ed ecco infine, sei secoli più tardi, l’Anonimo del Sublime: per lui, la seconda delle fonti più autentiche del linguaggio sublime è «una passione violenta e ispirata».

Insomma, ci manca poco a stabilire un’equazione tra Muse e passioni, o a sostenere che le prime sono ipostasi delle seconde. Come farebbe, altrimenti, Pindaro ad aprire la Prima Pitica con l’immagine fulminante della cetra d’oro, la musica che possiede il cantore ed è posseduta da Apollo e dalle Muse? Un bagliore che tutto avvolge si sparge da qui sull’intera composizione, e subito riverbera come un lampo nel proprio stesso fulgore, che spenge persino «l’acuminata folgore / di eterno fuoco», prerogativa somma del dio più grande. La cetra, cui i poeti non possono che obbedire, dà inizio alla danza: e con la sua musica addormenta l’aquila sullo scettro di Zeus, placando Ares, dio della guerra, e ammaliando tutti i numi. Ed Empedocle, come potrebbe invocare la Musa Calliopea che ha visitato «le umane prove del pensiero» a essere presente ora, mentre egli espone un ragionamento sugli dèi e il tema degli elementi non generati, il fuoco e l’acqua e la terra e l’immenso culmine dell’aria, e «l’astio rovinoso e la concordia conciliatrice»? Empedocle è un amante della sapienza, un «filo-sofo» naturale, e chiede agli dèi di stornare dalla sua lingua «follia di argomenti»: ma ha la passione della conoscenza, come Ulisse ed Edipo – come tutti gli uomini, che, dice Aristotele, «per natura desiderano sapere». Come il collega Parmenide, il quale inaugura il suo Poema sulla Natura con l’immagine delle cavalle che lo conducono «fin dove l’animo giunge» dopo averlo avviato sulla strada «ricca di canti, / divina, che porta l’uomo sapiente per tutte le cose che siano». Condotto sul carro, Parmenide giunge in presenza di una Dea che è forse una Musa, o forse Dike, la Giustizia. Intraprende la via della verità, proclama che solo l’essere è, mentre il non-essere non è, e attende di ricevere istruzione completa sui meccanismi del cosmo: «Tu saprai», gli viene detto, «la natura dell’etere e tutti nell’etere / i segni, della pura luce del sole splendente saprai / l’opere ignote, da dove abbiano tratto origine...».

Passione delle passioni! Anche la filosofia e la scienza hanno la loro Musa. Certo, sono diverse da quelle di un Filottete, di un’Antigone, di un Edipo. Chissà cosa ne avrebbe pensato il loro autore, Sofocle, il quale ha pur composto, pare, un dramma dedicato alle Muse? A cosa avrebbe fatto risalire l’ispirazione che gli dettò il discorso del Messaggero al termine dell’Edipo a Colono? Per Edipo, scrive Guidorizzi, «il tempo è finito, la sua storia si è chiusa quando egli ha scoperto la verità sulle sue origini. Ciò che lo attende è piuttosto il passaggio dal non tempo del mendicante al tempo senza tempo della morte, l’infinito sulle cui soglie l’Edipo a Colono lo mostra, seguendone l’ingresso nell’eternità buia della morte e il processo di eroicizzazione».

La prossimità di Muse e passioni ha un seguito eclatante: non solo nel commento di Marsilio Ficino ai dialoghi platonici che traduce, e non solo nelle Genealogie deorum gentilium, dove Boccaccio parla del fervor all’origine della poesia, ma addirittura in Dante. Il quale non si limita a invocare le Muse all’inizio dell’Inferno e del Purgatorio, o nel momento in cui deve trovare le «rime aspre e chiocce» per descrivere Cocito ghiacciato, ma dinanzi alla prova poetica suprema, quella del Paradiso, chiede l’aiuto di Apollo in persona con parole infiammate: «Entra nel petto mio, e spira tue / sì come quando Marsia traesti / de la vagina de le membra sue». Nel mito, sfidato da Marsia a un duello musicale, Apollo scuoiò vivo il povero satiro con un’ira a paragone della quale quella di Achille è mero astio. Proprio quella furia è ciò di cui Dante ha bisogno ora per l’«aringo», la lotta finale con l’inarticolato: cantare di Dio. Un uomo, Dante, se mai ve ne fu uno, di intense passioni, e creatore di una gamma di personaggi a dir poco appassionati. Che per sé però, all’altezza del Paradiso, riserva il paragone con David, il «cantor de lo Spirito Santo»: David, che danzò nudo dinanzi all’Arca dell’Alleanza, appare uomo passionale, ed è il prototipo biblico del poeta posseduto dall’estasi divina.

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Camille Semenzato, À l’écoute des Muses en Grèce archaïque: La question de l’inspiration dans la poésie grecque à l’aube de notre civilisation , Berlin-Boston, De Gruyter,
pagg. 395, € 109,95

Giulio Guidorizzi, I colori dell’anima: i Greci
e le passioni , Milano, Raffaello Cortina,
pagg. 189, € 19