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Addio a Francesco Leonetti, voce inconfondibile

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letteratura

Addio a Francesco Leonetti, voce inconfondibile

Da sinistra: Pier Paolo Pasolini, Francesco Leonetti, Roberto Roversi e Paolo Volponi
Da sinistra: Pier Paolo Pasolini, Francesco Leonetti, Roberto Roversi e Paolo Volponi

Si è spento nella notte fra sabato e domenica, nella casa di riposo milanese dove aveva trascorso gli ultimi anni, Francesco Leonetti; aveva 93 anni. Nato a Cosenza nel 1924, dopo la guerra (che lo vide al fronte, sul Liri, e gli lasciò l'udito devastato dallo shell-shock) si trasferì a Bologna, dove iniziò la sua tumultuosa esistenza di scrittore (aveva esordito poeta diciottenne, con Sopra una perduta estate che gli aveva pubblicato Roberto Roversi) e di inesauribile organizzatore di cultura e battaglia politica, soprattutto instancabile promotore di riviste – questo glorioso feticcio intellettuale del Novecento. Infine si trasferì a Milano, dove a lungo ha insegnato Estetica a Brera.

Le riviste, sì. «Officina», fra il '55 e il '59, la prima e decisiva: un laboratorio – come dice il nome della testata, ispirato alla lezione di Roberto Longhi – decisivo per tutta la cultura letteraria della seconda metà del secolo. C'è una fotografia che circola in rete in queste ore, con Leonetti – sorriso smagliante e cravatta a farfalla, le braccia conserte – tra Pier Paolo Pasolini, Roversi (il meno sorridente, nonché l'unico senza cravatta) e il più giovane Paolo Volponi. Colla scomparsa di Gianni Scalia, alla fine dell'anno scorso, Leonetti era rimasto l'ultimo superstite di quella mitica redazione (in cui figuravano anche Franco Fortini e Angelo Romanò). Dopo «Officina» sarà il tempo di una rivista che in realtà non vide mai la luce: un ambizioso progetto internazionale dal nome «Gulliver», che negli anni Sessanta avrebbe dovuto appoggiarsi al «Menabò» di Vittorini e Calvino e al quale avrebbero dovuto partecipare personaggi come Blanchot e Barthes, Enzensberger, Grass e Ingeborg Bachmann. Non se ne fece quasi nulla, ma l'eco di quel progetto riverbera nell'opera di diversi di quei protagonisti, e Leonetti ne parlerà sempre come di una grande occasione mancata (i materiali preparatori sono stati pubblicati, nel 2003, su un numero di «Riga» curato da Anna Panicali). Col sommovimento del Sessantotto sarà la volta di «Che fare», al fianco fra gli altri di Arnaldo Pomodoro (con l'artista Leonetti stringerà uno dei sodalizi più intensi e duraturi); poi, dal '79 all'88, la grande avventura della prima «Alfabeta» (di nuovo con Volponi – col quale pubblicherà nel '95, da Einaudi, un libro di dialoghi dal giocoso titolo machiavelliano, Il leone e la volpe – e poi Nanni Balestrini e Maria Corti, Gianni Sassi, Antonio Porta, Umberto Eco e tanti altri); infine, dal '90, «Campo» (di nuovo, fra gli altri, con Pomodoro).

Di Leonetti una volta Maria Corti ha ricordato l'imperversare incontenibile (sino a farsi, com'è facile immaginare, non meno che esasperante), appunto alle affollatissime riunioni di redazione di «Alfabeta»: «con quei suoi grandi occhi tondi ci fissava, parlava più di tutti e gli piaceva provocare accesi dibattiti fra noi». Ecco, la voce di Leonetti: nessuno che l'abbia ascoltata la può dimenticare. Non a caso darà alla propria bellissima autobiografia (pubblicata da DeriveApprodi nel 2001) il titolo La voce del corvo – ricordando forse l'episodio in assoluto più memorabile del suo lunghissimo percorso: quando prestò la sua voce gracchiante, calabro-emiliana, dalle vocali strascicate sino all'inverosimile, appunto al corvo-grillo parlante che accompagna Totò e Ninetto Davoli in Uccellacci e uccellini, girato da Pasolini nel '66 (e recitò in altri suoi film, Leonetti: nel Vangelo secondo Matteo, in Edipo Re, nei Racconti di Canterbury).

Ma una «voce» inconfondibile è, altresì, quella del Leonetti scrittore: «uno sperimentatore tra i più precoci e agguerriti del secondo Novecento», lo ha definito Clelia Martignoni. Il suo primo “romanzo”, fra molte virgolette, glielo pubblicò nel '56 Vittorini nella collana einaudiana dei «Gettoni», col titolo Fumo, fuoco e dispetto. Virgolette d'obbligo: nel testo erano cuciti, con sussultorio filo autobiografico, ben trenta brevi libelli filosofico-sociali che Leonetti era andato scrivendo in quegli anni: e questa linfa di pensiero, e di polemica, resterà sempre il collante della sua prosa. Come ha scritto Guido Guglielmi, «tutto quello che utilizza Leonetti lo rinomina, lo traduce in una propria lingua mentale», in una costante carica espressionistica «sempre sotto il segno dell'antigrazioso» (Guglielmi paragonava il peculiare “tono” di Leonetti a quello del grandissimo Clemente Rebora: il poeta che, dalla guerra precedente, era tornato col suo medesimo trauma; altro paragone spesso evocato è quello colla poesia filosofica, aspramente materialistica, del conterraneo Tommaso Campanella).

Di una delle sue ultime raccolte di versi, La freccia pubblicata da Piero Manni nel 2001, aveva scritto lo stesso Leonetti nel risvolto: «il libro è simile, ahimè, ad una “freccia del Parto” quando è sconfitto o morente, voltandosi all'improvviso, nella leggenda…». Per aggiungere «e però il movimento di base è ora ricominciato nel nostro mondo», e perplesso concludere: «(Poi tutto s'imbroglia?)». Ecco: questa doppia correzione in clausola, e questo punto interrogativo finale, esprimono bene la sua anima sintattica, il suo temperamento cogitante, mai pago delle proprie stesse conclusioni. Era rimasto l'ultimo intellettuale organico del Novecento: quando da decenni, ormai, non era rimasto più niente cui essere organici. Di questa contraddizione era ben consapevole; e tale condizione paradossale ha espresso con una risolutezza amara, uno stoicismo, un'allegria feroce che gli si possono solo invidiare.

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