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Il giovane Medici infilzato dai Pazzi

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Storia

Il giovane Medici infilzato dai Pazzi

Coraggioso  e aitante. Sandro Botticelli, «Giuliano de’ Medici», 1478 - 1480, National Gallery of Art  di Washington.
Coraggioso e aitante. Sandro Botticelli, «Giuliano de’ Medici», 1478 - 1480, National Gallery of Art di Washington.

Alla fine, ha naturalmente vinto lui. Il bel Giuliano, chi sennò? E se l’è pure meritato. Ben saldo in sella, coraggioso, con quel suo fisico aitante, il più giovane dei due Medici sembra avere il mondo in mano. Per una volta, è riuscito a rubare la scena al fratello Lorenzo – più anziano, più esperto, più colto, sempre tutto “più”. Il 29 gennaio 1475 è stato il suo gran giorno. La vittoria nel torneo – splendidi cavalli in lizza, cavalieri provetti sul terreno e donne eleganti tra il pubblico – la dedica alla “sua” Simonetta. Tutti lo sanno e tutti ne parlano a Firenze. E poco importa che lei sia maritata a Marco Vespucci. Simonetta è la più bella della città, ed è la dama di Giuliano. Amore platonico? “Candida è ella, e candida la vesta”. Nei versi celebrativi di Angelo Poliziano, Simonetta Vespucci è tutta venustà e virtù. Che le malelingue spettegolino pure, intanto Giuliano assapora il proprio trionfo. A sera, sulla piazza di Santa Croce, restano a terra manciate e manciate di perle. Sono quelle, preziosissime, cucite sulle vesti del vincitore. La mischia le ha fatte cadere, strappate, lacerate. I Medici non si chinano a raccogliere perle. Che qualcun altro le prenda, ne goda, ne favoleggi. Gli spettacoli pubblici servono soprattutto a questo: a rafforzare il mito dell’età d’oro di Firenze, sotto il controllo mediceo, discreto ma implacabile.

Cosa ha a che fare una giostra spensierata con la più celebre cospirazione del Rinascimento? Franco Cardini e Barbara Frale, che sulla congiura dei Pazzi hanno scritto un libro avvincente e documentato, non trascurano nessun dettaglio. Dietro all’uccisione di Giuliano de’ Medici e il ferimento del fratello Lorenzo, il 26 aprile 1478, ci sarà pure stata la politica. Ma la rabbia con cui Francesco Pazzi infierisce sul corpo del povero Giuliano nasconde forse un rancore di tipo diverso. Che sia una rivalità d’amore? Simonetta, che doveva saperlo meglio di chiunque altro, non può più rispondere. È morta il 26 aprile 1476, dopo appena un anno da quel torneo così festoso. Avete notato la coincidenza di date? Di aprile si ama e si muore. Bellezza e fortuna sfioriscono presto, e più diafana che mai è la buona sorte nel Quattrocento, gran secolo di splendori e tragedie. È anche possibile, suggeriscono i due storici, che lo sfoggio del 1475, perle comprese, sia stato fatale al bel Giuliano. L’invidia, si sa, ha il sonno leggero. Si risveglia per un nonnulla e, una volta desta, non ha pace fin che non trova sfogo.

Che i congiurati, e dietro di loro, un bel gruppo di potenze italiane, volessero far la festa a Lorenzo, padrone di fatto di Firenze ed energico scompigliatore della politica nazionale, lo si può ben comprendere. Da quando, appena ventenne, è subentrato al padre Piero, nel 1469, Lorenzo il Magnifico ha fatto capire a tutti d’esser un tipo spiccio. Le sorti della città le vuol decidere lui, a costo di relegare in secondo piano anche potenti famiglie di ex-alleati. I Pazzi, che a Firenze non si reputano secondi a nessuno, ricchi e immanicati come sono, non la mandano giù, questa eclisse. Si legano ad altri scontenti, e trovano un alleato naturale, scaltro e ambiziosissimo in Girolamo Riario, nipote di papa Sisto IV. Il Riario vuole uno Stato tutto per sé, e fa addirittura un pensierino su Firenze. E Lorenzo dove lo mettiamo? Anzi, come sistemiamo lui e suo fratello, visto che fare fuori uno solo dei due non offrirebbe sufficienti garanzie dinastiche? Se il fine è certo, rimane per un poco aperta la questi dei mezzi. Veleno o pugnale? E poi, dove? A casa delle vittime, per via, in piazza? Una serie di contrattempi fa perdere tempo prezioso ai sicari, così che alla fine, per non buttar via mesi di preparativi, la scelta cade ove non dovrebbe. In duomo, durante la messa, con l’arcivescovo di Pisa in persona in prima fila nel complotto. Per Giuliano non c’è nulla da fare: stramazza in un lago di sangue, dilaniato da diciannove ferite. Lorenzo, più abile, più fortunato, ancora una volta “più”, se la cava con un fendente di striscio al collo. Impugna la spada, avvolge il mantello a difesa sul braccio sinistro, si libera e si chiude in sacrestia protetto dai suoi. In poche ore, è chiaro che il colpo di mano è fallito. I Pazzi, l’arcivescovo Salviati, alcuni dei loro sono catturati, linciati, mutilati, impiccati. Lorenzo riprende il controllo della città, seppellisce il fratello, comincia la vendetta. Contro di lui si muovono l’esercito del re di Napoli e le truppe pontificie. Sisto IV lo scomunica e colpisce la città con l’interdetto. Il motivo ufficiale è l’impiccagione dell’arcivescovo ancora vestito dell’abito ecclesiastico. Quella ufficiosa, di ragione, si fa presto a immaginarla. Girolamo Riario ha pur il diritto di costruire in santa pace il suo potere. Un rivale sopravvissuto e pieno di rancore non è esattamente un pensiero rasserenante. Né per l’ambizioso conte Girolamo né per gli altri occulti sostenitori della congiura. Miracolosamente, Lorenzo riesce a condurre Firenze al di là del guado. Dopo due anni di guerra, di pestilenza e di scoramento, nel 1480, torna la pace, e una nuova stabilità politica. Cardini e Frale descrivono minuziosamente questo lungo incubo laurenziano. Chi pensa a un Rinascimento italiano tutto bellezza e spirito artistico, deve qui fare i conti con una realtà meno nobile ed eterea: «Cupo, sospettoso, chiuso in se stesso, il Lorenzo degli anni seguenti la congiura era diventato un uomo abissalmente diverso da quello che aveva trionfato nella memorabile giostra del 1469». Ah sì, della giostra del ´69 non vi abbiamo parlato. Non vorrete che li facciamo sempre montare a parata, questi poveri Medici? Di tornei ce n’è bastato uno. Né Giuliano né la bella Simonetta sono sopravvissuti a lungo al loro momento di esaltazione pubblica. Lorenzo, invece, governerà ancora fino al 1492. Magnificamente, felicemente, affannosamente. Le perle cadute, i Medici non le raccolgono mai. Costi quel che costi.

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