Domenica

Oltre i confini di Babele

Scienza e Filosofia

Oltre i confini di Babele

Manoscritto. La costruzione della Torre di Babele, dal  Libro delle Ore, British Library, Londra
Manoscritto. La costruzione della Torre di Babele, dal Libro delle Ore, British Library, Londra

È possibile ipotizzare e descrivere lingue materialmente impossibili? La risposta è intuitivamente sì, si pensi ad esempio che non potrebbero essere parlate lingue che prevedano l’impiego di suoni non producibili dall’apparato fonatorio umano. Ma a questo livello, la risposta è decisamente banale. Meno banale è chiedersi se vi sono elementi della sintassi, cioè dell’architettura formale delle lingue umane, e quindi della stessa facoltà di linguaggio esclusiva della nostra specie, che risultano incompatibili con le strutture neurofisiologiche che producono e analizzano il linguaggio umano. Se l’ambizione della linguistica generale almeno dai tempi del razionalismo seicentesco è di rintracciare le fattezze di una grammatica universale, cioè riconoscibile in tutte le lingue, obiettivo complementare è l’individuazione di grammatiche impossibili, perché contrarie a quei principi generali.

Tale prospettiva è stata resa ancor più ambiziosamente concreta dalle teorie elaborate a più riprese, e più volte riviste radicalmente, da Noam Chomsky. Fra i fatti più largamente noti delle sue speculazioni più recenti vi è l’idea che il linguaggio umano non sia frutto di un’evoluzione lineare e progressiva a partire da forme più semplici della comunicazione animale, bensì risulti da una specializzione relativamente rapida di strutture neurofisiologiche sviluppate esclusivamente dall’encefalo umano in una certa fase della sua evoluzione. Il linguaggio, come Atena nel mito, sorgerebbe già bell’e armato (di sintassi) dalla testa dell’homo.

È questo il punto di partenza del filone più robusto delle ricerche del neurolinguista pavese Andrea Moro, di cui è ora disponibile anche in italiano un’accattivante e densissima sintesi, rotante giusto attorno al problema delle lingue impossibili. Impossibile è, diciamolo subito, esporre per intero e con l’ampiezza che meriterebbero tutti i problemi affrontati in un testo pur breve, ma così ricco di spunti (e talora anche di obiettive, seppur acute, spericolatezze concettuali). S’impone una scelta.

La traduzione in una forma accessibile e non tecnica di una lunga serie di risultanze sperimentali rivela innanzitutto al pubblico dei non-neurolinguisti i notevoli livelli raggiunti dalle tecniche di neuroimaging e dalla chirurgia a paziente sveglio, che hanno portato a formulare ipotesi sbalorditive sulla relazione tra attività linguistica e attività delle reti neurali. Un posto centrale nel volume ha l’esperimento in cui si fa imparare a soggetti volontari lingue e frasi inventate prive di un carattere come la ricorsività sintattica, cioè la proprietà, comune a tutte le lingue, di riprodurre potenzialmente all’infinito talune strutture (è, per capirci, il fenomeno ben noto a tutti i conoscitori della canzone sul cane che morse il gatto che si mangiò il topo che al mercato mio padre comprò). Semplificando drasticamente alcuni aspetti dell’esperimento, si può dire che i soggetti in questione “imparano” le lingue o frasi sintatticamente impossibili servendosi di parti del cervello diverse da quelle normalmente adibite al linguaggio; laddove proponendo loro lingue altrettanto inventate o non riconducibili ad altre lingue a loro note, ma dotate di una sintassi ricorsiva, esse vengono trattate nello stesso modo delle lingue naturali.

Approfondire le conoscenze sulle basi neurofisiologiche del linguaggio significa ridurre – o meglio confinare più accuratamente, pur se non distruggere, come a volte il lettore di Moro potrebbe sospettare – i confini di quegli aspetti del linguaggio che possono considerarsi puramente culturali e storicamente determinati, non cioè insiti nella dotazione biologica della specie umana. Dimostrare solidamente che non tutto nelle lingue può essere ricondotto a convenzioni culturali, e individuare radici biologiche per alcuni fondamentali tratti, è dare sostanza scientifica a miti e intuizioni antiche. Ma è in realtà nella combinazione dei due aspetti che sembra schiudersi la via più promettente per spiegare la varietà delle lingue nello spazio e nel tempo: un problema verso il quale le armi della neurolinguistica, altrove efficacissime, paiono rivolgersi per ora con minore impegno.

Le radici del lògos si confermano affondate nella sintassi e in alcune sue proprietà universali, che ricerche come quelle di Moro promettono di ancorare (per ora ipoteticamente e fragilmente, ma con ottime prospettive di definizione) alla stessa struttura neurofisiologica del cervello.

Ma c’è di più. Se in effetti lo stile di questo e altri libri di Moro coniuga la serrata efficacia argomentativa e l’eleganza tipiche della sua formazione umanistica con i continui riferimenti a modelli d’interpretazione attinti alle scienze naturali – biologia e fisica in particolare – e a quelle matematiche, c’è un altro punto in cui apparenti divergenze epistemologiche si rivelano, alla prova dei fatti, motori di inattese convergenze.

Separando – in accordo con la pur controversa risolutezza chomskiana – la facoltà di linguaggio dal meccanismo dell’evoluzione, Moro finisce per far risaltare implicitamente il legame del linguaggio con la storia, cioè con il carattere tipicamente storico se non di quella facoltà, certo delle lingue che ne sono concreta espressione. La storia, fenomeno distinto dall’evoluzione biologica ma anche dalla cosiddetta evoluzione culturale, perché basata sulle ingenti informazioni veicolate dal linguaggio, si profila insomma come principale o meglio inseparabile prodotto del linguaggio stesso. Anche ammesso che il linguaggio nasca improvvisamente come specialità dell’area di Broca (la zona del lobo frontale sinistro del cervello principale responsabile dell’attività linguistica), esso aggiunge al meccanismo dell’evoluzione il ritmo forsennato, non lineare ed esclusivamente umano della storia: vicenda incessante – e impensabile senza il linguaggio – di cambiamento continuo in ogni aspetto della vita dell’uomo (e solo dell’uomo). Lo studio storico si rivela da questo punto di vista come branca o conseguenza – la più concreta e insieme la più universale possibile – dello studio del linguaggio. Non è questo, certo, l’orizzonte a cui pensa un Chomsky proiettato più verso le costanti universali del linguaggio che verso la sua incoercibile tendenza a muoversi nel tempo. Ma è certo anche questo l’orizzonte che schiudono alcune delle più efficaci – e sono molte – immagini e metafore rivisitate da Moro: l’apparentemente caotica variazione delle lingue che egli chiama effetto Babele, «potrebbe quindi rivelarsi un dono piuttosto che una maledizione».

© Riproduzione riservata