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Rottamatori delle stelle

Cinema

Rottamatori delle stelle

Nuova Jedi. Ray (Daisy Ridley)
Nuova Jedi. Ray (Daisy Ridley)

Nel buio universo de Gli ultimi Jedi, ottavo episodio di Star Wars, a brillare è soprattutto il politically correct: oltre alla Resistenza, coesa contro il Male e pericolosa nonostante la superiorità militare di Primo Ordine, la diversità, che permea ogni cosa. Si sparino bombe o missili o si incrocino alabarde di luce, il tutto avviene indifferentemente contro esseri pelosi con orecchie dalla lunghezza assortita, individui di latta dalla lucentezza o luminescenza variabile o la multietnia degli umani.

Il primo soldato a morire nella battaglia spaziale è infatti una giovane donna dai tratti asiatici, che passa idealmente il testimone della lotta alla sorella Rose (l’americana vietnamita Kelly Marie Tran), sodale dell’afroamericano Finn (John Boyega), individualista redento. Entrambi vengono ingannati (o forse no? Lo scopriremo nella prossima puntata?) dal latinoamericano Benicio del Toro, nei panni del delinquentello sibilante e baracconesco. Sui “caucasici” si abbonda, ma il più vistoso in termini tricologici e di carnagione è il rosso e pallido Hux (Domhnall Gleeson), capitano delle forze maligne, irriso dai resistenti, veri ossi duri in stile vietnamita.

Si fa un po’ fatica in questo intreccio corale a seguire una filiera singola perché ciascuno ha il proprio ombelico da coltivare. Ci sono i giovani rottamatori Daisy Ridley, Rey, nella vita passata raccoglitrice di ferraglie, orfana desiderosa di un riscatto collettivo e per questo potenziale erede degli Jedi; Adam Driver, che passa con agilità (e credibilità) dal ruolo del poeta Paterson di Jim Jarmusch al cattivone cicatrizzato Kylo Ren, ripresosi dalla batosta del precedente episodio, Il risveglio della Forza,e quanto mai desideroso di fare le scarpe al Leader Supremo Snoke (Andy Serkis); Oscar Isaac, Poe Dameron, pilota generoso quanto improvvido nel voler misurare il proprio vigore a discapito del Bene Comune.

Dall’altra parte i “vecchi”, da cui è tutto cominciato: Carrie Fisher - scomparsa il 27 dicembre di un anno fa e a cui è dedicato l’episodio -, la Principessa Leia, e Mark Hamill, Luke Skywalker. La coppia incanutita, non è cambiata solo nell’aspetto: Leia non è più la temeraria ragazza che strangolò Jabba the Hutt, ma piuttosto una raffreddata generalessa materna, consapevole, anche nei movimenti fisici, che la saggezza sta anche nel contenere lo slancio. Luke è un nichilista misantropo, che al massimo tollera la presenza di topolone cenerentolesche che rassettano lo scoglio nuragico in cui si è rifugiato, in barba a tutte le leggi di apertura e accoglienza jedi. Entrambi tentano di spegnere gli impeti talentuosi, ma acerbi, dei successori.

L’approccio della bella Rey - dall’acconciatura trilobata e il vestiario facilmente intercambiabile con il set de Il nome della Rosa - con Skywalker sembra quasi un servizio al Tg della sera dedicato alla politica. Rey chiede a Luke di insegnarle i principi della Forza. Lui si rifiuta e cammina sdegnoso sulle vette con lo stesso piglio di chi sta scendendo a valle; lei allora entra in contatto con le forze dell’opposizione, che la attraggono e la invitano a unirsi a loro.

Il regista Rian Johnson, che firma il format inventato quarant’anni fa da George Lucas, ha cambiato un po’ rotta rispetto al passato lasciando spaesata parte degli spettatori. Probabilmente era l’unico modo per “lavorare” una materia in odore di sacralità come è quella di Star Wars; forse anche tenendo conto che la Disney, proprietaria dei diritti, potrebbe non far morire la saga con il prossimo episodio, come inizialmente aveva pensato Lucas. Di sicuro la major pensa ai gadget, su cui profeticamente si era fiondato George Lucas nel 1977, cambiando i metodi di lancio e le strategie del profitto del mondo cinematografico. Dopo il successo di American Graffiti del 1973 il regista poté infatti rinegoziare il contratto con la 20th Century Fox e invece di prevedere per sé un compenso più alto si riservò i diritti sul merchandising, dalla colonna sonora, ai libri, ai giocattoli legati al film. Merende, manifesti, pupazzetti, tutto quello che era stato considerato fino ad allora una volgare appendice del film, divenne fonte di guadagno quanto e più dell’incasso stesso della pellicola.

Ma, nonostante il cambiamento di rotta, molto riporta ancora all’originario mondo di Guerre stellari: dalla vetusta e nostalgica grafica dei titoli di apertura, ai combattimenti (troppi) con esplosioni che fanno impallidire la festa di santa Rosalia a Palermo; ai metallici formiconi giganti spara proiettili; agli spostamenti di corpi che nemmeno Giucas Casella; alle apparizioni attesissime, come quella di Yoda; alla desacralizzazione della marzialità fantascientifica (quando Skywalker rigetta la spada che gli porge Rey come se fosse una cartaccia); alle battute che già profumano di mitologia (quando Leia commenta la sua leggendaria acconciatura in stile Tirolo); non ultimo il riferimento al casinò che riporta al primo episodio del 1977. Soprattutto, come ogni favola che si rispetti, emerge una morale: l’essere umano è per natura ambivalente e sta a noi riuscire a seguire la strada giusta. Vi è poi l’omaggio alla saggezza degli anziani, senza il sacrificio dei quali la Resistenza non si potrebbe continuare.

Ma il mondo è dei giovani, sembra suggerire Gli ultimi Jedi. Anzi, dei giovanissimi. E con la Disney alle calcagna, come potrebbe essere diversamente?

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