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Sentire il palcoscenico

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Cinema

Sentire il palcoscenico

Maestro. Woody Allen, classe 1935
Maestro. Woody Allen, classe 1935

Che Woody Allen sia uno dei grandi autori del nostro tempo, in grado di combinare un pensiero profondo e originale con una forma elegante, è ormai un assioma: per questo stupisce che la critica, anche la più teoricamente agguerrita, fuorviata forse dall’apparente semplicità interpretativa, sia rimasta con poche eccezioni sulle soglie del suo tormentato universo. Ha giocato a sfavore l’equivoco iniziale quando la visione amara del moderno dei primi film (Prendi i soldi, Bananas, Tutto quello, Il dormiglione), appena nascosta nelle pieghe della slapstick comedy e destinata a divenire nel tempo una costante irriducibile, fu confusa con la manifestazione di ideali ribelli e libertini. Di fatto oggi nell’immensa bibliografia alleniana sono molto più numerose le biografie, le collazioni di interviste, le aggiornate opere illustrative, di quanto non siano le accurate analisi o i meditati approfondimenti.

Tra i giornalisti e gli specialisti anglosassoni più appassionati e competenti un posto a parte spetta all’americano Eric Lax, biografo meticoloso oltre che conoscitore profondo del regista. Ammesso da più di quattro decadi nelle ristretta cerchia degli amici, Lax appartiene - lo si intuisce facilmente - a quel genere di cultori che dall’assidua frequentazione del maestro intendono ricavare un personale spicchio di aura. Ma non per questo è un agiografo. A Lax che lo sollecitava da tempo Allen, poco propenso a presenze estranee sul set, ha concesso di seguire da vicino l’intero processo creativo di Irrational Man (2015) - un thriller metafisico, ingiustamente sottovalutato. Ne sono nate più di quattrocento pagine, ben tradotte da Violetta Bellocchio, la cui lettura è in grado di provocare piacere sia al cinefilo che conosce a memoria tutti i film sia al consumatore occasionale, perché Woody Allen dall’inizio alla fine si presenta come un vero e proprio romanzo del quotidiano in cui il regista è colto al lavoro e in intimità con uguale accuratezza.

Lax è infatti un osservatore acuto e soprattutto un cronista attento, deciso a render conto di tutto ciò che per mesi è passato sotto i suoi occhi. Il resoconto è a tratti ripetitivo, come quando si ostina a descrivere gli elementi tecnici di ogni inquadratura, ma per fortuna è costantemente farcito di dichiarazioni, cronache, rimembranze, invettive di Allen non sempre inedite ma che, grazie alla perizia di Lax, si trasformano in tessere di un ritratto-puzzle nel quale il Woody filosofo s’interseca con il Woody giocoso - toccante la figura del celebre regista che nei momenti di pausa rincorre i membri della troupe per esibirsi in giochi di prestigio.

Dal volume esce rafforzato il convincimento di un Allen regista sui generis, fors’anche per ideologia ma soprattutto per pratica creativa: niente soggetti ad uso dei produttori, niente lunghi sopralluoghi, niente storyboards, niente prove con attori e persino battute modificate poco prima del ciak. Tutto è sacrificato a un ritmo interno - retaggio lampante del palcoscenico - che Allen afferma di sentire, come già sente le voci degli interpreti quando s’accinge a scrivere la sceneggiatura. Più dell’immagine che incanta vale l’effetto dei dialoghi (“purificati”) la cui capacità di far ridere, di indurre alla sospensione del giudizio o di porre lo spettatore davanti ad amletici dubbi, è un imperativo assoluto. I suoi film devono essere prima di ogni altra cosa private riflessioni partecipate allo spettatore attraverso azioni sceniche di cui il caso (Match Point resta un modello) è il supremo demiurgo. Semplicità e chiarezza sono le doti che confessa di avere ricevuto in dono dall’età avanzata. Dietro ogni nuova pellicola sta il melanconico cecoviano desiderio di raccontare: per farlo gli basta il sostegno di un’idea e dei buoni attori (nel caso di Irrational Man Joaquin Phoenix e Emma Stone) e per quelli ha incontestabili doti intuitive. Ammette di aver sbagliato solo quando ha scelto se stesso come protagonista di La maledizione dello scorpione di giada.

La narrazione prende ovviamente le mosse dal momento fatidico in cui viene estratto dal celebre e misterioso cassetto dei soggetti lo spunto per il plot, e giunge agli ultimi ritocchi del colore in fase di missaggio il cui prolungarsi, complice la meticolosità del direttore della fotografia Darius Khondji, disturba non poco il regista già pronto a tuffarsi in un nuovo film. Allen si considera infatti artigiano, costretto per sofferta etica del lavoro a realizzare in continuazione nuove opere (cinquanta film ad oggi, e molto altro) a scapito del perfezionismo, prerogativa artistica che non lo interessa («ma vorrei scrivere meglio»). Ed è proprio la bulimia creativa, ben più dei temi o delle riflessioni morali, a legarlo all’amato Bergman. Se il regista svedese nei primi decenni di carriera ha lavorato incessantemente con un gruppo ricorrente di tecnici e di interpreti creando una sorta di compagnia di cui si considerava il capocomico, anche Allen ha praticato la medesima arte, seduzione delle attrici più attraenti, compresa. Per quell’epoca, la stessa in cui Woody era lo schlemiel, antieroe capace di volteggiare in indimenticabili ballate metropolitane dalle sfumature burlesque, Allen ha oggi un’ostinata nostalgia. Non a caso sul tramonto del personaggio-Woody il libro consuma i passaggi più intensi anche se si esercita soprattutto nell’elogio del compassato regista di oggi, idolo dei media europei, il cui set è ambito, senza fini di lucro, da tutte le star hollywoodiane. Fortunatamente a demolire il mito con straniante effetto autoironico ci pensa l’intelligenza di un ottantenne lucido e consapevole.

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