Domenica

Vanni Santoni e le profondità di una generazione ludica

  • Abbonati
  • Accedi
autori

Vanni Santoni e le profondità di una generazione ludica

Con i suoi romanzi parte da un mondo ludico - quello dei giochi di ruolo, dei rave party e dei videogame - per analizzare le profondità sociali e i malesseri oscuri della provincia, e lo fa con uno stile poliedrico e serrato, avvincente quanto le tematiche con cui si confronta e in grado di coniugare onirismo e analisi. Lui è Vanni Santoni, scrittore, editor e cacciatore di talenti, e i suoi ultimi tre romanzi - Muro di casse, La stanza profonda e L'impero del sogno - vanno in questa direzione.

Come concilia le sue molteplici attività?
«Non è troppo difficile conciliare: anche prima di fare l'editor cercavo di leggere tutte le riviste letterarie italiane, cosa che da quando sono per lo più online non è difficile. La prima cosa che faccio in genere nella giornata è scorrere i vari siti e vedere cosa hanno pubblicato, quindi l'attività di scouting per i Romanzi Tunué non è stata altro che la prosecuzione di un interesse per le nuove voci e per la letteratura contemporanea che già avevo».

La sua scrittura è una miscellanea di passatempi che si fanno analisi sociale attraverso un'operazione di scavo. Leggerezza e profondità sembrano essere le cifre dei suoi ultimi romanzi…
«Nei miei romanzi partendo dal mondo dei rave party, dei giochi di ruolo e dei videogame, ho cercato di analizzare la nostra provincia e il più ampio contesto occidentale, nei loro cambiamenti degli ultimi venticinque-trent'anni. In un momento di incremento esponenziale della complessità, le posizioni oblique – le nicchie e le sottoculture – spesso sono le migliori per osservare il “quadro grande” senza finire abbacinati».

Il romanzo e l'imprescindibile contesto quanto sono importanti per lei?
«A dieci anni dal mio debutto, che avvenne con un libro di epigrammi – Personaggi precari, da poco uscito nella sua terza incarnazione – posso dire con certezza di essere un romanziere. Leggo racconti, mi sta a cuore il destino del racconto, specie in un paese in cui la “parola con la R” pare diventata tabù, ma so che la mia forma espressiva è il romanzo: proprio adesso sto lavorando al mio prossimo libro, e sarà un grande romanzo familiare, ambientato in tutto il mondo in un arco di tempo piuttosto ampio, ma con l'epicentro a Vallombrosa, nel cuore degli Appennini toscani. Un'altra cosa, infatti, che ho capito con l'esperienza è che con i romanzi puoi andare da qualunque parte ma il fulcro è sempre bene collocarlo in un ambito che conosci bene: come diceva Čechov, chi cerca subito l'universale si rivela sempre come provinciale, mentre chi accetta la propria irriducibile provincialità ha almeno qualche possibilità di trovare l'universale».

Anche ne “La stanza profonda”, dopo “Muro di casse”, romanzo e saggio costituiscono per lei esperienza narrativa, con ritmi furiosi che si stemperano in malinconie diffuse. La sua è ormai una scelta stilistica consolidata?
«Per quanto sia La stanza profonda che Muro di casse abbiano in sé elementi saggistici – e tra i loro obiettivi anche quello di storicizzare i due fenomeni dei giochi di ruolo e dei free party – io tendo a considerarli romanzi. Il romanzo non è ariano, come aveva a dire lo scrittore bulgaro Gospodinov: fin dalle sue origini – si pensi al romanzo filosofico di, o ai “trattati” seri o faceti all'interno di Gargantua e Pantagruel o del Tristram Shandy – ha sempre contenuto con facilità elementi saggistici (ma anche poetici, autobiografici, giornalistici, etc.) senza per questo perdere la propria natura di romanzo. Certo, un libro come L'impero del sogno, costruito come un classico romanzo fantastico d'avventura, si presenta come maggiormente romanzesco, nonostante la sua esplorazione dell'universo videoludico (e di quello onirico), rispetto ai due che lo procedono ma da parte mia li considero tutti romanzi allo stesso modo».

Con lei siamo all'estetica dei giochi di ruolo o è solo il pretesto per affrontare le tematiche underground che sembrano esserle particolarmente care?
«Se ho scelto il tema dei giochi di ruolo per La stanza profonda e quello dei videogame per L'impero del sogno è anzitutto perché quegli immaginari sono stati importanti per me e per la mia generazione, e sentivo il bisogno di rendergli piena dignità culturale attraverso lo strumento letterario. Poi ho realizzato che potevano essere buoni filtri sia per lavorare sul rapporto tra storia e provincia, ma anche su quello tra i mondi di fantasia e quello che consideriamo “reale”, un altro tema che mi sta molto a cuore, e che in epoca di virtualizzazione diffusa è tornato anche di forte attualità».

Quali sono gli autori italiani che selezionerebbe fra gli imprescindibili per i suoi lettori?
«Quando insegno scrittura assegno molte letture. Tra gli italiani il primo che chiamo in causa è sempre il Curzio Malaparte di Kaputt e La pelle, proprio per la sua grandiosa portata romanzesca. Cristina Campo è un'altra autrice che salta fuori spesso, per la perfezione cristallina della sua prosa, specie in quanto contenuto negli Imperdonabili».

Chi ergerebbe nel pantheon degli autori preferiti?
«È un pantheon molto grande, e non so quanto sia utile fare nomi in fin dei conti naturali come Flaubert, Dostevskij o Borges, quindi citerò gli autori dei libri di più recente pubblicazione tra quelli che si sono guadagnati il pantheon: Austerlitz di W.G. Sebald (del 2001, edito in Italia da Adelphi), Europe Central di William T. Vollmann (del 2005, edito in Italia da Mondadori) e Abbacinante di Mircea Cărtărescu (l'ultimo volume è del 2007, edito in Italia da Voland).

Cosa consiglia agli autori della scuderia Tunué?
«Di darsi da fare. Quando ingaggio un esordiente, per prima cosa gli spiego che, nell'attuale forma del mercato editoriale e del campo letterario, chi non si impegna, e da subito, per seguire il proprio libro, è perduto. Abbiamo la fortuna di avere un'ufficio stampa bravissima, ma ciò non toglie che l'autore oggi debba impegnarsi in prima persona. È una stortura, se vogliamo: pure, è così».

Quali sono gli errori che non perdonerebbe mai a nessun autore?
«Credere, appunto, che la vita del suo libro si concluda quando viene pubblicato. Al contrario, è lì che la vera vita del libro comincia. E può essere una vita molto breve se non sta attento».

Quali invece sono per lei i mali imperdonabili dell'editoria nostrana?
«L'editoria italiana ha un problema chiaro e centrale. Il fatto che i gruppi che controllano le maggiori case editrici controllino anche i principali distributori e le principali catene di librerie. Questo penalizza moltissimo le case editrici indipendenti e rende molto difficile per esse realizzare venduti importanti, anche con titoli molto forti, dato che non verranno mai ordinati nella quantità necessaria per diventare best-seller, al contrario di ciò che avviene ad esempio in Francia, dove le grandi catene di librerie sono indipendenti dall'editoria e quindi i librai hanno piena libertà di ordine e proposta».

Quanto contano e quanto crede nei premi letterari?
«I premi letterari sono importanti perché costituiscono un ulteriore strumento d'orientamento per il lettore. Sappiamo che ormai solo lo Strega e, in misura minore, il Campiello, incidono in modo significativo sulle vendite e sulla percezione di un'autrice o di un autore, ma ciò non toglie che diversi altri premi sono comunque utili per far arrivare libri di qualità a un pubblico selezionato. Capitolo a parte è poi il Premio Calvino, il più importante premio per esordienti del paese, che da anni fa un lavoro di scouting eccellente: anch'esso merita ogni plauso».

© Riproduzione riservata