Domenica

È Natale, ma c’è sempre la guerra

storia e religione

È Natale, ma c’è sempre la guerra

Una sequenza di «Joyeux Noël. Una verità dimenticata dalla storia» è un film del 2005 scritto e diretto da Christian Carion sulla tregua di Natale del 1914 tra tedeschi, francesi e britannici in trincea durante la Prima Guerra Mondiale
Una sequenza di «Joyeux Noël. Una verità dimenticata dalla storia» è un film del 2005 scritto e diretto da Christian Carion sulla tregua di Natale del 1914 tra tedeschi, francesi e britannici in trincea durante la Prima Guerra Mondiale

S’intitolava Natale 1987 e quei versi erano di un poeta un po’ appartato, Giovanni Abbo: «Travestiti da pastori / o scorta volontaria dei re Magi / andiamo a Betlemme cianciando d’amore e di pace, / comunque nascondendo / sotto il mantello di ogni evenienza / un kalashnikov ben oliato». Andando un po’ controcorrente e strappando la tradizionale coreografia di luci, di regali, di buoni sentimenti – cose tutte degne ma secondarie – proponiamo in questi giorni di Natale un tema aspro, quello dell’intreccio perverso tra guerra e religione. Dopo tutto sulla nascita di Cristo si affaccia subito l’incubo di Erode e il Bambino, per non finire sotto la spada che elimina i neonati di Betlemme (la “strage degli innocenti”), si allinea coi suoi genitori nella fila interminabile dei profughi.

Quel Bambino, una volta cresciuto, nella sinagoga del suo villaggio, Nazaret, ascolterà certamente una delle tante descrizioni bibliche marziali come questa: «Sibilo di frusta, fracasso di ruote, scalpitìo di cavalli, cigolìo di carri, cavalieri incalzanti, lampeggiare di spade, scintillare di lance, feriti in quantità, cumuli di morti, cadaveri senza fine, s’inciampa nei cadaveri». È il profeta Nahum che attorno al 612 a.C. raffigura una scena bellica. Anzi, Gesù stesso, quando comincerà a predicare, ricorrerà a un esempio di strategia militare applicandolo all’esistenza cristiana da vivere con intelligenza e sapienza: «Quale re, partendo in guerra contro un altro re, non siede prima a esaminare se può affrontare con diecimila uomini chi gli viene incontro con ventimila? Se no, mentre l’altro è ancora lontano, gli manda dei messaggeri per chiedere pace» (Luca 14, 31-32). La scelta radicale per il Regno di Dio, vero leit-motiv della predicazione di Cristo, sarà espressa con una dichiarazione paradossale: «Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra; sono venuto a portare non pace, ma spada» (Matteo 10,34).

Le metafore militari entreranno, così, anche nel Nuovo Testamento. È celebre la definizione della Parola di Dio proposta da quella grandiosa omelia neotestamentaria che è la Lettera agli Ebrei: «La parola di Dio è viva, efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio; essa penetra fino al punto di divisione dell’anima e dello spirito, fino alle giunture e alle midolla, e discerne i sentimenti e i pensieri del cuore» (4,12). Non per nulla il solenne ritratto di Cristo offerto dall’Apocalisse ha questo lineamento emblematico: «Dalla sua bocca usciva una spada affilata, a doppio taglio» (1,16; 2,12).

È indubbio che, sia a livello biblico sia nella storia della cristianità, questo intreccio tra guerra e religione è paradossalmente forte. Per stare alla Bibbia, basti solo pensare alle stragi sante – il cosiddetto herem o «sterminio sacro» – che accompagnano la conquista della Terra promessa da parte del popolo ebraico, oppure alle centinaia di testi violenti presenti nelle S. Scritture e alla stessa simbolica bellica usata per rappresentare il «Dio degli eserciti» (che, però, era originariamente un rimando all’armata astrale del Creatore, anche se poi applicata alle battaglie di Israele col palladio dell’Arca santa).

Il discorso si allarga anche alla storia della cristianità ove, però, accanto alle guerre di religione, si configura un rapporto più complesso, variegato e sfumato col tema militare. Interessante è, ad esempio, la distinzione che Tertulliano, scrittore cristiano del II secolo, introduce nel suo De idolatria tra il bellare in guerra, visto criticamente, e il militare in tempo di pace come servizio necessario di tutela. Ecco, allora, da un lato, i santi soldati martiri (si pensi a s. Sebastiano), la visione della vita cristiana come lotta contro il male e l’errore, la celebrazione retorica della spada e della croce intrecciate tra loro, per giungere alle Crociate (significativo, al riguardo, è il Liber ad milites Templi di s. Bernardo).

D’altro lato, però, ecco invece la posizione critica dei Padri della Chiesa africana del III secolo come Cipriano o Lattanzio e il citato Tertulliano, oppure l’emergere dell’obiezione di coscienza, come appare nella Passio martiriale della recluta Massimiliano. Il procuratore Dione lo interroga: «Non vedi quanto sei giovane? Devi fare il soldato. Che devono fare i giovani se non arruolarsi nell’esercito?». Massimiliano replica così: «Io faccio il soldato per il mio Signore. Non posso fare il soldato per il mondo... Io sono cristiano e non posso fare del male». Ora, come tentare una sintesi, sia pure molto approssimativa, tra posizioni così divergenti?

Innanzitutto è da ribadire la qualità storica della Rivelazione ebraico-cristiana che nella Bibbia si presenta non come un’astratta sequenza di tesi teologiche speculative ma appunto come una concreta «storia di salvezza». All’interno degli eventi umani, spesso segnati dal peccato, dall’ingiustizia, dalla violenza, dal male, passa la presenza e l’opera di Dio che progressivamente e pazientemente cerca di condurre l’umanità verso un livello più puro, giusto e pacifico di vita. Il vertice è proprio in quel Bambino divenuto adulto che proclamerà «beati gli operatori di pace» (Matteo 5,9), nello spirito dello shalôm, la «pace» messianica anticotestamentaria. La stessa tradizione giudaica successiva con rabbì Meir di Gher dichiarerà che «Dio non ha creato nulla di più bello della pace».

In questa luce, proprio perché – secondo la prospettiva teologica appena indicata – la Parola di Dio si esprime in parole umane storiche, è necessario escludere ogni forma di fondamentalismo letteralistico che assuma il testo in modo cieco, senza ricorrere a una corretta ermeneutica per coglierne il senso genuino, al di là del velo delle espressioni letterali. Questo atteggiamento, purtroppo praticato in certi ambiti musulmani per il Corano (ma anche in gruppi settari cristiani), conferma il monito paolino secondo il quale «la lettera uccide, mentre è lo Spirito che dà vita» (2Corinzi 3,6).

Inoltre, come attesta una lunga serie di ricerche teologiche e filosofiche condotte nei secoli successivi, si annodano attorno al tema molte altre questioni di non facile soluzione, tenendo conto delle varie componenti che spesso confliggono tra loro e che costituiscono oggetto di dibattito e di dialettica. Pensiamo, ad esempio, alla legittima difesa, alla tutela del debole, alla protezione della propria identità culturale e religiosa contro l’oppressione, alla ribellione contro un regime dittatoriale e liberticida, alle recenti operazioni di “peacekeeping” e così via. Il magistero papale nel secolo scorso, e ora con papa Francesco, attraverso un ampio spettro di documenti e interventi e un impegno pastorale concreto delle varie Chiese, ha segnato un’evidente evoluzione affrontando la complessità della geopolitica attuale.

A questo punto dobbiamo allegare anche la demitizzazione che la stessa Bibbia opera nei confronti della realtà e del simbolismo militare. Già l’Antico Testamento introduceva un ritratto del Messia non più con un taglio da condottiero ma da re pacifico che procede sulla cavalcatura civile e non bellica, l’asino, in luogo del cavallo: «Esulta grandemente, figlia di Sion, giubila, figlia di Gerusalemme! Ecco, a te viene il tuo re. Egli è giusto e vittorioso, umile, cavalca un asino, un puledro figlio d’asina. Farà sparire il carro da guerra da Efraim e il cavallo da Gerusalemme, l’arco di guerra sarà spezzato, annuncerà la pace alle nazioni» (Zaccaria 9,9-10).

Isaia, poi, celebra così l’era messianica in un testo che la tradizione cristiana ha applicato proprio al Natale di Gesù: «Ogni calzatura di soldato che marciava rimbombando e ogni mantello intriso di sangue saranno bruciati, dati in pasto al fuoco. Perché un bambino è nato per noi, ci è stato dato un figlio. Sulle sue spalle è il potere e il suo nome sarà: Consigliere mirabile, Dio potente, Padre per sempre, Principe della pace. Grande sarà il suo potere e la pace non avrà fine sul trono di Davide e sul suo regno, che egli viene a consolidare e rafforzare con il diritto e la giustizia, ora e per sempre» (Isaia 9,4-6). Cristo procederà fino alla scelta radicale dell’amore per il nemico così da trasformare quasi l’hostis in hospes e da introdurre il principio della non-violenza: «Avete inteso che fu detto: Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico. Ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano» (Matteo 5,43-44).

San Paolo, in un passo della Lettera agli Efesini (6,11-17), ove elenca una completa attrezzatura militare (cinturone, corazza, calzature, scudo, frecce, elmo, spada), trasfigurandola in simbologia spirituale, introduce nel cuore di essa il “vangelo della pace” come meta da raggiungere. Egli parla per due volte della panoplía, cioè dell’«armatura» di Dio che non è aggressiva contro gli altri ma solo contro il male diabolico: «Indossate l’armatura di Dio per poter resistere alle insidie del diavolo... Prendete l’armatura di Dio, perché possiate resistere nel giorno cattivo e restare saldi dopo aver superato tutte le prove» (vv. 11.13).

A conclusione, come abbiamo fatto in apertura, vogliamo lasciare spazio a una voce insospettabile, dai toni provocatori. È Curzio Malaparte che, nel Natale del 1954, si rivestiva quasi dei panni e dei toni di un Savonarola: «Tra pochi giorni è Natale e già gli uomini si preparano alla suprema ipocrisia. Perché nessuno ha il coraggio di dirsi che il secolo, che il mondo non è mai stato così poco cristiano come in questi anni? Perché nessuno di noi osa riconoscere che la magniloquenza degli uomini politici, la grande parata dei sentimenti evangelici, le processioni dei falsi devoti servono soltanto a nascondere questa terribile verità: che gli uomini non sono più cristiani, che Cristo è morto nell’anima dei suoi figli, che l’ipocrisia è discesa dalla politica fin nella vita sociale, familiare, e individuale? Non ci importa nulla di chi soffre; non facciamo nulla per impedire la sofferenza, la miseria, il male, il delitto, la violenza, la strage...».

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