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Giuliano Briganti, le meraviglie del disincanto

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Arte

Giuliano Briganti, le meraviglie del disincanto

Giuliano Briganti in Piazza Navona. (Archivio fotografico Luisa Briganti)
Giuliano Briganti in Piazza Navona. (Archivio fotografico Luisa Briganti)

In pochi si sono ricordati dei cent'anni dalla nascita di uno dei nostri maggiori critici e storici dell'arte, Giuliano Briganti. Che nacque, a Roma, appunto il 2 gennaio 1918. Non se n'è dimenticata per fortuna la Repubblica: che dalla sua fondazione, all'inizio del '76, sino alla morte di Briganti (il 17 dicembre 1992), lo vide suo critico d'arte. Ma già all'Espresso lo aveva chiamato Eugenio Scalfari, dal '65 al '68: e in più occasioni Briganti riconoscerà come lo scrivere in breve e in chiaro, per i giornali, gli avesse illimpidito la scrittura (e forse, come vedremo, non solo quella).

I suoi natali, in senso disciplinare, non potevano in effetti essere più araldicamente illustri (e stilisticamente ardui): suo padre Aldo, mercante e connoisseur a sua volta, era stato allievo di Adolfo Venturi; lui invece s'era laureato con Pietro Toesca (nel '40, con una tesi su Pellegrino Tibaldi, manierista lombardo del Cinquecento, che nel '45 sarà il suo primo libro) ma i primi suoi scritti, ventenne, ebbero il vaglio di Carlo Ludovico Ragghianti e Ranuccio Bianchi Bandinelli. E poi, dal '41 al '43 a Firenze, si troverà a fare il segretario nientemeno che di Roberto Longhi (che nel '50 lo chiamerà, con Francesco Arcangeli, Federico Zeri e Federico Bologna, alla redazione di Paragone – nella quale siederà più di vent'anni). Ricorderà, Briganti, come nel firmamento tracciato da questi numi si potesse ben riassumere, a quel tempo, l'intera storia dell'arte italiana. Numi fra loro alquanto litigiosi, peraltro: che a un certo momento gli chiesero per esempio di scegliere, aut aut, fra Ragghianti e Longhi. Lui, non senza rimpianti, prenderà le parti di quest'ultimo; ma ricorderà pure come l'aver rincontrato il primo, dopo tanto tempo (e la morte dell'arcirivale), fosse stata, per lui, un'emozione vivissima. Oh, gran bontà de’ cavallieri antiqui!

È un fatto comunque che per una sorta di congiuntura astrale, sulle pagine del quotidiano generalista come sulla cattedra universitaria (dal '72 a Siena, che gli ha intitolato la sua Biblioteca di Storia dell'arte, e dall'83 alla facoltà di Magistero della «Sapienza» – ossia l'incunabolo di quella che oggi è la mia Università, Roma Tre), fosse pervenuto, con Briganti, il concentrato del meglio della cultura artistica italiana. Il meglio non solo per rigore filologico, ma anche (se non soprattutto) per inesibito quanto inflessibile spessore etico e civile. Era stato Ragghianti a portarlo insieme ad altri giovanissimi, fascismo ancora imperante, alla corte di Benedetto Croce: il quale lasciò loro un solo insegnamento, ma fondamentale: «ma voi giovani vi indignate? Mi raccomando, indignatevi e continuate a indignarvi, quando non vi indignerete più sarà tutto finito!». Sicché non mancherà mai, nei pezzi per L'Espresso e la Repubblica, di tornare sulla gestione (cito da un pezzo del settembre '91) di «quella infelice creatura nata dalle inguaribili inclinazioni burocratiche del nostro scombinassimo paese che è il Ministero per i Beni Culturali» (alle radici di questa vena “civile” andrà ricordata la collaborazione, giovanissimo, alla rivista antifascista “velata” La Ruota, e poi al settimanale Cosmopolita all'indomani della Liberazione; nonché, forse soprattutto, la poco nota collaborazione, dalla fine degli anni Cinquanta alla metà degli anni Sessanta, con lo «007 dell'arte» Rodolfo Siviero in difesa del patrimonio artistico italiano, e per il recupero delle opere trafugate dai nazisti durante la guerra).
Un illuminista s'è detto, e non a torto. Ma di qualità affatto particolare. Se è vero che i suoi libri, al netto delle raccolte di saggi dispersi e pezzi giornalistici, sono dedicati a periodi considerati agli antipodi della clarté classica: La maniera italiana nel '61, Pietro da Cortona o della pittura barocca nel '62, e soprattutto il fra tutti memorabile I pittori dell'immaginario nel '77. Ma un connotato sui generis, del razionalismo di Briganti, è pure la sua componente ironica, anzi proprio ludica. A lui si deve in effetti l'invenzione di quel gioco, in genere attribuito a Longhi (il quale vi sottoponeva, non senza crudeltà, i suoi scolari), che consisteva nello scontornare un dettaglio dalla riproduzione di un quadro celebre, e nel chiedere di quale quadro si trattasse: Briganti lo aveva imparato dal padre il quale era solito recitare, a lui e all'amico diletto Paolo Manacorda (che morì in guerra, nel '42, a ventidue anni), due versi dal poema di culto, l'Orlando Furioso, allorché si doveva indovinare da quale canto fossero tratti (ma questo tratto ludico lo si ritrova pure, per esempio, nei brani di fumetto storico-erudito, e maliziosetto anzichenò, per gli amici Livia Aldobrandini e Giancarlo Pediconi: riprodotti, come un'immensità di altri materiali di e su Briganti, nel bellissimo sito che gli ha dedicato sua moglie Luisa Laureati nel 2014).

La clarté di Briganti è nel partito preso della limpidezza linguistica (da ben presto fatta succedere all'affascinante quanto compiaciuto obscurisme dei maestri, massime Longhi) e, forse soprattutto, nello “stile” d'analisi che, in questo restato a Longhi invece sempre fedele, si concentra sempre sulla materialità del dato pittorico (e storico), eludendo quasi sempre i massimi sistemi teorici ed estetici. Se quest'attitudine per esempio in certa misura riduce, a occhi come i miei, l'attrattiva dei saggi su manierismo e barocco (che troppo rapidamente liquidano l'infinito, e non sempre ozioso, dibattito novecentesco), essa risulta invece quanto mai preziosa nel già citato volume sui Pittori dell'immaginario (ripubblicato da Electa nel 1989): dedicato ad «Arte e rivoluzione psicologica», come recita il sottotitolo, prima di Freud – soprattutto al tornante fra Sette e Ottocento: ai Sogni e incubi della ragione, insomma, come li definirà Jean Starobinski in un altro libro memorabile – è un libro affascinante anche per la sua ambivalenza. Come ricorda Briganti in una lunga conversazione avuta alla radio poco prima della morte con Gabriella Caramore (e di lì a poco pubblicata per intero), era quello intanto un “tradimento” bello e buono nei confronti di Longhi, il quale «detestava cordialmente tutte queste cose»; e poi lui stesso confessa di non amare troppo, in effetti, alcuni di quegli artisti (da Füssli a Blake sino a Runge). Quella ricerca, però, gli era stata ispirata dalla lunga psicoanalisi cui in quegli anni si era sottoposto: al punto di considerarlo, il libro, una specie di sua prosecuzione o, diciamo, collaudo su strada (è un fatto che sia dedicato al suo analista junghiano, Paolo Aite).

Applicare, a un repertorio improntato all'eccedenza se non proprio al polemico rifiuto della ragione, metodi d'analisi improntati invece al massimo razionalismo è un esempio di quel razionalismo allargato che, nella generazione di Briganti ma in campo in apparenza distantissimo dal suo, ha saputo interpretare solo un Ernesto de Martino. E i risultati sono maiuscoli. Ma parla abbastanza chiaro, in tal senso, anche il titolo di una delle due maggiori raccolte di articoli (l'altra, Racconti di storia dell'arte, è uscita postuma nel 2003 da Skira, e include i pezzi sull'arte antica sino al primo Settecento), che volle da Einaudi uno storico dell'arte che parrebbe ai suoi antipodi, Paolo Fossati. L'anno prima della morte, nel '91, vengono dunque raccolti gli articoli di Briganti sull'arte moderna: che prendono le mosse proprio dal crinale “tenebroso” di cui sopra, e s'intitolano Il viaggiatore disincantato. È l'altro suo libro indispensabile. Per come è scritto, intanto: è qui che brilla al massimo, infatti, la clarté di matrice “giornalistica” (tanto più preziosa in quanto applicata ad autori “miticamente” sovrainterpretati come Van Gogh o Pollock, oppure oggettivamente “difficili” come Boetti o Paolini), e s'incontra poi – come dice il titolo – una vena “narrativa” che mette sempre “in situazione” la visita alla mostra, appunto, come “viaggio”. L'“uscire di casa” del corpo come metafora di quello della ragione. Di quel viaggio si conserva, nei casi felici, la meraviglia; ma sempre viene sottoposto al rasoio dell'intelligenza il suo “incanto” (il titolo rovescia quello del libro di Nikolaj Leskov “incantevolmente” tradotto da Tommaso Landolfi).
Non c'è un saggio monografico di Briganti sull'artista da lui forse più amato, Giorgio de Chirico. Al quale però ha dedicato tantissimi articoli (solo in minima parte raccolti nel Viaggiatore disincantato), dai quali traspare anche la simpatia umana per il personaggio, prima che per l'artista; e addirittura, per quanto possibile, il riconoscimento di una fraternità. Anche de Chirico proiettava una luce fredda, “metafisicamente” scheletrica (lo sguardo radioscopico che in lui ravvisava, l'anno prima che Briganti nascesse, Longhi nella sua più violenta stroncatura…), su quel mare della psiche nel quale volentieri naufragavano, invece, i parenti serpenti surrealisti. Anche de Chirico era, prima di tutto forse, un trickster: cioè un'anima divisa in due. Raccogliendo la sua lezione, per definizione sfuggente, il disincantato Briganti si è così rivelato la guida per noi più affidabile, e insieme la più affabile, alle ombre più fonde della modernità.

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