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Porte aperte all’emigrante

Storia

Porte aperte all’emigrante

Testimonianze. Migranti a Mexicoplatz, Vienna
Testimonianze. Migranti a Mexicoplatz, Vienna

«Oggi si fa tutto via Skype o Whatsapp, ma allora, per restare in contatto con la famiglia in patria, di solito si scriveva. Telefonare era complicato: bisognava andare alla posta e fare lunghe code. E comunque fino agli anni 80, nel mio villaggio il telefono non c’era proprio. Quindi per molto tempo ho usato le audiocassette, con cui potevi far sentire lo stesso la tua voce ai tuoi cari. Per evitare la censura e parlare anche un po’ di politica, prendevo delle musicassette con canzoni popolari e sovraregistravo solo la parte centrale del nastro». Ali Gedik, arrivato in Austria nei primi anni 70, ricorda senza pathos la sua emigrazione da un paesino del Kurdistan turco: «Non sono venuto qui in vacanza, né per divertimento o per andare alla scoperta del mondo, bensì per lavorare e sostenere economicamente la famiglia. Credo di averlo fatto con impegno per 15-20 anni, a cominciare dal prestito che presi per comprare un trattore ai miei».

Fra gli anni 60 e 70 del Novecento furono in molti a giungere in Austria per lavorare. Il picco di presenze di Gastarbeiter, di lavoratori stranieri temporanei, provenienti soprattutto da Turchia e Jugoslavia, fu di 230mila, quasi il 9% della manodopera austriaca.

Contrariamente a quanto avviene oggi, proprio perché si trattava di migranti economici, per la maggior parte di essi le porte del Paese si aprirono in modo regolare e regolato.

Erano gli anni del boom economico: l’Austria si stava risollevando dalla sconfitta della seconda guerra mondiale e dall’occupazione alleata tra il 1945 e il 1955. E a poco a poco era cominciato il risveglio socioeconomico, scandito dal bisogno di braccia, soprattutto per l’industria pesante, per quella manifatturiera e per l’edilizia. La forza lavoro interna non bastava a coprire il fabbisogno del mondo produttivo e del resto molte mansioni gli austriaci non le volevano più svolgere. Analogamente alla Germania Ovest, si cercò quindi la via di accordi bilaterali. Dapprima, nel 1962 con la Spagna, con esiti però irrisori. Così, nel 1964 Vienna si rivolse alla Turchia e nel 1966 pure alla Jugoslavia.

Industriali e imprenditori inoltravano richieste specifiche per numero di addetti e qualifica, e appositi uffici aperti nelle zone di reclutamento provvedevano alla selezione del personale con colloqui, test attitudinali e circostanziate visite mediche. Poi convogli speciali li portavano in Austria.

L’orizzonte temporale di quei contratti di lavoro era di uno o due anni, ma in certe condizioni veniva concesso il permesso di cercarsi un’occupazione da sé per un certo periodo di tempo: «Nella zona da cui provenivo io, non c’era niente. Né lavoro, né strade asfaltate. Nulla. Ho semplicemente dovuto andarmene all’estero», racconta Niko Mijatovic, giunto a Vienna negli anni 60 dal profondo dei Balcani.

Anche l’Austria di quel periodo non era un Eldorado capitalista: ancora negli anni 50, era stata terra di emigrazione, grazie ad accordi con la Svizzera, che cercava manodopera.

E la profondità della devastazione lasciata dal conflitto mondiale, la posizione geopolitica postbellica a ridosso di un’impenetrabile cortina di ferro, sullo sfondo di una società sospesa tra nostalgie naziste e desiderio di riscatto, non offrivano un humus sereno alla crescita di solide strutture liberali e di un mercato aperto. Quelle secche richieste di personale, magari inviate con un telegramma - «Chiedo circa 4-5 muratori turchi» -; quei trasporti speciali con treni o autobus, sulla base di minuziosi elenchi di nominativi, ricordavano poi in modo inquietante altri trasporti, altre liste dettagliate, altri controlli medici, altre industrie prosperanti su manovalanza straniera.

Eppure, nonostante gli echi sinistri, quegli accordi ufficiali degli anni 60 e 70 seppero creare una situazione vantaggiosa per tutti, fornendo all’Austria la manodopera necessaria e a decine di migliaia di immigrati una cornice legale per il loro desiderio di lavoro e dignità.

Non che tutto funzionasse a meraviglia: lo si può desumere da importanti archivi di documenti sull’immigrazione nel dopoguerra, ora utilizzati come base scientifica per la mostra aperta al Wien Museum di Vienna fino all’11 febbraio col titolo «Storia condivisa». Una ricognizione attraverso documenti, fotografie, oggetti e videointerviste, per spiegare come talvolta i Gastarbeiter venissero messi di fronte a condizioni di lavoro diverse da quelle pattuite; fossero sostanzialmente esclusi da tutele e spesso discriminati; avessero esiguo accesso a corsi di alfabetizzazione, e fossero i principali destinatari di abitazioni in edifici fatiscenti, locati a canoni doppi rispetto a quelli degli autoctoni.

Nonostante ciò, molti immigrati di quelle ondate indotte dallo stato austriaco, sono rimasti nel Paese, soprattutto nella regione del Vorarlberg, in Stiria, a Linz e a Vienna. E a poco a poco si sono costruiti un’esistenza, con lavori stabili o avviando piccole attività commerciali: bancarelle di frutta e verdura, chioschi di kebab, trattorie. Un tessuto economico che oggi contribuisce alla vivacità socioculturale tanto apprezzata in particolare nella capitale, solidamente ai primi posti delle classifiche internazionali come metropoli fra le più vivibili e sicure.

«Il fatto è che anche là dove attentamente governato, il fenomeno migratorio sviluppa dinamiche proprie - afferma Gerhard Milchram, cocuratore della mostra viennese, assieme a Vida Bakondy - : anche se pianifichi flussi temporanei, poi spesso succede che i tempi degli incarichi vengano prolungati e i migranti rimangano più di quanto preventivato, sviluppino un sentimento di appartenenza al luogo in cui vivono, cosicché il ritorno in patria venga continuamente rimandato. E poi i figli vanno a scuola, e per la seconda generazione il rapporto con il paese di origine si sfoca. Oggi siamo ormai alla terza generazione, che spesso sa poco delle radici famigliari. E però a fronte di molti immigrati che rimangono, ve ne sono anche altri che una volta in pensione, tornano alla loro terra natale».

A distanza di oltre mezzo secolo da quegli accordi bilaterali, oggi la situazione migratoria in Austria è profondamente mutata. Nella capitale, dove risiede un quinto della popolazione totale, su 1,8 milioni di abitanti, i residenti con passaporto straniero sono quasi il 29%, con tendenza ad ulteriore crescita, e la loro composizione è più variegata: «Siamo una metropoli per la quale l’immigrazione continua ad essere un fattore costitutivo», constata Milchram.

Ora i turchi, un tempo i più numerosi, sono in percentuale simile a tedeschi e polacchi (per ciascuna coorte circa il 2,4%), mentre sono i serbi ad essere la comunità straniera più folta (4,1 per cento). I bosniaci e i croati sono in numero analogo agli ungheresi e ai siriani (circa l’1 per cento).

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