Domenica

Se Carmen non muore

firenze

Se Carmen non muore

Memorabile, la sera della prima di Carmen nel nuovo Teatro del Maggio. Innanzitutto perché da tempo (da quando?) non si ricordava una partecipazione tanto coinvolta e a voce alta del pubblico: e non solo alla fine, alle pagelle, ma proprio in corso d’opera. In puro, verace stile caustico fiorentino. Si era infatti tutti lì (così almeno sembrava) per assistere al nuovo finale del capolavoro di Bizet, dove lei è l’assassina e non muore. Con un gesto simbolico, contro il femminicidio, in difesa delle donne, da parte di uno dei registi che in scena le sa meglio raccontare, Leo Muscato.

Invece - o sarebbe meglio dire, e appunto - è andata come tutti sanno: con la pistola di Carmen, una Veronica Simeoni meravigliosa anche come attrice, che si inceppa, lanciando due “clic, clic” del grilletto che suonano a vuoto nel silenzio attonito della sala. E con gli astanti, soprattutto nelle prime file, che gridano «La pistola non funziona», come se si trovassero davanti ad una storia vera, un episodio di strada, di vicini di casa. Trasformando la scelta dello spettacolo - tra l’altro coerente, profondo e perfettamente costruito - in autentico “opéra-comique”. Perché questa è quello che Bizet voleva, quando sceglieva una storia di strada per la sua ultima creatura, a tinte nette, scontornate su sfondo nero.

E spiace per una volta non essere d’accordo con gli amici fiorentini, che incarnano uno dei pubblici ancora aguzzi, cioè di quelli che vanno a teatro per appassionarsi e discutere, all’infinito. Il violento coro di “buffoni, buffoni”, mitragliato ai saluti, sul team di regia (tanto forte che Muscato correva a mettersi al centro dei suoi, per difenderli) non cavalcava la parola giusta. Buffonesca non era la pistola di Carmen che aveva fatto cilecca (da tenere sempre così). Tragica, al contrario. Nel momento più tragico, in tutta una drammaturgia, che fino a quel momento aveva voluto leggere la storia dall’interno, dalla parte degli zingari, confinati dietro una rete di metallo, con le loro quattro roulotte e una vita lieve e mediterranea, corale, fatta di bambini, feste e bevute intorno a un tavolone, masse affollate a riempire il palcoscenico e che di colpo diventano vuoto totale (e ci vuole una gran capacità di regia per ottenerlo).

Il tutto guidato dalle donne, con la loro capacità di seduzione. In mano a loro. Potenti. Finché non prendono una pistola da puntare su un umano. Perché Carmen sbaglia sì il colpo su Don José, ma prima - quando era riuscita a scappare dalla prigione - aveva perfettamente sparato. A terra. E quella pistola che di nascosto le aveva passato l’innamorato brigadiere, nell’interno tenero da caserma, puro Sud italico, era stato uno dei tanti dettagli narrativi nuovi. Creati per raccontare Carmen, impreziosita di particolari per tenere la storia non tanto vicina a noi nel tempo (spostata agli anni Settanta, coi pali della luce di legno) quanto nell’emozione.

Perciò non cataloghiamo questo nuovo allestimento del Maggio Fiorentino tra i trasgressivi. Ma tra gli autentici. Tra l’altro efficace nel trasformare il palcoscenico sbagliato (in un teatro nuovo disegnato tutto sbagliato, compresi i bagni trasparenti) in una scatola di metallo, che nella scena di Andrea Belli diventava una prigione esplosiva. Dove ruotando una grata, pubblico e masse corali sono di volta in volta dentro o fuori l’azione. Coi costumi colorati di Margherita Baldoni e le luci, meravigliose come quadri a olio, di Alessandro Verazzi.

Bene, ma non sconvolgente il fronte musicale. Veronica Simeoni è oggi la nostra cantante-attrice più folgorante, nell’assoluto magnetismo dei movimenti o nel timbro di certe frasi di seduzione. Mai ieratica o decorativa, come ormai non si sopporterebbe più Carmen. Anzi, qui donna semplice, mediterranea più che mai. In contrasto con la bambina di Laura Giordano, dolce Micaela. Roberto Aronica non arrivava sempre intonatissimo e l’Escamillo di Simone Alberghini palesava il subentro all’ultimo. A far volar Carmen provvedeva soprattutto la bacchetta di Ryan McAdams, a tempo, spiccia, col medesimo gesto di plastica per l’Ouverture o per il terzo Entr’Acte. Parlati molto tagliati, per fortuna, perché francese in generale “terrible”. Sold-out le sei repliche.

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