Domenica

Vite da gatti come le nostre

  • Abbonati
  • Accedi
Letteratura

Vite da gatti come le nostre

Doris Lessing aveva tre anni quando trovò il suo primo gattino: a Teheran, sfinito dalla fame. Lottò finché i genitori non lo accettarono. Il futuro Nobel per la letteratura e il micio si tennero compagnia notte e giorno finché la famiglia si trasferì in Sudafrica. Lo perse. Poi fu la volta di un persiano, morto di polmonite tra le sue braccia. Con lei aveva condiviso il calore di un lettino durante una malattia nel gelido luglio del veld. «Dopo una certa età - e per alcuni di noi può accadere quando si è molto giovani - non ci sono più persone, bestie, sogni, facce, avvenimenti che siano nuovi: tutto è già successo prima, ogni cosa è già apparsa in precedenza, camuffata in modo diverso, vestita di abiti differenti, con un’altra nazionalità, un altro colore; la cosa, la stessa cosa e ogni altra cosa diviene un’eco e una ripetizione; e non c’è dolore, persino, che non sia il ripetersi di qualcosa, da tempo dimenticata, che torna ad esprimersi attraverso una sofferenza indicibile, attraverso giorni di pianto, solitudine, consapevolezza di essere stati traditi - e tutto per colpa di un gatto, piccolo, magro, moribondo», scrive Lessing - a proposito di quelle esperienze infantili che per 25 anni le impedirono di avere altri felini - in Gatti molto speciali, ora pubblicato in una bella edizione illustrata da Joana Santamans.

È questo un libro in cui descrive tutti i gatti avuti fino a quando è uscito, nel 1967: quelli della fattoria in Sudafrica, in precario equilibrio tra la vita domestica e quella selvatica, e quelli fin troppo umani- nevrotici e stressati - di Londra, dove andò a vivere trentenne. E soprattutto è un libro che dall’arrivo in Inghilterra parla solo di gatti: di vite da gatti. Gli uomini, che nemmeno hanno un nome, sono comparse. E sono gatti veri, non antropomorfizzati come nelle favole. Un soggetto abbastanza insolito, anche se certo non inesplorato, si pensi ad esempio allo straordinario e quasi contemporaneo romanzo L’estate della collina, di John Alec Baker, dove non ci sono uomini e protagonisti non sono nemmeno gli animali ma una collina (Gea Schirò editore).

Interpreti principali del racconto di Lessing, che dopo gli inizi drammatici diviene divertente e ironico, sono due gatte che si detestano e devono convivere. La gatta nera, una gatta concreta e materna, e la bellissima e seducente gatta grigia, femme fatale, imperatrice della casa, un po’ autodistruttiva, anoressica e narcisa, che vive solo per ricevere le lodi degli altri ed è priva di istinto materno, ragion per cui si ritrova operata e sterilizzata. Tradita, divenuta paffuta, perde agilità, grazia e la sua irresistibile flessuosità: «La bella tiranna di quella casa non c’era più. Il fascino imperioso, quei vezzi, con la testa e con gli occhi, che ti colpivano al cuore - era tutto finito. Aveva ripreso, naturalmente, quel suo antico modo di attrarre con le moine, come rotolarsi di qua e di là sulla schiena per essere ammirata (...) ma per lungo tempo quei gesti rimasero incerti, quasi fossero dei tentativi. Non era più sicura che sarebbero piaciuti, per molto tempo non fu più sicura di niente. E per questo insisteva. Nel suo temperamento si insinuò una nota stridente. Divenne stizzosa circa i propri diritti. Si fece dispettosa. (...) Per farla breve si era trasformata in una gatta zitella» scrive Lessing a proposito della malcapitata, il cui aspetto fisico condizionava il carattere.

Insieme alle luminose descrizioni della natura, soprattutto sudafricana, è proprio la ricostruzione della psicologia e della personalità delle due gatte uno degli elementi più godibili di questo libro. E se gli etologi troveranno alcune supposizioni un po’antropocentriche (e qualcuno arriccerà anche il naso di fronte a un paio di osservazioni circa i modi e i tempi dell’evoluzione) il lettore, che pure non fatica a riconoscere nei quadrupedi descritti tratti di gatti che ha conosciuto, ritrova in questi anche lati di bipedi a lui noti. Tanto che finisce per chiedersi se Lessing non ci stia invece parlando degli uomini. O anche di uomini: della personalità di tutti gli individui, miagolanti o no.

© Riproduzione riservata