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Il Papa e i corrieri dello Zar

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Storia

Il Papa e i corrieri dello Zar

Lo zar e la Chiesa. «Ritratto dell’imperatore di Russia Paolo I Romanov», opera di Vladímir Borovikovski
Lo zar e la Chiesa. «Ritratto dell’imperatore di Russia Paolo I Romanov», opera di Vladímir Borovikovski

L’archivio segreto del Vaticano e gli archivi della Federazione Russa, operando in stretta collaborazione, hanno presentano i documenti relativi ai tre secoli di storia durante i quali i rapporti tra la Santa Sede e la corte di San Pietroburgo furono costanti, e talvolta intensi. Anche oggi non perdono la loro rilevanza, evidenzia in apertura al volume The Romanovs and the Holy See, Russia and the Vatican. 1613-1917 il Segretario di Stato Vaticano, cardinale Pietro Parolin.

Nel 988 (anno del battesimo della Russia) il Granduca di Kiev, Vladimir, ricevette gli ambasciatori di Papa Giovanni XV. Successivamente, quelli di Gregorio V visitarono Kiev negli anni 991 e Mille, l’anno terribile della Fine del Mondo. Dalla metà del XV secolo, i contatti tra Santa Sede e Russia divennero, più o meno, regolari: dal 1434 al 1606, 29 diverse lettere e messaggi dei Pontefici romani ai granduchi e agli Zar furono indirizzati a Mosca, soprattutto da Pio V e Gregorio XIII.

Il carteggio dei Romanov con la Chiesa latina, dall’inizio del XVII secolo alla fine della dinastia con Nicola II, fu costante, anche se con periodi silenziosi. Quello che in essi si rileva è la scelta, iniziata con Pietro il Grande (morto nel 1725), di tenere i rapporti con Roma utilizzando il Sovrano Ordine di Malta.

E questo oggi si può affermare poiché una raccolta di documenti diplomatici, custoditi negli archivi della politica estera dell’Impero russo, è stata pubblicata per la prima volta. Rivelano che Malta interessava molto alla corte degli Zar: da essa si potevano meglio avviare rapporti con le potenze occidentali e, al tempo stesso, controllare da posizione strategica l’impero turco, eterno nemico; inoltre l’isola facilitava un miglior dialogo con Roma per cercare di porre fine al Grande Scisma, consumatosi nel 1054, anno in cui Leone IX fulminò con la scomunica il patriarca Michele I Cerulario, e questi rispose con un proprio anatema contro il Papa. Ecco perché Paolo I, Zar dal 1796 al 1801, creò il Priorato russo dell’Ordine di Malta a San Pietroburgo, aperto all’adesione di soggetti non di religione cattolica. Che l’isola fosse strategica lo dimostra, oltre l’interesse della Chiesa romana, anche quello inglese; non a caso Napoleone la invase. Quando ciò avvenne, il gran maestro Hompesch pubblicò un manifesto contro la cessione di Malta ai francesi, impostagli con la forza. Subito dopo i cavalieri nominarono gran maestro Paolo I.

Nella seconda metà dell’anno 1800 lo Zar, grazie alla collaborazione con l’ambasciatore di Napoli a San Pietroburgo, Serracapriola, fece pervenire al Vaticano segnali circa la sua volontà di raggiungere un accordo su diverse questioni. Soprattutto lo preoccupava lo scacchiere europeo, dove le forze monarchiche dovevano intraprendere una lotta contro le idee rivoluzionarie. Temeva il collasso. I troni e gli altari del Vecchio Continente barcollavano sotto la pressione della Francia rivoluzionaria. In tali condizioni, nella seconda metà dell’anno 1800, si tentarono delle soluzioni riguardanti il problema dell’Ordine di Malta. In agosto, tramite il duca Serracapriola, il Vaticano portò all’attenzione dello Zar la proposta di Pio VII di avviare negoziati informali con l’obiettivo di facilitare la soddisfazione «dei desideri di Sua Maestà Imperiale». Il Papa chiese a Paolo I di fare sapere al Vaticano come «riconciliare» le posizioni sulla questione del grande maestro dell’Ordine. Nell’autunno di quel 1800 seguì una serie di conversazioni tra Serracapriola e Paolo I, che erano amici. L’imperatore, secondo alcuni studiosi occidentali, avrebbe dichiarato di «sentirsi cattolico in cuor suo”. Nella storiografia russa prevale la valutazione scettica delle aperture dello Zar: questo, almeno, confermano gli archivi sin ora studiati. Egli era noto come “Amleto russo”, e di religione non discusse da nessuna parte, «sebbene c’è la sensazione che con il chiodo fisso dell’idea maltese fosse disposto ad oltrepassare i limiti», scrive nel suo acuto saggio sull’argomento il professor Piotr Stegnij.

Verso la fine del regno di Paolo I la garanzia pontificia del riconoscimento dello Zar come capo dell’Ordine di Malta divenne quasi il compito principale della diplomazia russa. A San Pietroburgo e a Roma si studiarono opzioni, tra cui quella relativa alla secolarizzazione dell’Ordine e, di conseguenza, la rimozione dalla guida spirituale del Vaticano a favore della corte russa. Idee simili furono espresse, ad esempio, dai rappresentanti del Pontefice nella capitale russa.

In questo contesto, di particolare interesse è il ritrovamento fatto da Piotr Stegnij negli archivi russi. Si tratta della conversazione dell’inviato dello Zar in Toscana, Akim Lizakevich, con Pio VII il 24 gennaio 1801. Questo documento, redatto in forma cifrata a “sua Maestà Paolo I” e classificato come “super secretissimo” dimostra quanto il Papa e lo Zar fossero vicini all’accordo sul problema dell’Ordine di Malta. Pio VII chiese all’ambasciatore Lizakevich (sensibile al denaro, che riceveva anche da Parigi e Londra) di comunicare a Paolo I di essere pronto a «portare a lieto fine il caso»; e fece sapere che era in attesa di «dirette e precise intenzioni dell’imperatore russo in tale senso». E sollecitò Paolo I di inviare a Roma «una persona ragionevole, piuttosto matura, che potrebbe mantenere il segreto rigoroso», al fine di sfuggire le spie di Vienna e di Madrid. Questo inviato avrebbe dovuto essere «un russo di nascita, ma non estraneo all’ambiente, capace di parlare italiano per potere comunicare direttamente con il Papa» (Pio VII non parlava francese). Il Pontefice fece inoltre sapere che gli sarebbe stato «molto gradevole» vedere Paolo in veste del gran maestro. «Vorrei, proseguiva Pio VII, ritirarmi a Malta, allorquando questa isola sarà restituita all’Ordine, e nel caso della liberazione dai francesi, viverci tranquillamente sotto la forte protezione dell’imperatore di tutte le Russie». «Il mio desiderio - continua il Pontefice - si estende ulteriormente a ricongiungere la fede greca con quella apostolica romana. Così si potrebbe glorificare per sempre e rendere immortale il nome del grande Paolo I; intanto sono pronto a recarmi di persona a Pietroburgo per potere parlare direttamente con il monarca russo la cui indole è basata sulla verità, la giustizia e la fiducia».

Il messaggio affidato da Pio VII a Lizakevich giunse a Pietroburgo solo l’8 aprile, quando Paolo I era morto da un mese. C’è qualche connessione tra questi due eventi? Domanda ardua. È verosimile che le informazioni sui contatti segreti, molto avanzati, tra Pietroburgo e la Santa Sede furono intercettate dai capi del complotto di marzo: per esempio, dall’ambasciatore britannico a corte, Charles Whitworth, che finanziò il colpo di palazzo e l’assassinio dello zar.

Solo negli anni ’40 del XIX secolo, i Romanov ripresero i negoziati con la Santa Sede, che portarono nel 1847 a un Concordato. Ma il patto fu rotto dopo la repressione dell’insurrezione polacca del 1863. Le relazioni si deteriorano fino al punto che lo Zar Nicola II divenne l’unico monarca che non scambiava con la Santa Sede gli auguri, neanche in occasione del nuovo anno.

Nel febbraio 1917 in Vaticano, la Rivoluzione russa e l’abdicazione dell'ultimo dei Romanov, furono accolte con gioia e entusiasmo. Sotto il governo provvisorio di laburista Kerensky, fu pubblicato l’editto sulla libertà di religione.

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