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La via italiana alla Shoah

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Storia

La via italiana alla Shoah

La buona storiografia non si nutre di opinioni provocatorie e interpretazioni bizzarre, ma è sempre frutto dell’umile lavoro di ricerca e d’archivio. Ne è un esempio questo eccellente volume dello storico Matteo Stefanori che in sole duecento pagine, riordinando vecchie fonti e scremandone di nuove, dice tutto quel che c’è da dire sulla via italiana alla Shoà.

Il primo merito del libro è appunto quello di offrire un aggiornato quadro d'insieme delle leggi, degli eventi e dei problemi riguardanti la persecuzione antiebraica nel nostro paese. Una materia ingarbugliata, qui esposta con esemplare sobrietà e chiarezza. Ovviamente, Stefanori inizia dal 1938 (non dal 1943), perché le leggi «razziali» di quell'anno (persecuzione dei diritti) costituirono il prius logico e fattuale della deriva successiva (persecuzione delle vite). Con buona pace di quanti, magari riesumando qualche obsoleto giudizio di Hannah Arendt, strologano ancor oggi sull’antisemitismo fascista come corpo estraneo alla nazione o sulle leggi del ’38 rimaste disattese in virtù degli «italiani brava gente». Invece, non solo quei provvedimenti furono assai vessatori, non solo nella nostra storia «poche leggi furono applicate con tanto zelo come quelle che perseguitarono gli ebrei» (Angelo Ventura), ma per certi aspetti furono addirittura più severe di quelle naziste (Michele Sarfatti).

Il cuore del lavoro di Stefanori è comunque riservato alla persecuzione antiebraica della Repubblica Sociale Italiana, annunciata il 30 novembre 1943 con l'ordinanza di polizia n. 5 del ministro dell'Interno Buffarini Guidi. Due erano gli obbiettivi: da un lato, «appropriarsi dei beni posseduti dagli ebrei mediante misure di sequestro e decreti di confisca»; dall’altro, «arrestare e rinchiudere tutta la popolazione ebraica in campi di concentramento». Bisognava eliminare per sempre gli israeliti dalla popolazione italiana, sia economicamente sia fisicamente. Secondo il «Corriere della Sera», restituire i loro averi agli italiani prostrati dalla guerra provocata dagli stessi ebrei (sic!), sarebbe stato «un atto di umana giustizia più ancora che di legittima ritorsione» (1° dicembre 1943).

Stefanori non si è limitato a delineare il quadro normativo della persecuzione, ma ha voluto indagare su come i provvedimenti siano stati effettivamente applicati dai funzionari di Salò. Per illuminare questa «ordinaria amministrazione», ha ricostruito le biografie e passato al setaccio gli atti e le comunicazioni di prefetti, questori, capi della polizia, direttori dei numerosi «campi di concentramento provinciali» (al funzionamento del campo di Vo’ Vecchio, ai piedi dei Colli Euganei, è riservato un intero capitolo). Ne è scaturito anche uno spaccato mentale di tutti questi «uomini comuni». Gli esecutori zelanti si alternavano a quelli più flessibili, cosicché spesso il destino delle vittime dipendeva dalla «discrezionalità delle autorità locali».

A volte anche un documento in apparenza banale apre uno squarcio significativo: «A Forlì, attraverso una fattura rilasciata dalla Cooperativa lavoranti falegnami si può risalire all’indirizzo esatto dell’edificio nel quale sorse il campo provinciale e ai responsabili dei lavori di sistemazione delle camerate». Intorno a una struttura di prigionia fioriva l’economia locale: «Per riparare finestre, per fare piccole opere di muratura o aggiustare un bagno, il direttore o il questore si rivolgevano a muratori, fabbri e operai locali. Le attività commerciali intorno ai campi fornirono il combustibile per il riscaldamento invernale, le lenzuola e le coperte; mentre gli spacci alimentari assicurarono ogni giorno i pasti agli internati e agli agenti di sorveglianza».

Stefanori espone questi scenari senza calcare troppo la mano. In una situazione tanto eccezionale, non tutti i “collaborazionisti” erano in grado di immaginare le conseguenze delle proprie azioni. Tanto più che, in apparenza, gli stessi «campi provinciali» si discostavano dai lager tradizionali, baracche in legno e filo spinato. Quelli italiani erano invece allestiti in castelli, ville, istituti religiosi e scolastici, colonie, caserme, e vi regnavano condizioni di vita generalmente buone. «Qui non è bello come in Agordo, ma c’è anche un bel giardino e sono qui altri bambini. Abittiamo [sic] in una grande villa e stiamo abbastanza bene», scrissero dal campo di Vo' Vecchio i due figli della famiglia Kapper, poi interamente annientata ad Auschwitz.

Paradossalmente, la relativa tollerabilità della prigionia danneggiò gli stessi internati. Non realizzando di trovarsi nell’anticamera della deportazione, rinunciavano a fuggire. A fine dicembre '43, cioè quasi subito, gli ebrei detenuti cominceranno ad essere trasferiti verso l'unico campo di concentramento “nazionale”, a Fossoli di Carpi (Modena), controllato dai tedeschi, da cui partiranno i convogli diretti ai campi di sterminio in Europa. Nell’estate del '44, temendo l’arrivo degli Alleati, Fossoli venne smantellato e le pratiche di deportazione si sposteranno nei campi di Bolzano-Gries e Trieste.

Se, come ha ipotizzato Michele Sarfatti, all'inizio del ’44 tra i vertici di Salò e del Reich fu stipulato un accordo segreto per una piena collaborazione nello sterminio, a livello locale – in assenza di norme esplicite – non sempre prefetti e questori consegnarono spontaneamente gli ebrei arrestati ai tedeschi, «alleati occupanti». È questa una delle principali novità della capillare ricerca di Stefanori, secondo il quale le obiezioni italiane – in gran parte vane – alle ingerenze germaniche non furono dovute a motivi umanitari, bensì politici. Pur condividendo la persecuzione, i capi di prefetture e questure cercarono di rimanere fedeli all’ordinamento di uno Stato che non reputavano affatto un “fantoccio” alla mercé dei comandi tedeschi, ma il legittimo erede del regime littorio.

Volenterosi o riluttanti a seconda delle circostanze e delle singole persone, i carnefici italiani contribuiranno all’arresto di circa 7.600 ebrei, un quinto di quelli presenti sul nostro territorio. Dei 6.806 deportati nei campi concentramento e di sterminio dell’Europa Orientale, ne ritorneranno solo 450, mentre 320 moriranno nella penisola. Questi i numeri ufficiali della Shoah italiana, probabilmente approssimati per difetto.

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