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Asinara, i fantasmi di un’isola

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Asinara, i fantasmi di un’isola

Il faro (agosto 2017). Una delle foto della mostra «Asinara» di Marco Delogu
Il faro (agosto 2017). Una delle foto della mostra «Asinara» di Marco Delogu

Leggermente fuori fuoco, come forse sarebbero piaciute a Robert Capa, queste foto di Marco Delogu attendono in silenzio il respiro dell’isola. E lo ascoltano. E, di più, vanno con lui in armonica consonanza. Alla luce tremula della luna, al vento placato prima dell’alba, al mare finalmente in riposo, le cicale hanno smesso il frinire impazzito che sarà la colonna sonora fra poco, e gli asini dormono la pace di un altro giorno immemore su questa terra.

«Non sono andato in Sardegna per molti anni e per il mio “ritorno” fotografico ho scelto un’isola che non conoscevo, così piena di ricordi dolorosi in contrasto con il grandissimo senso di bellezza e libertà che ora si prova»: così spiega Delogu l’incontro con l’Asinara. Carceri e isolamenti, violenze e ribellioni, urla destinate a perdersi nel vento, adesso è pacificata; lasciate le sovrastrutture umane (del peggio dell’uomo), resta l’ancestrale richiamo dell’incanto; la natura non ha bisogno altro che di sé stessa. L’uomo può aggiungere l’arte: ed è questo il mistero che svelano questi scatti, e che mi fa tornare in mente l’altro episodio recente, di commovente dedizione, di straripante poesia, che ha avuto per protagonista l’isola: il film di Gianfranco Cabiddu, «La stoffa dei sogni». Forse sarebbe stato un titolo buono anche per la mostra di Delogu, che ha invece scelto il più asciutto «Asinara» (la mostra è visitabile gratuitamente, sino a fine febbraio, tutti i giorni dalle 10 alle 19, presso la sede cagliaritana della Fondazione di Sardegna in via San Salvatore da Horta, 2).

Sogni e non più incubi, già, che in quest’isola nell’isola troppi ce ne son stati: fantasmi che ricorrono, di vite e di ritorni. I marroni, i blu, i neri e i rari bianchi di Delogu (che è artista prestato per il mondo alla diplomazia culturale, è infatti direttore dell’Istituto Italiano di Cultura di Londra) hanno un ritmo segreto che si coglie nell’insieme e che redime. In questi 25 scatti davvero «l’Asinara è un’intera Provenza disseminata di ruderi, montagne, radure, valli fiorite, baie e scogliere, porticcioli, fortini e casematte e animali selvatici», come scrive Edoardo Albinati, nel catalogo edito da Punctum. Gli scorci scelti da Delogu sono rivelatori. Qui i nomi di Curcio e Cutolo, delle rivolte di Fornelli e dei mafiosi in isolamento, ora sembrano solo echi di vento, di fronte alla persistente, enigmatica, incorruttibile meraviglia dell’isola, deturpata e ferita più che mai da muri e torri, e filo spinato e squallidi edifici. Eppure; i cespugli, l’acqua azzurra, persino le spine e le pietraie: la bellezza e il male sono gli opposti toccati a questo scoglio. Delogu lascia andare, fa fluire ciò che è stato: e la notte, qui, gli porta consiglio.

«Dopo una curva – racconta il fotografo – si scopre Cala Arena e la sua duna di sabbia maculata di ginepro; altre curve e un rettilineo, ecco il faro in lontananza, per fortuna, spento. Cominciano ad arrivare le nuvole e con loro un po’ di ansia. Qui l’isola è ancora più isola, e i dolori non sono i ricordi del carcere o del lazzaretto, ma quelli di solitudini profondissime». E, di nuovo, chi ha visto il capolavoro di Cabiddu (che è sì omaggio a Eduardo e a Shakespeare, ma è tutto intimamente del cineasta, ciò che ne fa opera d’autore quanto mai), non può che capire quanto l’arte e solo l’arte eleva e compie l’uomo; di là il teatro (il cinema), la parola; qui l’immagine. Sono due modi di celebrare un’appartenenza: permettetemi di dire – campanilismo, sì, lo ammetto –, quanto il “genius loci” possa essere infine compreso appieno da chi lo possiede per nascita, per vita. Un dato così oggettivo come la geografia, un portato così sfuggente come la storia, uniti da un guizzo superiore: è l’anima delle cose che, in un’isola, permette la trasfigurazione. E si fa naufragio, se non si sa cogliere tanta potente bellezza. Se non ci si àncora a questa sabbia, a questo cielo. A questo vento di mare, respiro dell’eterno.

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