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L’eredità (mancata) del ’68

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PAOLO POMBENI

L’eredità (mancata) del ’68

A Milano. Un momento della manifestazione studentesca nel ’68 (Fotogramma)
A Milano. Un momento della manifestazione studentesca nel ’68 (Fotogramma)

La densa riflessione di Paolo Pombeni sul Sessantotto si apre con la «primavera dei popoli» del 1848, quel vasto movimento che incrinò la Restaurazione e, benché sconfitto, gettò i semi del costituzionalismo e del principio di nazionalità, destinati a ridisegnare l’Europa in cui ancor oggi viviamo. Un parallelismo, quello tra 1848 e 1968, in apparenza sacrilego. Cosa hanno in comune i Cattaneo, i Manin, i Mazzini, i Montanelli, i Saffi con i ben più modesti Capanna, Sofri, Brandirali e Negri? Ma Pombeni – che pure ammette di aver partecipato, giovanissimo e «in quinta fila», al clima di quegli anni – ragiona ora da storico, non da testimone. Quarantotto e Sessantotto hanno più di un trait d’union: non furono soltanto fugaci eruzioni improvvise, bensì il risultato di una lunga incubazione i cui effetti si estenderanno ben oltre la conflagrazione del momento.

Per comprendere l’eredità del Sessantotto italiano, Pombeni ci invita a non soffermarci esclusivamente sugli slogan iperbolici, sugli esami di gruppo, sui vitalizi di Mario Capanna, sui tanti intellettuali di contropotere poi diventati mediocri uomini di potere. Meri epifenomeni, rispetto alla profondità delle correnti che agitavano la società, spesso sfuggendo alla percezione tanto dei contestatori quanto dei loro avversari. Del resto, il discorso pubblico sul Sessantotto è tuttora distorto dalle visioni di parte, apologetiche o denigratorie. Scandagliato invece con gli occhi dello storico, quell’annus mirabilis (o horribilis) rispecchia una mera «transizione di civiltà», né buona né cattiva in sé.

Il «mondo che abbiamo perduto» collassò come un castello di carte non soltanto a causa del «vento della protesta» o di un generico crollo dei valori, ma soprattutto perché edificato su un equilibrio precario. Quanti lo rimpiangono, dovrebbero interrogarsi sui motivi di questa débâcle: «Se fosse stato una solida costruzione di pietra avrebbe probabilmente resistito e costretto gli assalitori a conquistarlo davvero per trasformarlo dall’interno, piuttosto che bearsi della contemplazione delle sue rovine rase al suolo con troppa facilità».

In questa frase è forse racchiuso il senso dell’intero ragionamento di Pombeni. Da un lato, la società ingessata messa in crisi dal Sessantotto conteneva le premesse della propria disgregazione, perché incapace di adeguarsi alla modernità incalzante. Dalla morale sessuofobica al sistema educativo, dall’ottuso classismo alla famiglia autoritaria, il catalogo è fitto. Dall’altro lato, però, questa dissoluzione è stata talmente repentina e irreversibile che alla forza della pars destruens non è seguita una pars construens proporzionata alla sfida lanciata. Anche qui, gli esempi non mancano. L’idolatria della rivoluzione ha sdoganato «l’inclinazione alla violenza come (illusoria) levatrice della storia». Il sindacalismo ideologizzato ha gettato alle ortiche l’«interesse generale», trasformandosi nel «difensore dei soprusi e dei privilegi ingiustificati dei lavoratori». La demonizzazione preconcetta del libero mercato ha prodotto «un keynesismo volgare che riteneva si potesse operare in deficit sulle disponibilità presenti nel bilancio pubblico». Il radicalismo millenaristico ha privato il Paese di una salda cultura riformista. Lo spirito trasgressivo ha soffocato il rispetto delle regole. L’equiparazione dell’autorità all’autoritarismo ha finito col negare che «un principio di autorità sia necessario anche per l’organizzazione del sapere», pena l’anarchismo metodologico.

Quest’ultimo aspetto spicca anche nel campo degli studi storici. Prima del Sessantotto, era quello un milieu forse sin troppo polveroso e paludato. Svecchiandolo, si è però buttato via il bambino con l’acqua sporca. Oggi ci sono storici che non soltanto non hanno mai messo piede in vita loro in un archivio, ma che addirittura teorizzano un metodo del genere: prigionieri di un’ipertrofia interpretativa che ha privilegiato le fonti immaginifiche e messo da parte i capisaldi del mestiere, ossia il rispetto dei fatti e il rigore degli scavi documentari. Per non parlare dell’iperspecialismo trionfante. Cosicché gli antichi maestri di un tempo, capaci di muoversi agevolmente attraverso cinque o sei secoli di storia, ci appaiono figli di una stagione di studi irripetibile.

Il Sessantotto non è passato invano neppure sul versante religioso. In pagine fra le più ispirate del libro, Pombeni illustra gli influssi a lungo termine non soltanto sulla politica cattolica, ma anche sull’organizzazione istituzionale della Chiesa e sul modo di vivere la fede, riscoprendo i «temi più autenticamente religiosi, legati alle grandi domande della vita». Anche per merito del Sessantotto, l’attuale presenza cattolica nella società italiana è quanto mai lontana da quella restaurazione sognata dalle alte gerarchie all’indomani della Seconda guerra mondiale. Ma è pure vero che la modernizzazione delle istituzioni ecclesiastiche non ha sempre assunto fisionomie progressiste. Forse sarebbe esagerato reputare Giovanni Paolo II un figlio del Sessantotto, eppure, come sottolinea Pombeni, egli fu assai abile nel rivestire con un involucro comunicativo particolarmente moderno un messaggio tradizionalista.

In definitiva: il Sessantotto ha vinto o perso? È risultato vittorioso sul piano del costume, perché ha sancito ufficialmente una laicizzazione socioculturale da tempo latente. E tuttavia, conclude Pombeni, la nostra epoca è assai lontana da quella immaginata dai sessantottini e paventata dai loro nemici. Forse perché è il frutto di mutamenti che gli intellettuali del Sessantotto non avevano lontanamente immaginato, dall’avvento dell’informatica a un mondo del lavoro sempre più destrutturato. Si parla persino di fine della modernità, «qualcosa di più complesso della retorica sul postmoderno». Riusciranno le nuove generazioni, come si augura Pombeni, a concorrere per «dare uno sbocco costruttivo alla grande trasformazione in cui ci troviamo immersi»?
Paolo Pombeni, «Che cosa resta del ’68», il Mulino, Bologna, pagg. 128, € 12. In libreria dal 1° febbraio

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