Domenica

Libri che ci danno forza

CARLO OSSOLA

Libri che ci danno forza

Nel vivaio delle comete. Il titolo del libro di Carlo Ossola è un verso del poeta rumeno Paul Celan
Nel vivaio delle comete. Il titolo del libro di Carlo Ossola è un verso del poeta rumeno Paul Celan

Dalla biblioteca, dai libri che ci sono cari, diceva Petrarca nel De remediis utriusque fortunae, bisogna trarre i passi che ci possono servire ad affrontare la buona e la cattiva sorte. Quei libri, quei passi, ci daranno le armi che ci aiuteranno a combattere, oppure le fiale che contengono le medicine che servono a curare i nostri mali.

Mi chiedevo se qualcosa di questa antica concezione della letteratura non sia presente, rivestita di forme nuove, nell’ultimo libro di Carlo Ossola, che fa in un certo senso da pendant alle sue cronache di viaggio, pubblicate dal «Sole 24 Ore», in cui ogni tappa diventava un luogo della memoria culturale, in cui i nomi dei paesi richiamavano letture, simboli, testimonianze. Abbiamo infatti di fronte 35 brevi capitoli, 35 frammenti di lettura, che da un lato rispondono alla misura richiesta dalla destinazione iniziale (sono usciti nella rubrica Agorà dell’«Avvenire») e dall’altro ben si confanno al peculiare tipo di lettura che il libro presenta. Quello che ci viene presentato è un itinerario attraverso autori molto diversi, una serie di “stazioni” che iniziano con Plutarco e Marco Aurelio e arrivano fino a Calvino, Paul Celan, Yves Bonnefoy, che di Ossola è stato collega al Collège de France. Una scelta molto ampia, in cui non mancano i classici, italiani e stranieri, una scelta che impegna ogni volta l’autore in una sorta di dialogo serrato, alla ricerca di quello che davvero conta, di ciò che sta dentro il testo, magari nascosto e periferico, ma che può sempre dirci qualcosa di importante, di essenziale, qualcosa da riporre nel nostro, comune, thesaurus della memoria. È una lettura molto personale e selettiva, in cui il raffinato apprezzamento formale si intreccia strettamente con una dimensione religiosa, direi di carattere profetico. Non a caso il termine “meditazione” appare spesso, dedicato sia agli autori che ai loro critici. Ad esempio Petrarca è ricondotto a «quel solco agostiniano che Maria Zambrano aveva così acutamente ricostruito (e da altra parte hanno poi tracciato Pierre Hadot e Michel Foucault): quello della letteratura come “esercizio spirituale”, da Marco Aurelio ad Agostino, da Petrarca a Rousseau». In questa prospettiva appare rivelatore un verso, «che ’nvisibilmente i’ mi disfaccio» (RVF, CCII,4), «il più doloroso verso che la letteratura occidentale conosca prima di Baudelaire», scrive Ossola, che lo legge come il rovescio dell’annuncio creaturale di Agostino, nel De cathechizandis rudibus (XXV,46) là dove si invita a riflettere come l’uomo esca alla luce grazie all’invisibile formazione divina («Domino Deo invisibiliter formante»): «dall’”invisibilmente formarsi” del dono biblico all’”invisibilmente disfarsi” dell’”alma stanca”, dello “stanco mio cor vago”(RVF, CCXLII)…il fluire del Canzoniere è impercettibilmente ossessivo, variazione all’infinito d’una monodia che s’insinua, notturna ronda alla nuda scena dell’Assenza: “che ’nvisibilmente i’ mi disfaccio”».

Le poesie di Michelangelo vengono rilette attraverso Baudelaire, Marguerite Yourcenar e l’amato Ungaretti e si sottolinea la «ricerca spirituale conscia della nostra finitudine e tuttavia raccolta nel “beneficio di Cristo”, beneficio di grazia e di perdono». Ma possiamo qui solo dare qualche idea di una messe davvero ricca di scandagli, di provocazioni condotti a partire dai testi più diversi e che confluiscono nel denso capitolo finale, Per il XXI secolo: «Siamo già cittadini d’Europa nel quotidiano, ma molto manca perché essa sia patria, elegga i fondamenti della propria storia, i manuali dei propri classici, la propria memoria condivisa». A tale prospettiva questo libro intende dare un contributo, riprendendo nel titolo e nell’ispirazione due versi di Paul Celan («nel vivaio /delle comete») per dire che «è il momento di convocare il lascito di molti millenni che scongiuri l’”animale totalitario” che da decenni va crescendo, senza volto, nutrito dall’incuria di sé, dallo spegnersi di responsabilità e speranza, dall’affidarsi a effimeri eventi…L’Europa dovrà combattere contro i demoni della propria repleta sazietà. Dovrà ritrovarsi, con gli indigenti, indigente della propria dignità, bisognosa di darsi nome con i senza nome».

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