Domenica

Sesso e desiderio in provetta

  • Abbonati
  • Accedi
PROCREAZIONE ASSISTITA

Sesso e desiderio in provetta

Concepimento tecnologico. Provette di sperma congelato
Concepimento tecnologico. Provette di sperma congelato

«Il corpo – diceva Le Goff – è la sede della metamorfosi dei tempi nuovi». Allo stesso modo, la sessualità porta il segno dell’epoca in cui viviamo. Senza partire da qui sarà difficile cogliere lo spirito con cui Paola Marion, membro ordinario con funzioni di training della Società Psicoanalitica Italiana e attuale direttore della «Rivista di psicoanalisi», ha scritto Il disagio del desiderio, un tour de force nei luoghi più esplorati, eppur tutt’ora impervi, della psicoanalisi: il desiderio e le sessualità.

Lo sforzo di Marion è titanico: contenere e confrontare, nel respiro di un breve trattato, più di un secolo di teorie spesso in conflitto tra loro, dall’epoca della normatività punitiva a quella della fluidità dispersiva. Eppure, pagina dopo pagina, questo libro conquista il lettore e, con passo di romanzo, l’eroismo del compito si risolve nel piacere della conversazione e del contrappunto. Raccogliendo la famosa provocazione di Green, che nel lontano 1995 chiedeva ai suoi colleghi: «La sessualità ha qualcosa a che fare con la psicoanalisi?», Marion attraversa l’intera opera freudiana fino al fortunato, e necessario, approdo winnicottiano. Una traversata oceanica, anche nel senso del confronto tra la sponda europea, soprattutto francofona, della psicoanalisi, a volta appesantita dal suo essenzialismo naturalista, e quella nordamericana, talora fin troppo alleggerita dal suo costruzionismo culturalista.

La domanda che più sta a cuore a Marion riguarda il destino del desiderio quando il progetto di un figlio, come oggi spesso accade, è separato dall’atto sessuale. Questa «espulsione», dice, scegliendo un termine forse troppo connotato, inevitabilmente mette in discussione le invarianti teorico-cliniche su cui la psicoanalisi ha fondato la propria identità, in particolare la scena primaria e il complesso edipico. E che fare quando le invarianti variano? Sospesa, come tutti noi, tra le certezze (perdute) del passato e le trasformazioni (inevitabili) del presente, Marion non fornisce ricette facili né scaglia anatemi anacronistici. Fa «semplicemente» quello che deve fare un analista: ascolta, problematizza, accoglie l’alterità. Anche quando si presenta come quel salto, per molti difficile da comprendere, che dalla possibilità di far l’amore senza fare figli (anticoncezionali) ci ha portato alla possibilità di fare figli senza far l’amore (procreazione medicalmente assistita). Entrambe sono scelte: la prima svincola i piaceri sessuali dall’obbligo della genitorialità, la seconda obbliga il desiderio di genitorialità agli eventuali dispiaceri della tecnologia.

Su temi analoghi, un altro psicoanalista, Ferro, ci ricorda che «tutto ciò che è nuovo come prima reazione ci scandalizza perché turba degli assetti di pensiero stratificatisi nel buon senso». Compito della psicoanalisi non è né giustificare il conservatorismo né sostenere con entusiasmo acritico un fantomatico «diritto» alla genitorialità. Direi che il problema etico che si pone alla psicoanalisi è come rendere pensabile, e quindi sostenere, il desiderio di diventare genitore quando imbocca la strada, praticabile, che non è quella della riproduzione «spontanea». Del resto, ogni genitorialità – spontanea o tecnologica, etero- o omosessuale – contiene i rischi del passaggio all’atto e la ricerca del complemento narcisistico. Non è certo il modo con cui si diventa genitori a proteggere i figli da genitorialità cattive e patologiche.

La psicoanalisi sarà in grado, si domanda Marion, «di accogliere all’interno del suo apparato teorico-clinico il nuovo che avanza?». Per esempio, in che modo il suo concepimento tecnologico lavorerà nella psiche del bambino? Quali elementi fantasmatici si attiveranno se la «scena primaria» ospiterà medici, donatori di gameti e gestanti per altri? Come si rifletterà tutto questo sulla domanda relativa alla nostra origine? Le grandi trasformazioni producono preoccupazione e curiosità. Leggendo Marion si capisce che entrambe la abitano, sentimenti in lotta tra loro che alla fine imparano a convivere, integrandosi. Parola winnicottiana, quest’ultima, che in questo libro si fa parola-chiave. Rispettosa dell’esperienza dell’altro, anche quando questa mette in discussione le sicurezze con cui la sua generazione è cresciuta, Marion non si nasconde dietro il politically correct. Perché la psicoanalisi «proprio in virtù della sua struttura e perché conosce bene anche l’altra faccia della medaglia da cui siamo abitati, quella inconscia, mai potrebbe esserlo».

La sua riflessione si rivolge non solo alle genitorialità diventate possibili con l’intervento della tecnica, ma anche alla realtà delle varianti e delle disforie di genere. Realtà psichiche e sociali che pongono domande sempre più urgenti alla psicoanalisi. La quale, come del resto la biologia, non ha ancora fornito risposte convincenti. Qui Marion dice una cosa importante, che ogni clinico dovrebbe tener presente: di fronte a tematiche che sollevano domande a cui non sappiamo fornire risposte, il compito dell’analista non è rispondere ai perché, bensì entrare in contatto con l’esperienza individuale e favorire un’elaborazione psichica. Consapevole che “il nostro campo d’indagine riguarda sempre esperienze singole e ogni generalizzazione può risultare azzardata”.

La bellezza, si sa, è nell’occhio di chi guarda. Senza perdere né il filo né la calma, e con linguaggio comprensibile anche a chi non padroneggia la materia, Marion esplicita fin dalle prime pagine il compito a cui la psicoanalisi, nel ripensarsi alla luce della «vertigine tecnologica», è chiamata: rielaborare il lascito freudiano e costruire una comprensione «consona al tempo in cui viviamo». Senza paventare scenari catastrofici (che semmai mi è sembrato di intravedere nella prefazione di Giuliano Amato), il libro non può che concludersi con un appello al concetto di «responsabilità», più che a quello, di solito invocato, di limite. La responsabilità «di trasformare in pensieri, vissuti emotivi personali, esperienze, scelte, vicissitudini che rischiano altrimenti di sedimentarsi come “pezzi” mentali inelaborati e inelaborabili […] con conseguenze su di sé e sull’altro».

© Riproduzione riservata