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Gorby, il marziano della perestroika

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Lettera da Mosca

Gorby, il marziano della perestroika

(Afp)
(Afp)

Non era facile entrare nell’edificio piuttosto lugubre al numero 4 di Staraya Ploshchad. Ancor meno lo era per i giornalisti occidentali accreditati in Unione Sovietica, ad eccezione di Giulietto Chiesa, allora corrispondente dell’Unità: per Michail Gorbaciov, Giulietto era il portavoce a Mosca dell’Eurocomunismo berlingueriano, il compagno-consigliere delle riforme di un marxismo nuovo che il leader sovietico sognava di realizzare anche a Est.

Ma quella volta entrammo tutti nella sede del Comitato centrale del Pcus a Staraya Ploshchad, la piazza vecchia che in realtà è un viale alberato. Era venuto in visita Achille Occhetto che nel giugno 1988 era succeduto ad Alessandro Natta alla guida del Pci. In via straordinaria, ai corrispondenti italiani non fu solo concesso di entrare nel palazzo ma di salire fino all’anticamera di Gorbaciov e, inaspettatamente, di essere presentati al leader sovietico, stringergli la mano e scambiare due parole di circostanza.

Glasnost e Perestroika incominciavano a dare qualche frutto ma in quell’epoca fra gli avvenimenti reali e noi, in Unione Sovietica continuavano ad esserci soprattutto Pravda e Izvestija: cioè la lettura fra le righe dei due grandi giornali per tentare di comprendere nuances ed eventuali segnali del sistema. «Komsomolskaya Pravda» e «Literaturnaja Gazeta» ogni tanto rompevano il grigiore, il settimanale «Ogoniok» e il gruppo Memorial lo sfidavano apertamente. Ma le notizie erano poche e i contatti diretti con le fonti ancor meno.

Una bussola imprescindibile era diventato Gorbaciov (Rusconi, 1989, ma uscito in Francia nell’87), il primo tentativo di biografia scritto da Michel Tatu. Non c’era altro: la linea del telefono la si conquistava ogni quindici tentativi e per avere il telex in ufficio occorreva un permesso. Nel Paese col più alto tasso di lettura al mondo, entrare in libreria era un esercizio di sottomissione alla propaganda.

Quel giorno a Staraya Ploshchad scoprimmo dal vivo il sorriso rassicurante di Gorbaciov, la sua stretta di mano amichevole. Ci fu chiaro che dietro i discorsi ufficiali e quell’accento meridionale della regione del Volga; che oltre la promessa delle riforme, la trasparenza e l’apertura di cui si coglievano segnali, c’era un uomo reale.

«La sua forza rese possibile ogni cosa. Ma le sue debolezze minarono l’intero progetto», scrive William Taubman alla fine della sua monumentale opera dedicata a Gorbaciov. È il segno di un percorso storico interamente compiuto se nel centenario della Rivoluzione d’Ottobre si pubblica la biografia dell’uomo che ha smantellato l’Urss, svelando l’inganno di una rivoluzione che aveva illuso l’umanità ma che non sarebbe accaduta senza il complotto ordito e finanziato dai servizi segreti del Kaiser per fare uscire la Russia dalla guerra mondiale.

Una decina d’anni fa Taubman, l’autore di Gorbchev: His Life and Times (W.W. Norton, 880 pagine, 39,95 dollari), aveva vinto il pulitzer per una biografia su Nikita Khrushev. Anche in Gorbaciov l’indagine psicologica della persona corre parallela a quella politica del leader. L’età nella quale crebbe l’ultimo segretario del partito sovietico fu tragica: la collettivizzazione stalinista delle campagne e poi l’aggressione nazista. Ciononostante nell’intimità della famiglia la sua fu un’infanzia felice. Per questo Mikhail Sergeevic Gorbaciov fu un leader ottimista.

«È un cavallo di Troia del comunismo, vero?», mi chiese una volta il mio direttore di allora, Indro Montanelli. Non fu difficile convincerlo che Gorbaciov non era un tranello ma una novità straordinaria. Era il problema e il successo di Michail Sergeevic: suscitare prima il dubbio e poi la stima profonda di chi aveva osteggiato per decenni l’Urss e il comunismo. Margareth Thatcher, Helmut Khol, il papa. Gobaciov e Ronald Reagan svilupparono un rapporto di stima totale che andava oltre la scoperta che un conservatore repubblicano e un comunista di Stavropol avevano un sentire comune sul futuro del mondo.

Triste pensare che oggi il confronto sia con Vladimir Putin e Donald Trump. Entrambi – Gorbaciov e Reagan - erano cresciuti in piccole comunità agricole e avevano avuto un’infanzia felice nonostante i tempi difficili. E anche in politica erano convinti che sotto le difficoltà, gli uomini fossero intrinsecamente ottimisti come loro.

Non è tuttavia questa la risposta alla domanda che Taubman si pone fin dall’inizio della sua biografia: «Come è diventato capo del Partito comunista a dispetto della rigorosa organizzazione di controlli e garanzie» del sistema, «create per guardarsi da gente come lui?». Gorbaciov aveva scalato gli apparati del partito nell’età di Breznev; era entrato nel Politburo, come membro supplente più giovane, sotto l’egida di Mikhail Suslov, il sacerdote dell’ortodossia ideologica; il suo padrino politico era stato Yuri Andropov, il capo del Kgb; “Mr. Niet” Andrey Gromyko lo chiamava “marziano” perché quel giovane cooptato nel gerontocratico sinedrio comunista pensava che il realismo stalinista potesse essere sostituito in diplomazia da un dialogo fra nemici che al vertice di Reykjavik del 1986 avrebbe sfiorato il disarmo nucleare.

Oggi al numero 4 di Staraya Ploshchad c’è l’Amministrazione presidenziale russa. In qualche modo è una restaurazione: secondo l’ottantaseienne Gorbaciov la Russia di Putin è «un partito di burocrati e la peggiore versione del Pcus». Dall’attuale potere Michail Sergeevic è ricambiato con la stessa disistima. In un recente sondaggio sulla popolarità degli ex segretari generali del partito, la metà dei russi ha sostenuto di preferire Leonid Brezhnev. Seguono Lenin e Stalin. Gorbaciov è l’ultimo. «Il nostro popolo è libero di parlare come crede, libero di scrivere, libero di riunirsi e discutere», aveva detto Michail Sergeevic al culmine dei suoi sei anni di potere alla testa del partito. Ma i russi non erano e continuano a non essere preparati a tanto ottimismo. Nemmeno cento anni dopo l’Ottobre.

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