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Diventare donna nell’apatia del Cairo

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Yasmine El Rashidi

Diventare donna nell’apatia del Cairo

A Milano. Yasmine El Rashidi sarà il 9 marzo a Tempo di Libri
A Milano. Yasmine El Rashidi sarà il 9 marzo a Tempo di Libri

«Avevo chiesto a Mama perché la gente camminasse scalza per strada. Lei mi aveva risposto che era il risultato del disinganno. Poi si era spiegata meglio. Mettiamo che tu stia guardando un quadro, e qualcuno ti dica che stai vedendo una certa cosa, ma tu in realtà sai di vedere qualcos’altro. Dopo un po’, comincia ad andare così ogni volta che ti mostrano un quadro. Tu non credi più a quello che ti dicono, e dopo un po’ smetti di interessartene. Io ascoltavo. L’autista ripartì. Chiesi se l’autobus sarebbe esploso. Sapevo che gli autobus esplodevano. Sgranocchiai il grissino. Mama si voltò e guardò le briciole cadermi addosso. Mi disse di stare più attenta». È un Paese apatico e insieme profondamente inquieto quello descritto in Cronaca di un’ultima estate, penetrante esordio della quarantenne Yasmine El Rashidi che - sullo sfondo di un romanzo di formazione - ha delineato l’evoluzione dell’Egitto dall’indipendenza a oggi.

Le ultime estati narrate in realtà sono tre, anzi quattro. La prima è quella, caldissima, del 1984. Mubarak è già al potere, la narratrice ha sei anni. La madre, che prima non aveva mai sofferto la canicola, arrotola asciugamani bagnati sui davanzali dalle persiane chiuse per tenere fuori l’aria rovente. Il padre non torna a casa da settimane. Nessuno le dice perché, nessuno ne parla anche se tutti ne sentono la mancanza. La bambina aspetta. Altre persone spariscono. A scuola scrive una storia: La gente che scompare, la maestra le dà zero, non si dicono queste cose. La televisione mostra i bambini che muoiono di fame in Etiopia, non quelli che muoiono di fame nella loro città, Il Cairo. La metropoli pullula di spie del regime e di agenti in borghese, le persiane sono ovunque serrate. Il cugino Dido nei lunghi pomeriggi cerca di coinvolgere la piccola protagonista nella sua passione per la politica, di cui parlano tutti ma con circospezione, e le insegna che se l’onda sta per colpirla in faccia, deve tuffarsi sotto.

La seconda estate è quella del 1998, invasa dalle formiche. La televisione afferma che se ti mordono in tante possono uccidere, ma c’è chi sostiene sia un messaggio subliminale del governo per evocare gli islamisti e i loro attentati. Il padre non è mai più tornato e la figlia ormai adolescente prende appunti sulla vita quotidiana per la sceneggiatura di un film: vuole realizzare un cinéma vérité (il titolo stesso di questo romanzo pare evocare Chronique d’un été di Edgar Morin e Jean Rouch)che si contrapponga con la sua autenticità alle agiografie trasmesse dalla televisione di Stato, fautrici del disinganno. Dido cerca invano di disseppellirne la rabbia, di spronarla all’attivismo. Conia un termine ibrido tra arabo e russo per definire il vuoto interiore della sua generazione: «noi siamo troppo passivi, non siamo capaci né di fare la rivoluzione né di amare». Amore e rivoluzione per lui sono un cosa sola e mancano entrambi.

Assenze e silenzi dominano anche questa seconda parte, dove il racconto è un andirivieni tra la parola rivoluzione - le due già fallite e una più “vera” a venire, che potrebbe essere quella comunista o quella islamista dei Fratelli musulmani - e la parola apatia, un’apatia avvilita, un ozio che alimenta solo se stesso, dolcezza della resa che riporta ai Fannulloni della valle fertile, piccolo capolavoro del 1948 - quattro anni prima della seconda rivoluzione - dell’egiziano Albert Cossery, recentemente tradotto da Einaudi (si veda la «Domenica» del 20 novembre 2016) in cui i protagonisti cercano di fare qualcosa per tutto il racconto, senza riuscirvi.

La terza estate è quella del 2014, ma sono continui i ricordi di un’altra, quella tesissima che precedette la rivoluzione del 2011 quando schizzò il prezzo dei pomodori e dell’okra, la verdura meno cara, e il fuso orario fu spostato per far fronte al caldo e ai tagli di corrente. La sommossa si annunciò con un mutamento dei suoni di quella che negli anni era divenuta una megalopoli: i clacson si erano sia calmati sia intensificati, assumendo un tipo di impazienza diverso, al consueto chiacchiericcio della gente si erano sostituiti improvvisi bruschi scambi di frasi. La protagonista, ormai una giovane donna, tende l’orecchio, aspettando «il momento in cui il rumore della città si fermava di colpo. I condizionatori d’aria e il brusio di attività, macchine e generatori emettevano un ruggito per poi implodere. Per un attimo regnava il silenzio, poi cominciavano le auto, i clacson e un rimbombo. Era un segnale di eccesso, di una città sovraccarica. Eravamo al collasso».

Il fermento ribolle sotto una superficie cristallizzata, in una cultura non abituata al cambiamento: «Tutti quelli che conoscevamo mantenevano le proprie vite così com’erano nel corso delle generazioni». I divani ricoperti di plastica, le case come capsule del tempo. A sorpresa torna il padre, è ben diverso dall’uomo di cui conservava memoria: gli anni avevano sovrascritto i ricordi con l’immaginazione e i racconti altrui e ciò che aveva subìto aveva fatto il resto.

Poi la rabbia esplode, si sfoga la frustrazione: è la rivolta. Per i giovani anche un modo per riscattare i genitori: la protagonista cerca di coinvolgere il padre sperando di salvarlo dal passato, riportandolo in un nuovo presente. Tradita due volte, la rivoluzione fallisce. Nelle piazze ci sono gli stupri, all’obitorio mucchi di ragazzi col numero di telefono delle madri scritto sulle braccia. Il potere è dei militari. Dido viene arrestato. «A volte tra i vivi e tra i morti c’è poca differenza» dice lo zio a proposito dei prigionieri politici cui hanno spezzato la volontà dopo una visita in carcere (impossibile in queste pagine commoventi non pensare ai dissidenti torturati e uccisi, alle decine di migliaia ancora in cella, come Alaa Abdel Fattah, e a Giulio Regeni, assassinato proprio due anni fa). Eppure, la sera dell’insediamento del generale al-Sisi, che la protagonista s’è rifiutata di votare, le persiane delle case intorno alla sua sono quasi tutte aperte.

Yasmine El Rashidi, Cronaca di un’ultima estate, trad. di Costanza Prinetti, Bollati Boringhieri, Torino, pagg. 160, € 16.50, in libreria dal 9 febbraio

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