Domenica

Politica, ovvero l’arte dei pazzi

niccolò machiavelli

Politica, ovvero l’arte dei pazzi

Trasfigurazione teatrale, La  «Mandragola» di  Machiavelli, diretta da Jurij Ferrini, andata in scena al Teatro Vittoria di Roma nell’aprile 2017
Trasfigurazione teatrale, La «Mandragola» di Machiavelli, diretta da Jurij Ferrini, andata in scena al Teatro Vittoria di Roma nell’aprile 2017

Ritorna in libreria la raccolta «Tutte le opere» di Niccolò Machiavelli nell’edizione del 1971 curata da Mario Martelli. Sta per uscire nella collana «Il pensiero occidentale» di Bompiani, con nuove introduzioni ai singoli testi. Apre il libro un saggio introduttivo dal titolo «Per un ritratto. Machiavelli riformatore e utopista», di Michele Ciliberto, che inquadra con rinnovate prospettive l’opera del segretario fiorentino (lo stesso Ciliberto ha scelto, e sistemato, l’estratto che si legge in questa pagina). È un volume di 3.260 pagine (costa euro 75), sarà in libreria il 7 febbraio. È una raccolta che si potrebbe definire classica, con quasi tutte le lettere e alcune legazioni (legazioni e commissarie, nell’edizione nazionale in corso da Salerno Editrice, occupano 7 volumi); ovviamente il tomo Bompiani contiene gli scritti politici, quelli storici e letterari (anche in poesia), il teatro. In calce ai testi c’è una rassegna bibliografica degli studi machiavelliani (2000-2015) di una ottantina di pagine, realizzata da Alessandro Arienzo con la collaborazione di Artemio Enzo Baldini e Claudia Favero.

È un libro ponderoso e pratico, di ottima leggibilità e il corpo dei caratteri rispetto all’edizione 1971, allora impaginata a doppia colonna, consente una lettura senza sforzi di carattere oculistico dell’italiano cinquecentesco. Del resto, avere in un volume tutte le opere di Machiavelli, un autore che ha sempre una sua attualità, presenta non pochi vantaggi.

Dopo gli anni della crisi e della sconfitta, Machiavelli resta sempre sulla soglia del potere: vi si avvicina anche grazie alla simpatia e alla stima di Guicciardini, che pure ne teme il carattere (e il riso, anzi il ghigno); ma non riesce mai a varcarla. Il che non significa che abbia rinunciato alla politica e alla riflessione politica, e questo non vale solo per il Principe o i Discorsi: anche l’Arte della guerra, le Istorie fiorentine, anche la Mandragola sono testi generati da una concezione del mondo e da una visione dell’uomo e delle cose di cui la politica è, sempre e dovunque, il centro animatore, il principio vitale: ciò che dà a tutto il resto ritmo e senso.

Per Machiavelli la politica è anche altro, e di più: è l’unico strumento a disposizione dell’uomo per cercare di mettere ordine in un mondo disordinato, dominato dalla Fortuna, in cui tutto è rovesciato. Ordine / disordine è una coppia centrale nei suoi testi, ne attraversa molte pagine, e anzitutto scandisce il ritmo con cui si svolge il pensiero. Esso si connette, direttamente e in modo esplicito, a un tema essenziale per la cultura del Rinascimento, da Alberti a Bruno: il rovesciamento degli ordini del mondo. Declinato in maniera differente da Guicciardini – nel quale è esplicitamente posto e sviluppato –, il tema del rovesciamento è presente anche in Machiavelli, anzi ne condiziona la riflessione, come una sorta di motivo segreto, intrecciandosi a quello della Fortuna. Rovesciamento, Fortuna e, occorre aggiungere, anche «pazzia» (un lemma che ricorre spesso nelle sue pagine, molto più di quello che si pensi). Da questo punto di vista in Machiavelli politica e fortuna sono potenze polari, alternative, in continua, reciproca tensione. Se la fortuna è varia, imprevedibile, pazza – è comunque più forte della virtù –, anche la politica deve avere in sé elementi di «pazzia»; se vuole riuscire ad ottenere risultati, deve essere una forza «estrema», lontana dall'equilibrio della saggezza o della mediazione. La politica, se vuole farcela, deve avere «impeto»: impeto razionale, ma impeto. «Non crediate mai che le cose che si partono da modi ordinarii sieno fatte a caso», sottolinea, a scanso di equivoci, Fabrizio Colonna, ma la politica deve essere «eccessiva», cioè extra ordinem, altrimenti è destinata alla sconfitta. È su questo sfondo che va decifrata la famosa battuta del Principe sulla Fortuna che, donna, ama i giovani dai quali può essere battuta. Essi hanno, appunto, forza, energia, impeto con cui dominarla e sottometterla. È un aspetto della politica che appare evidente soprattutto nei momenti di massima crisi, di instabilità, di drastica contrapposizione tra le forze in campo – quando non sono visibili chances alternative; ma un elemento di forzatura, di radicalità è immanente alla politica in quanto tale – se essa deve contrastare una forza potente, imprevedibile, distruttiva come la Fortuna.

[...] a suo modo, anche il Principe è una idea «pazza» – cioè «estrema» – nata in un momento di massima disperazione, quando le idee «pazze» appaiono però l’unica risorsa a disposizione, per salvarsi – e sia sul piano storico che su quello personale. Speranza e disperazione sono due contrari che agiscono nello stesso soggetto, spingendolo ad uscire dall’ozio, dalla noia, dalla rassegnazione. Machiavelli è un pensatore intimamente dialettico, e Callimaco ne è la trasfigurazione teatrale. Si potrebbe dire che anche per lui e per Callimaco, il protagonista della Mandragola in cui l’autore si rispecchia, valgono le parole del poeta: «Là dove cresce il pericolo, cresce anche ciò che salva».

È infatti Callimaco, proprio nella Mandragola, a spiegare come queste idee pazze possano nascere, facendone una specie di analisi psicologica, con grande sottigliezza: «Non è mai alcuna cosa sì disperata, che non vi sia qualche via da poterne sperare», dice nell’atto primo. E poi, riprendendo poco dopo il motivo, ribatte in modo più articolato:

«Che partito ho a pigliare? Dove mi ho a volgere? A me bisogna tentare qualche cosa, sia grande, sia periculosa, sia dannosa, sia infame. Meglio è morire che vivere così. Se io potessi dormire la notte, se io potessi mangiare, se io potessi conversare, se io potessi pigliare piacere di cosa veruna, io sarei più paziente ad aspettare el tempo; ma qui non c’è rimedio; e, se io non sono tenuto in speranza da qualche partito, i’ mi morrò in ogni modo; e, veggendo d’avere a morire, non sono per temere cosa alcuna...».

Ma, in effetti, è questa stessa situazione che Machiavelli descrive a Vettori, parlandogli di sé nel giugno del ’14, e chiarendo, ad un anno di distanza, lo stato d’animo da cui era scaturito il Principe: «Starommi dunque così tra’ miei pidocchi, senza trovare huomo che della servitù mia si ricordi, o che creda che io possa essere buono a nulla. Ma egli è impossibile che io possa stare molto così, perché io mi logoro ...». Logorarsi, marcire nell’ozio, nell’inattività: questa è per Machiavelli la peggior condanna, la situazione dalla quale occorre cercare in ogni modo di uscire, pena la fine, la perdita di sé e del proprio onore. E proprio parlando del Principe, e chiedendosi se farlo avere oppure no a Giuliano de' Medici, ribatte il motivo: «El darlo mi faceva la necessità che mi caccia, perché io mi logoro, et lungo tempo non posso star così che io non diventi per povertà contennendo ...». La politica non sta dalla parte del centro, della mediazione; sta dalla parte della estremità, della contrarietà. Machiavelli pensa “per contrari”, e la “pazzia” è uno dei centri propulsori della sua riflessione.

[...]

Si può dire che non c’è pagina in cui non si intraveda lo sguardo, o il ghigno, dell’autore, anche quando, cercando di prendere le distanze da una materia troppo bruciante e coinvolgente, si rappresenta nella figura di Fabrizio Colonna consegnando a lui riflessioni che, in prima persona e senza mediazioni, non sarebbe mai riuscito a fare – essendo troppo abituato a gettare su se stesso uno sguardo ironico, e disincantato, per cercare di ripararsi dai colpi della fortuna. A lui, dopo aver esposto il suo programma, affida alla fine dell’Arte della guerra, come in una sorta di testamento, il ritratto più autentico di se stesso, delle illusioni nutrite, delle sconfitte subite, lasciando cadere il velo con cui aveva imparato a dissimularsi:

«Io mi dolgo della natura, la quale o ella non mi dovea fare conoscitore di questo, o ella mi doveva dare facultà a poterlo eseguire. Né penso oggimai, essendo vecchio, poterne avere alcuna occasione [...]. E veramente, se la fortuna mi avesse conceduto per lo addietro tanto stato quanto basta a una simile impresa, io crederei, in brevissimo tempo, avere dimostro al mondo quanto gli antichi ordini vagliono; e sanza dubbio o io l’arei accresciuto con gloria o perduto sanza vergogna».

Niccolò Machiavelli, Tutte le opere, secondo l’edizione curata da Mario Martelli (1971), coordinamento di Pier Davide Accendere, Bompiani, Milano, pagg. 3.260, € 75

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