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Guida minima ai conflitti d’interesse di Claudio Baglioni a Sanremo

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Dalla sigla agli ospiti invitati

Guida minima ai conflitti d’interesse di Claudio Baglioni a Sanremo

Claudio Baglioni al trucco (Ansa)
Claudio Baglioni al trucco (Ansa)

L’Italia non è Paese da conflitti d’interesse. Precisiamo: l’Italia non è Paese cui facciano più specie i conflitti d’interesse ché, gratta gratta, trovi sempre lo zio decisore pubblico che compra il pane per la cittadinanza dal nipote fornaio. Ma perché il pane è buono e costa il giusto, mica perché il fornaio è il nipote, sia chiaro.
Se tuttavia volessimo metterci a ragionare alla brandeburghese - popolo curioso, quello del giudice a Berlino - non ci sarebbe in tutta probabilità ambito completamente al riparo da conflitti d’interesse. Sanremo compreso. Non ci credete? Facciamo un esercizio facile facile: prendiamo il «dittatore artistico» Claudio Baglioni e sottoponiamolo al giudice a Berlino con il metro brandeburghese. Ebbene, abbiamo ragione di credere che quest’ultimo ravviserà almeno quattro potenziali conflitti d’interesse nella di lui gestione del Festival della canzone italiana. Eccoli.

La sigla
L’avrete sentita: «Un giorno qualunque/ un suono soltanto/ che nasce dovunque/ e dura chissà quanto». E vai col rif: «Po, popopopo...». È Un giorno qualunque, la nuova, nuovissima sigla della kermesse musicale cantata da tutti e 20 i Big in gara a inizio di ogni puntata, come fossero i giovani concorrenti dell’ultimo talent show. E l’ha scritta Baglioni. Non intendiamo entrare nel merito della qualità della composizione: non sta certo a noi dare lezioni di songwriting all’autore di Poster. Ci limitiamo a segnalare che l’esecuzione della sigla consente al cantautore romano, già sotto contratto con la Rai per un cachet da 600mila euro, di arrotondare con le royalties.

Gli omaggi (a se stesso)
Eggià, l’esecuzione di un brano in un contesto come quello del Festival di Sanremo porta a chi l’ha scritto ricavi in termini di diritto d’autore per ciascuna esecuzione: non è affatto un mistero. Ma è opportuno che il direttore artistico di una manifestazione del genere, che è anche autore di innumerevoli pezzi celebri del canzoniere italico degli ultimi cinquant’anni, assegni a ciascun ospite della manifestazione una propria composizione, aggiungendo gettone ai gettoni? È giusto che Fiorello debba cantare E tu? È etico che Biagio Antonacci gorgheggi sui Mille giorni di te e di me? È opportuno che i tre tenorini de Il Volo intonino La vita è adesso? Mettiamola così: se non è per forza inopportuno, di sicuro non è elegante.

Un festival «a maggioranza» Sony Music
Baglioni è il direttore artistico e, come tale, ha l’ultima parola su canzoni e artisti da ammettere al Festival. Qual è la casa discografica di Baglioni? Sony Music Italy. Qual è la casa discografica che ha più artisti in gara? Sony Music Italy: otto iscritti al concorso dei Big e uno a quello dei Giovani. Molto più diluita la partecipazione delle altre due major del mercato discografico Universal e Warner, ciascuna a tre concorrenti. Certo, non è la prima volta che Sony fa la parte del leone: ha nel proprio Dna pezzi imprescindibili della storia della musica popolare tricolore, quali furono Rca italiana e Ricordi, ha ricordato al Sole 24 Ore il presidente Andrea Rosi, quel segmento di mercato le interessa e lo presidia con convinzione. Ma vallo a spiegare al giudice che sta a Berlino...

Se Sanremo diventa «F&Pstival»
Baglioni è direttore artistico, ha l’ultima parola su concorrenti e ospiti. Baglioni, per la parte live della propria attività musicale, è artista di punta della scuderia F&P Group, agenzia di promoting guidata dal suo manager Ferdinando Salzano in procinto di essere rilevata dalla multinazionale tedesca Cts Eventim. Ebbene, a guardare la lista di concorrenti e ospiti di Sanremo ti accorgi piuttosto facilmente che ci sono 21 nomi del roster di Salzano. Tra gli ospiti, Laura Pausini, Gianni Morandi, lo stesso Antonacci.

Tra i Big, Roby Facchinetti e Riccardo Fogli, Red Canzian, Mario Biondi, The Kolors, Elio e le Storie Tese (per i quali F&P è diventata anche etichetta discografica). Si può fare? Certo che si può fare, pure il giudice a Berlino dovrà convenire su questo. Ma siccome ha il metro brandeburghese, siamo sicuri che chioserà: si può fare ma è meglio non fare, perché pare brutto. Non gliene vogliate, il crucco è un po’ così: da Kant in poi ha la fissa della bellezza, pure quando si parla di etica. Noi ci ispiriamo a ben altri filosofi: «Le canzoni sono coriandoli d’infinito, istanti di eternità, sono mare, sono cielo, sono neve di sogni, sembrano cadere da un altro pianeta e nessuno sa da dove possono provenire, in pochi secondi fanno piccoli miracoli». Also Sprach Herr Baglioni.

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