Domenica

Che violenza la maternità!

Ayòbámi Adébáyò

Che violenza la maternità!

Esordiente. Ayòbámi Adébáyò (Lagos, 1988)
Esordiente. Ayòbámi Adébáyò (Lagos, 1988)

«Cara moglie, il popolo dice che quando un uomo possiede una cosa, se le cose diventano due non si arrabbia, giusto?»: quando la giovane, laureata, indipendente Yejide apre la porta della sua casa, il cui affitto divide a metà col marito, non è preparata a sentirsi dire questo dallo zio di lui accompagnato da una delle mogli del padre di lei. «Me l’aspettavo, che parlassero del fatto che non avevo figli. Mi ero armata di milioni di sorrisi. Sorrisi di scusa, sorrisi per chiedere compatimento, sorrisi da sia-fatta-la-volontà-di-Dio – pensa a tutti i falsi sorrisi indispensabili per sopravvivere a un pomeriggio con un gruppo di persone che sostiene di volere il tuo bene e intanto rigira il coltello nella tua piaga aperta e dolorante (...). Ero disposta a chiudere il negozio da parrucchiera per tutta la settimana, per andare in cerca di un miracolo con la suocera al seguito. Quello che non mi aspettavo era un’altra donna sorridente nella stanza, una donna gialla con la bocca rosso sangue che sorrideva come una fresca sposina».

Yejide e Akin sono una giovane e moderna, egualitaria coppia yoruba nella Nigeria di metà anni 80. Il loro amore entra in crisi quando, dopo quattro anni in cui non resta incinta, le rispettive famiglie decidono che è il momento per Akin di prendere un’altra moglie e lui non è capace di rifiutarsi, nonostante Yejide fin dai primi incontri avesse messo in chiaro che non era interessata alla poligamia.

Entrambi sono protagonisti e voci narranti di Resta con me, romanzo d’esordio di Ayòbámi Adébáyò. Questa trentenne di Lagos dal nome musicale, allieva di Margaret Atwood e Chimamanda Ngozi Adichie - diventata un’icona femminista con Dovremmo essere tutti femministi e Cara Ijeawele: quindici consigli per crescere una bambina femminista (Einaudi 2015 e 2017) - ha architettato un romanzo che solo in parte parla della poligamia, su cui si sono già cimentate con successo altre autrici africane, dalla conterranea Lola Shoneyin in Prudenti come serpenti (66thand2nd, 2012) alla senegalese Mariama Bâ in Amica mia (Modu Modu edizioni, 2013) e La sposa bianca di Ousmane(Giovane Africa edizioni, 2014). Resta con me affronta infatti anche un tema più universale, che tocca direttamente le donne e gli uomini occidentali: la violenza che le donne subiscono nelle società odierne e in particolare quando queste insistono nel volerle madri, a dispetto della loro volontà o delle possibilità, violenza che in modi anche subdoli e imprevedibili si riflette pure sui loro compagni. Attraverso una trama ben intessuta e ricca di colpi di scena Adébáyò, pur con alcune ingenuità, mette a nudo dilemmi essenziali sulla donna, l’amore, il desiderio di diventare genitori e i modi per soddisfarlo.

La narratrice infatti scopre il tallone d’Achille della fiera e forte Yejide, rimasta orfana al momento del parto e cresciuta imparando a difendersi con le unghie e con i denti dalle mogli di suo padre, l’angolo di rottura di chi non si è sentito amato e più in generale delle tante bambine cui non viene insegnato ad amarsi ma a essere amabili: costole dell’uomo, donne scentrate, ancelle, uteri. Yejide non può vivere senza il suo amato Akin e per non perderlo l’unica soluzione è restare incinta, a un prezzo che scoprirà altissimo, inimmaginabile.

Si vedrà la bella Yejide andare in frantumi come in questi giorni abbiamo visto sfracellarsi contro una palma quella che per le ragazze degli anni Duemila è stata la personificazione della donna capace di battersi ad armi pari con gli uomini (e vincere) nel video che ha divulgato Uma Thurman, l’eroina incinta che assestava calci mortali con le sue gambe da capogiro in Kill Bill, per mostrare a tutti cosa è successo dopo che si è fatta obbligare come una bambina a salire su una macchina che sapeva insicura, dopo che ha subìto dal suo datore di lavoro aggressioni sessuali che ha avuto bisogno di 25 anni per riuscire a denunciare.

Infatti questo romanzo sulla fragilità femminile prende una risonanza particolare in un inizio d’anno scosso dal movimento globale #metoo che ha scoperchiato l’immensa portata delle violenze e delle discriminazioni sotterranee che ancora subiscono le donne (movimento che continua a rafforzarsi nonostante chi, in nome della libertà, cerca di tappargli la bocca) e fatto percepire come urgenti e necessari interrogativi che le figlie e le nipoti delle donne che ottennero il suffragio universale, il divorzio e l’aborto, ritenevano illusoriamente superati.

Nella prima metà del libro vediamo una povera Yejide, rapidamente regredita al posto che la tradizione assegna alla donna, concentrarsi sul suo utero, tanto che questo inizia a gonfiarsi a vuoto e poi, sempre più estranea a se stessa, andare incontro a ogni sorta di peripezie mentre Adébáyò - non si capisce con quanto spirito critico ma sicuramente con una buona capacità di analisi psicologica - sfrucuglia le perversità di come viene percepita la maternità in una società basata sul possesso dei corpi (e possibilmente delle menti), femminili e maschili, dove la violenza è vestita da amore, e ci mostra Yejide attaccarsi all’idea che se un marito può avere più donne, un figlio non ha che una sola mamma: «Cos’era un marito rispetto a un figlio che sarebbe stato tutto mio?».

Così, se la prima parte del romanzo mostra come le donne, anche quelle più emancipate, siano vittime di una cultura di sopraffazione maschile in cui sono ancora inconsapevolmente immerse, la seconda metà mostra come finiscano per esserne vittime anche gli uomini, con ancora minore consapevolezza. Non si deve però pensare che Resta con me sia solo una storia di distruzione, è anche una storia di costruzione, lo capiamo fin dall’inizio, quando il romanzo si apre con la descrizione di Yejide 25 anni dopo, mentre si appresta a lasciare una città in cui ha vissuto quindici anni, sola, ma non disperata: «quindici anni in questo posto e, anche se la casa non sta bruciando, tutto quello che mi porto via è il mio oro e un cambio di vestiti. Le cose che contano sono dentro di me, chiuse nel mio petto come una tomba, dove rimarranno per sempre, il mio tesoro sepolto».

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