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Arena di Verona, la ricetta di Gasdia: «Grandi allestimenti per il…

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Parla la nuova soprintendente

Arena di Verona, la ricetta di Gasdia: «Grandi allestimenti per il sold out»

Cecilia Gasdia (foto dal profilo Facebook)
Cecilia Gasdia (foto dal profilo Facebook)

È stata la cantante più giovane a debuttare nel tempio della lirica mondiale. È la prima cantate ad essere nominata sovrintendente di un ente lirico. A Cecilia Gasdia, potenza pura della lirica italiana, il compito di rilanciare l’Arena di Verona. Aveva 21 anni quando un malore della mitica Montserrat Caballé la catapultò sul palco del teatro più prestigioso: la Scala di Milano.
In scena stava per andare l’Anna Bolena di Donizzetti. «Conoscevo benissimo quell’opera», così di colpo si ritrovò a sostenere l’esame del loggione più esigente, quello che in un attimo può distruggerti o lanciarti alle stelle. Segno, certamente, di coraggio ma anche di un certo istinto per le sfide. Non è un caso se l’altra grande passione di Cecilia Gasdia è il volo (tanto da aver il brevetto) . «Sono stata una giovane piena di spirito goliardico, – dice – un vero maschiaccio, tanto che mi chiamavano il Giamburrasca della lirica. Sono sempre stata una persona positiva, questo non vuol dire che io non mediti su ciò che faccio. È che ho sempre avuto una forza interna quasi inesauribile».

Sull’aggettivo inesauribile Cecilia Gasdia - che incontro nel suo ufficio in Fondazione Arena a quattro giorni dal consiglio di indirizzo che ha approvato il bilancio consuntivo del 2017 e quello preventivo del 2018 – ha una esitazione scaramantica: «Tenga presente che io sono arrivata il 22, per una settimana ci siamo chiusi qui a lavorare giorno e notte».

Il passato lascia una un’ipoteca pesante che è economica ma anche artistica. Come sarà l'Arena di Cecilia Gasdia?
È importante chiarire come troviamo la Fondazione, questo per evitare anche che le colpe del passato ricadano sui nuovi arrivati. In questo momento siamo dentro il piano di risanamento previsto dalla Legge Bray, che avrà termine nel 2018. Questo piano, che è certamente un salvagente, ci impone tuttavia di stare dentro parametri aziendali rigidissimi . Fra l’altro a oggi siamo ancora in attesa delle risorse, contrariamente infatti a quello che tutti pensavano, ossia che i soldi della Bray sarebbero arrivati a breve. Di fatto non è stato firmato ancora neanche il contratto di mutuo.

Cioè?
Funziona così: una volta approvato il piano di risanamento dal Mibact e dal Mef, bisogna siglare con un istituto di credito un contratto di mutuo. Esattamente come farebbe qualunque privato di cittadino. Nel nostro caso, il piano della Legge Bray sta quasi per concludersi e noi non abbiamo ancora un accordo. Sarà la mia priorità dei prossimi giorni: andare a Roma a definire finalmente questo contratto. Queste risorse ci serviranno subito a saldare le mensilità di stipendio che i dipendenti non hanno ancora ricevuto, per una cifra complessiva che ammonta a quasi due milioni e mezzo .

I lavoratori stabili della Fondazione sono 255, a questi si devono aggiungere altri 1.300 collaboratori circa.
La stagione estiva dell’Arena vale quanto tre teatri messi insieme. Dal mutuo avremo dieci milioni, uno arriverà subito a copertura del Tfr, il resto a saldo e stralcio, per gli altri debiti, a cominciare da quelli con i fornitori. Non dobbiamo dimenticare poi che questo mutuo, per quanto a condizioni favorevoli, dobbiamo ripagarlo. Da qui l’urgenza di predisporre un piano aziendale che andrà a pieno regime nel 2019.

La Fondazione può contare sulle risorse pubbliche, previste per tutti gli enti lirici, e su quelle dei privati, ma l’obiettivo restano gli incassi dalla vendita dei biglietti.
L’amministrazione comunale ha inserito nel consiglio di indirizzo della Fondazione il presidente degli industriali e il presidente della Camera di commercio, che porteranno risorse economiche ma soprattutto l’interesse per l’Arena. Perché i fondi sono certamente importanti, ma tre o quattrocentomila euro non sono risolutivi. Quello che invece fa la differenza è l’interesse di tutti i veronesi che nell’ultimo periodo si erano disamorati. Senza attribuire colpe a nessuno, è ora importante che tutta la città si stringa attorno alla Fondazione. Negli anni la vendita dei biglietti ha avuto una ripresa ma resta da recuperare la flessione precedente . Il dato positivo è che fino a ieri il trend delle vendite è stato in crescita, questo nonostante sia stata programmata una serata in meno per la stagione. L’Arena ha una potenzialità di «sbigliettamento», come si dice in gergo, così alta che basterebbe vendere 100mila biglietti in più a stagione. Basta una serata che fa il tutto esaurito per ripagare quattro volte lo spettacolo. Ma i biglietti bisogna venderli. Negli anni Settanta il teatro era sempre pieno, a prezzi molti popolari, ma era sempre pieno, era raro che si scendesse sotto i 10mila biglietti a serata. Il rilancio dell’Arena è un interesse di tutti. È spaventoso infatti l’indotto economico che muove per questa città. Per quanto mi riguarda, metterò in campo tutte le mie energie, le mie risorse, le mie conoscenza per fare le scelte artistiche migliori. È mia volontà riportare i grandi spettacoli in Arena, così da dare più scelta alla gente. Con l’occhio attento ai nostri budget, certamente, ma pensando ai grandi allestimenti, alla qualità artistica che dovrà essere altissima. Lavoreremo tutti insieme, chiederemo la disponibilità ai grandi artisti «di aiutare» la Fondazione Arena. E poi i giovani: dobbiamo valorizzarli. Quando ho iniziato, ho avuto la fortuna di incontrare direttori artistici, sovrintendenti che erano figure dotate di grandissima capacità di intuire il talento, di capire bene le qualità delle giovani leve: sapevano curarle, valorizzarle. Non mi voglio paragonare a loro, però spero, dopo tutta l’esperienza che ha acquisito come cantante, pianista e direttore di una scuola di regia del Miur, di poter aiutare veramente il teatro a individuare i talenti del futuro. Ricordiamoci che l’Arena di Verona è stato un teatro dove hanno cantato tutti i grandi artisti della terra, anzi: l’Arena è sempre stata considerata la Scala dell’estate. Un artista finiva di cantare nei teatri al chiuso ed era un punto di onore venire a cantare qui.

I giovani, intanto, sembrano tornare in massa alla lirica...
Dopo un momento difficile, il vento sta girando: c’è di nuovo un grande interesse per la lirica anche grazie ad alcuni cantanti che in questo momento sono sulla cresta dell’onda, che hanno contribuito a svecchiare l’immagine del cantante lirico tradizionale, a renderla più simpatica. Il risultato è che ci sono orde di giovani musicisti e cantanti pronti a dedicarsi all’Opera, che pensano a una vita di musica. Un esempio: l’accademica di regia, che ho diretto, l’anno scorso ha triplicato le iscrizioni. Per non parlare degli stranieri, per i quali il mondo dell’Opera è ammontato da un’aura mitica: è il mondo più bello, più prezioso.

In Italia invece per i teatri la sostenibilità è sempre più difficile. I corpi di ballo, poi, sono stati praticamente chiusi tutti, compreso quello dell’Arena.
Sul nostro corpo di ballo ho già detto moltissimo. Ed è un tema che non voglio più toccare: guardiamo avanti, questa è sicuramente una urgenza che affronteremo, ma al momento preferisco non aggiungere altro. Quanto alla situazione in cui ci moviamo basti pensare che la città di Berlino destina ai suoi teatri un miliardo di euro circa ogni anno. La sola città, non la Germania intera. In Italia le tredici fondazioni liriche devono spartirsi circa 400 milioni. Ecco, speriamo che il prossimo governo, di qualunque colore sia, sappia mettere la cultura al centro dello sviluppo di questo Paese.

Torniamo alla Arena. Possiamo anticipare come sarà la prossima stagione?
Preferirei non anticipare ancora nulla. Perché l’altro aspetto del mio lavoro di questi primi giorni è proprio questo: quando sono entrata ho trovato una scatola vuota, nessun contratto era stato ancora firmato, qualche accordo verbale ma nulla di più. Questo vuol dire che siamo a febbraio e sto chiudendo ora la stagione del 2018. Operazione complicatissima visto che molti artisti sono già impegnati. Spero di annunciare presto belle sorprese, ma fino a quando non avrò tutti i contratti firmati non voglio sbilanciarmi. Contemporaneamente con la stagione 2018 ho cominciato a pianificare il 2021, e da lì sto tornando indietro. Vorrei sottolineare come la Fondazione sia stata capace di sopravvivere a un periodo di una difficoltà unico nella storia di questo teatro. E, se è riuscita a farlo, è stato grazie ai suoi lavoratori che hanno fatto sacrifici economici, hanno sopportato il peso dell’incertezza, il timore di perdere il posto, la tensione di essere al centro di una faida. Nonostante tutto, hanno resistito impavidamente.

Faida?
Sì quella tra la Fondazione e la precedente amministrazione comunale. A questo proposito, oltre al commissario Carlo Fuortes, devo ringraziare il ministro dei Beni culturali Dario Franceschini. Il 14 aprile del 2016 gli scrissi infatti una lettera aperta in qualità di personaggio pubblico della città, nonchè di direttore di una scuola ministeriale, chiedendogli di intervenire. Il 15 di aprile arrivò il commissario.

Quando parla delle vicende difficili del passato mostra un trasporto quasi fisico…
Io ho un amore particolare per questo teatro: sono di Verona, ho studiato qui, qui mi sono formata. A 16 anni sono entrata in Arena come comparsa, un po’ come facevano allora tutti i ragazzi della mia età. E come comparsa ho fatto due stagioni, poi tre nel coro. A 20 anni sono uscita perché avevo vinto un concorso dedicato dalla televisione italiana a Maria Callas che all’epoca era morta da tre anni. Ma l’amore che mi lega a questo teatro è rimasto fortissimo. Che poi è l’amore che hanno tutti gli artisti che hanno qui lavorato, perché questo non è un teatro come gli altri, chi lavora qui, chi ha avuto la fortuna di partecipare a una stagione in Arena ne esce veramente cambiato, subisce una sorta di magia che ti marchia per sempre. Quando cala la sera e si accendono le luci è un’emozione unica.

Cosa è rimasto della comparsa di allora nella sovrintendente di oggi?
Tutto, perché l’emozione che provo quando entro in teatro è la stessa di quando ero bambina e smaniavo per esibirmi. Alla bambina che ero ho aggiunto l’esperienza, tanto lavoro, tanto studio, tanta gioia perché questo è il lavoro più bello che si possa fare, il più affascinante. Come tutti ho avuto i miei momenti difficili, ma ogni volta che sono in difficoltà mi metto al pianoforte, suono e sto meglio. Perché la musica è un grandissimo deterrente. Io lavoro qua in ufficio di giorno, poi quando finisco vado alle prove. E quando entro da dietro in palcoscenico mi dispiace essere il sovrintendente, perché vorrei entrare e mettermi lì a cantare come quando ero giovane.

Lei nella sua carriera ha ricoperto più di 90 ruoli, ha lavorato con grandissimi artisti. Quali sono state le esperienze che più l’hanno formata?
Tutti i grandi maestri con cui ho lavorato mi hanno insegnato, plasmato, è stato un lungo e bellissimo viaggio che mi ha permesso di formarmi quel bagaglio dal quale attingo oggi, anche per cercare di capire le nuove generazioni di artisti. Quanto ai miei ruoli un momento fondamentale è stato Il viaggio a Reims di Gioacchino Rossini a Pesaro, nell’ambito della grande riscoperta rossiniana dell’84. Ma anche La Traviata che feci sempre nell’84 per la regia di Franco Zefferelli, diretta da Carlos Kleiber, che è ritenuto forse il più grande direttore di tutti i tempi. È stata una’esperienza unica perché lui non dirigeva quasi mai e in quell’occasione stette invece due mesi a Firenze, dando al quella compagnia di artisti che eravamo questa possibilità. Un altro momento che mi ha segnato è stato in concerto del ’90 a Sarajevo con l’orchestra Filarmonica e il coro della Cattedrale di Sarajevo. Con me c’erano Ildiko Komlosi, Josè Carreras, Ruggero Raimondi, ci dirigeva Zubin Mehta. È stato sconvolgente. L’arrivo su una aereo militare in mezzo alle macerie... e l’aspetto smagrito, sofferente dei maestri d’orchestra. E croci ovunque, la città era disseminata di croci. Poi gli spari... Gli artisti hanno questo grande privilegio: arrivare dove non possono gli altri, grazie alla loro visibilità. Possono essere martiri nel significato greco della parola, cioè testimoni. Possono usare la loro visibilità per far emergere le realtà più sconosciute, portarle sotto gli occhi di tutti, aiutare cause importanti.

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