Domenica

Il Circus della creatività

Nuovo orizzonte per Fabrica di Benetton

Il Circus della creatività

Una delle immagini della nuova campagna di Oliviero Toscani   per la Collezione   Primavera Estate di  Benetton, che celebra la diversità etnica e di gender. Credit: Oliviero Toscani per United Colors of Benetton
Una delle immagini della nuova campagna di Oliviero Toscani per la Collezione Primavera Estate di Benetton, che celebra la diversità etnica e di gender. Credit: Oliviero Toscani per United Colors of Benetton

Per lui la parola chiave è una: il posto. Inteso come il luogo dove succedono delle cose, dove crescere, incrociare talenti, costruire professioni, ampliare lo sguardo. Il luogo che fa la differenza. «Il posto per me è stato tanti anni fa l’Università delle Arti di Zurigo. Mi hanno preso, non so come mai: però il posto era lì, cinque anni con i grandi maestri della Bauhaus, dalla fotografia - l’attività di base - al design, alla grafica, all’editoria anche dal punto di vista meramente fisico, cioè come costruire un libro. Una scuola rinascimentale. Oggi il posto deve essere Fabrica Circus»: così Oliviero Toscani, 76 anni il 28 febbraio, due occhi vivaci dietro i leggeri occhiali azzurrini, le pause ad effetto, racconta il ritorno a casa, il grande complesso dedicato alla comunicazione fondato nel 1994 alle porte di Treviso assieme a Luciano Benetton, nei luminosi spazi definiti da Tadao Ando, cui si vuole imprimere un cambiamento forte.

Il complesso di Fabrica, realizzato da Tadao Ando. Credit: Marco Zanin-Fabrica

Un cambiamento che non ha tempo, perché il tempo sarà occupato tutto, 24 ore al giorno, sette giorni su sette, e che coinvolgerà – in stile Fabrica – tutte le discipline del sapere. «I ragazzi di Fabrica non saranno più ospiti (un tempo erano selezionati per i corsi, ndr) ma andranno loro a caccia di menti, e saranno loro i tenutari del Circus». Workshop e convegni, film e uno sviluppo online di «Colors» (ricordate la rivista?), concerti e mostre muoveranno una macchina culturale sempre attiva. Intanto è appena stata lanciata l’Integration campaign per United Colors of Benetton (il 15 febbraio seguirà quella per le collezioni primavera-estate che anticipiamo in questa pagina), e immediatamente si spalancano nella nostra memoria le immagini anche urticanti che hanno segnato gli anni 80 e 90: un prete e una suora che si baciano, un neonato coperto di sangue con il cordone ombelicale attaccato, divise da soldato straziate, la mano di un bianco ammanettata a quella di un nero e tante altre. Immagini figlie di un sodalizio iniziato con l’imprenditore veneto nel 1982. Toscani allora era un fotografo di moda affermato a livello globale, era già passato da «Vogue America», «Harper’s Bazaar», «Esquire», «Elle» francese. Tempi in cui viaggiava in continuazione, da una metropoli all’altra, con «l’ossessivo obbligo di essere sempre all’altezza» e già vari figli da crescere (si è detto dispiaciuto ma con la coscienza a posto, a questo proposito, dopo le pesanti dichiarazioni della primogenita al sito del «Corriere della sera» sulle sue mancanze paterne).

Il complesso di Fabrica, realizzato da Tadao Ando. Credit: Francesco Radino

A consigliare a Benetton di arruolarlo fu il comune amico Elio Fiorucci, per cui Toscani lavorava (erano i tempi anche di Esprit, Jesus e altri marchi). «Quando abbiamo cominciato, avevo abbastanza esperienza per dire a Benetton “non voglio agenzie pubblicitarie tra le scatole, né uomini di marketing che mi dicano cosa devo fare. Sei solo tu che rispondi: mi devi dire sì o no. Se mi dici no discuteremo”», rievoca Toscani. «E poi gli dissi “facciamo la campagna più bella del mondo”. Mi rispose “proviamo, si può fare” e io replicai “dipende da noi”».

Impossibile resistere alla tentazione della domanda sulla produzione che sente più sua, più riuscita, più nel posto. La risposta è a suo modo spiazzante: «Il libro su Sant’Anna di Stazzema è il mio lavoro più profondo, quello che mi ha insegnato a fare il resto. È diventata la testimonianza fotografica di una tragedia compiuta nel ’44: il libro si chiama I bambini ricordano, sono andato a fotografare coloro che erano bambini e ognuno mi ha raccontato ciò che ha vissuto quel 12 agosto. Come ha visto sfracellare a mitragliate la famiglia, la madre, il fratello... Il cervello del papà che scoppiava sotto la mitragliatrice... Come bruciavano la gente e la buttavano sotto il filo spinato... Questo è il vero mestiere del fotografo. La memoria storica dell’umanità, che non è solo il reportage, perché non ho fotografato lo sterminio durante la guerra ma ho messo insieme gli elementi per avere una testimonianza».

Figlio del primo fotoreporter del «Corriere della Sera», Toscani tiene a distinguere tra chi scatta e basta («quello lo può fare anche una scimmia»), i “documentatori” che vanno in giro a fermare con l’obiettivo ciò che vedono, gli specialistici («dalla settimana santa alle guerre, ai concorsi di Miss Italia, sempre più penalizzati dalla tv»), «e i fotografi! - sottolinea con la voce - quelli che raccontano una condizione sociale, politica, umana. Come Fellini. Gli autori». L’Integration campaign esprime proprio questo, in una scuola elementare di Milano con alunni di tante nazionalità, confermando «quanto avevamo detto 30 anni fa», dice riferendosi alle immagini con i bambini dalla pelle bianca e nera che si abbracciavano, giocavano, immagini che fecero tanto rumore. «Il futuro sarà così - prevede Toscani - ma l’integrazione è ancora in alto mare. Non siamo civili e ci stiamo perdendo. Non riusciamo a capire che la risorsa è quella, e non solo economica. La democrazia è la dittatura della maggioranza e quando la maggioranza è imbecille abbiamo una democrazia imbecille, c’è poco da fare».

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