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Un viaggio nelle distese sconfinate del tempo

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Un viaggio nelle distese sconfinate del tempo

L'uomo contemporaneo è il più tragico di tutti. Poiché il suo sapere gli svela le profondità del baratro che lo attende. Non solo in quanto essere singolo ma come entità infinitesimale di un universo sterminato, e forse multiplo, diretto a folle velocità verso il capolinea della morte termica, gelido estremo abbraccio. I progressi della conoscenza non lo affrancano difatti dalla sua condizione di miserevole formica, “Myrmex”, condannata a camminare lungo un insensato anello di Möbius, sospeso sul filo del Nulla, e sempre in bilico fra caso e caos. Ecco il messaggio che mi è giunto da AION, il poema cosmogonico di Quirino Principe, completo di note auto-esegetiche, pubblicato a Varzi, nel luglio 2016, da Fiorina Edizioni, con disegni di Loredana Müller, nella collana dei libretti a leporello. Su tale volumetto, dalle raffinate pagine ripiegate a mano, si snoda un'avventura filosofico-letteraria che esprime le angosce metafisiche del XXI secolo, non senza una forte componente autobiografica.

Nell'animo dell'autore, in effetti, la moderna sete di indagine si coniuga a un'antica sapienza, capace di frugare tra le maglie del mistero con la torcia di un pensiero originale, acuto, luminoso. A bordo dell'astronave che lo conduce in questo insolito viaggio dentro sé stesso e fino agli estremi confini dello spazio-tempo, innumerevoli gli strumenti di cui Quirino si serve: una vasta cultura di stampo neo-rinascimentale, che sposa discipline umanistiche e passione per la musica, l'arte, la scienza, le matematiche, la fisica quantistica; una visione lucida e coraggiosa della realtà, scevra da pastoie religiose o fideistiche illusioni; un'immaginazione che s'inerpica verso costellazioni lontane e galassie in fuga, attraversa tunnel di buchi neri, e poi precipita nel pozzo della materia oscura; una parola erudita, acuminata, talvolta criptica, che si alimenta alla fonte del fantastico, e pulsa al ritmo di un cuore sensibilissimo; edifici concettuali che, per incanto, si mutano in palazzi poetici; il grido, e la maledizione, che affiorano dietro il sorriso amaro della rassegnazione; e, infine, l'ancora, il conforto, la piacevole vacanza dell'ironia.

Un po' Dante un po' Petrarca, un po' Ovidio un po' Celine, e un po' Ezra Pound, con sofferta ebbrezza Quirino si tuffa fra distanze siderali di lande inesplorate, specchio della nostra inconoscibile interiorità. Offre al lettore una cronaca spietata dell'ultimo giorno del cosmo, destino universale e insieme metafora del processo di decomposizione che colpirà anche ognuno di noi, assurdi figli del dio Cronos, il demiurgo crudele che ci dona la luce, impaziente di ricacciarci nelle tenebre dell'Ade, e ci assegna corpi in carne e ossa, dotati oltretutto di auto-coscienza, solo per garantirsi l'opportunità di divorarli subito dopo. Tanto ingordo, fra l'altro, da fagocitare persino i nostri sogni, e gli amori.

Qui insomma viene messa in scena la notte della speranza. Solcata da un urlo di disperazione. A lanciarlo, l'intelligenza solitaria di questo eroe della nostra civiltà in declino. Infatti per una creatura squisitamente musicale quale è Quirino, l'ultimo atto, cioè la morte del Tempo, si prospetta davvero come il peggiore degli incubi. Cresciuto a dismisura il vuoto, smarriti gli astri sulla nera tela infinita del firmamento, spenti per sempre il canto, e la soave armonia, non resteranno dunque che “polvere di logos” ed eoni di un immenso, assordante silenzio. Eppure io confido che almeno l'eco della sua voce potrà sopravvivere all'apocalisse e magari, allora, qualche particella superstite la capterà. Apprenderà così che, in un passato remotissimo, per qualche breve millennio, su un piccolo continente di un pianeta ormai estinto, vivevano strani pallidi animali che riuscirono, miracolosamente, a trasformare in figure, parole, e note, la propria sublime spiritualità.

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