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Il Ventennio, che bellezza! La grande arte italiana al tempo del fascismo

Abbiamo il forte sospetto che la mostra Post Zang Tumb Tuuum. Art Life Politics. Italia 1918-1943, che si apre oggi in Fondazione Prada a Milano, rimescolerà pesantemente le carte nella pratica curatoriale che ha dominato l’ultimo ventennio. E che darà una spallata agli «accostamenti emozionali», agli «apparentamenti creativi», ai «confronti evocativi» di certi allestimenti (ancora?) alla moda.

In questa mostra bellissima e monumentale, che occupa quasi per intero gli spazi della Fondazione, Germano Celant ha infatti voluto dar voce ai soli documenti – fotografici soprattutto, ma anche testuali - e presentare le opere esattamente come furono presentate allora, nelle grandi mostre istituzionali, nelle gallerie private di punta o nelle case di collezionisti di fama – come F.T. Marinetti o il mercante francese Léonce Rosenberg, di cui si rievoca la celebre Sala dei Gladiatori di Giorgio de Chirico -, restituendo così le opere al contesto storico, culturale, politico in cui furono fruite. Perché, scrive, «ricollocare l’artefatto nel sistema d’uso», servendosi di tali strumenti “oggettivi”, significa «attuare una ricostruzione quasi antropologica della produzione artistica e del suo apparire».

Di quegli anni figurano perciò in mostra solo opere di cui esistano fotografie delle occasioni pubbliche o private in cui furono viste: «è il documento che ha comandato l’ordinamento», ci ha spiegato mentre allestiva, tanto che lo spettacolare Dinamismo di un foot-baller (1913) di Umberto Boccioni, giunto dal MoMA di New York, non si trova all’inizio del percorso, bensì nelle sale degli anni ’30. Fu scattata nel 1934, infatti, l’impagabile fotografia di Marinetti - il grande rivoltoso - che, di fronte a quel dipinto appeso nella sala da pranzo della sua casa romana di piazza Adriana, mette in scena una gag da gran borghese (quale era in realtà, per nascita e per censo), impartendo un ordine a una cameriera che pare uscita da un manuale di bon ton, con tanto di crestina e grembiulino di pizzo: un trattatello di sociologia condensato in un’immagine, appunto.

Le opere emergono dunque dallo sfondo d’ingrandimenti sgranati di foto d’epoca. Sono in gran parte capolavori, ma non sono mai decontestualizzate, come si suole fare per congelarle in quel ruolo. Se si esclude l’incipit, con i ritratti di Marinetti dipinti negli anni ’20 da Fortunato Depero e Rougena Zatková, la cui fotografia-guida è del 1931 (ma la scelta qui era dettata dal titolo della mostra, che cita le marinettiane «parole in libertà»), di qui in poi tutte le opere sono esposte in 24 grandi ricostruzioni scandite dalla data delle immagini che le mostrano nei contesti d’epoca: ci s’imbatte così nelle opere di Depero e di Giacomo Balla com’erano disposte nella Biennale veneziana del 1926 (la prima cui parteciparono i Futuristi), e nella celebre Natura morta del 1920 di Morandi, “incastonata” nella fotografia della sua parete in Das Junge Italien, la mostra che si tenne a Berlino nel 1921. Ci sono i marmi di Wildt della Biennale del 1922, poi le sculture di Arturo Martini e i dipinti di Mario Sironi posti nelle gigantografie delle loro sale in Biennale, nel 1932. E così è, più avanti, per Fausto Melotti, le cui archetipiche figure maschili sono mostrate nel geniale allestimento di BBPR per la Triennale di Milano del 1936.

I grandi appuntamenti espositivi del tempo sono tutti documentati: ci sono le mostre sarfattiane di “Novecento Italiano”, le Quadriennali di Roma (con Gino Severini in primo piano), i Premi Carnegie (qui è Felice Casorati il primattore), la rassegna epocale Fantastic Art Dada and Surrealism, curata nel 1936 da Alfred H. Barr al MoMA, con i de Chirico metafisici. E le gallerie private più influenti (la Casa d’Arte Bragaglia, il Milione, il Cavallino, la Cometa…), oltre ad affondi su personalità-chiave per la cultura del ’900, alcune organiche, come Luigi Pirandello e Margherita Sarfatti, altre d’opposizione, come Piero Gobetti, Carlo Levi, Alberto Moravia, Lionello Venturi. Proseguendo con l’identico modello, e senza dimenticare gli artisti ribelli all’ufficialità novecentista (dalla Scuola di via Cavour ai “Sei di Torino”, a Corrente) si giunge all’epilogo, nel 1943: qui, nel gran salone al piano terreno del Podium, sfilano i bozzetti per l’ultimo, grande “ruggito” urbanistico del regime, l’E42, pensato per celebrare il ventennale della Rivoluzione fascista con l’Esposizione Universale Roma, Eur. Mentre, di fronte, si alzano le voci degli artisti dissidenti, da Aligi Sassu a Ernesto Treccani, a un Mino Maccari fascista pentito (siamo nel 1943, e il 25 luglio Mussolini è stato sfiduciato dal Gran Consiglio e arrestato) con la serie satirica Dux.

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In un simile, documentatissimo affresco di quel periodo tragico, che vide però fiorire una stagione artistica e architettonica (anch’essa ben presente in mostra) di prim’ordine, non poteva mancare la Mostra del Decennale della Rivoluzione Fascista, organizzata nel 1932 in Palazzo delle Esposizioni a Roma. A quella mostra impressionante è dedicato l’enorme spazio del Deposito: qui, su otto altissimi schermi scorrono gli ingrandimenti delle foto delle sale della mostra, ognuna assegnata a un artista o a un architetto. Ci sono Mario Sironi e Achille Funi, Giuseppe Terragni, Marcello Nizzoli, Adalberto Libera e altri ancora: come dire, lo Stato Maggiore delle arti visive del tempo, in uno spettacolo grandioso che riesce ancora a stupire.

“Post Zang Tumb Tuuum. Art Life Politics. Italia 1918-1943”, Milano, Fondazione Prada, fino al 25 giugno

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