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Berlino, coraggioso e spiazzante «Transit» di Christian Petzold

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festival del cinema

Berlino, coraggioso e spiazzante «Transit» di Christian Petzold

Buona la prima per il cinema tedesco in concorso a Berlino: oggi è stato presentato «Transit» di Christian Petzold, notevole esordio per i padroni di casa nella competizione principale della kermesse.
Mentre Parigi è sotto l'assedio dei tedeschi, il protagonista Georg fugge a Marsiglia con i documenti di uno scrittore che si è suicidato poco prima. Assumendo l'identità del morto, Georg potrebbe scappare dalla Francia e iniziare all'estero una nuova vita.

Quella che in apparenza potrebbe sembrare una classica storia sulla Seconda guerra mondiale e il nazismo, si rivela in realtà una pellicola originalissima e coraggiosa, dato che l’intera vicenda ha come ambientazione la Francia di oggi.
I fantasmi del passato si muovono nel presente, in un lungometraggio che dà vita a una profonda riflessione su come quei tempi che sembrano così distanti possano tornare ancora d'attualità. Non è però la guerra lo spunto principale della pellicola, ma il sempre vivo tema dei profughi e dei migranti: quelle persone che, nella cronaca quotidiana, fuggono da Paesi che ci sembrano tanto lontani, in «Transit» sono i cittadini dell'Europa occidentale, disposti a tutto pur di scappare da un mondo che non riesce a offrire loro più nulla.
Il risultato è un melodramma spiazzante, con cui Petzold torna a ragionare anche sul tema dell'identità dopo «Il segreto del suo volto» (2014). Tratto da un romanzo di Anna Beghers, è un film che meriterebbe di trovare spazio nel palmarès finale.

Una scena del film «Transit»

Aleksey German Jr., figlio d'arte di uno dei più grandi registi della storia del cinema russo, torna a Berlino tre anni dopo «Under Electric Clouds» con un film che conferma il suo notevole talento visivo.

Una scena del film «Dovlatov»

«Dovlatov» si concentra su sei giorni della vita di Sergej Dovlatov, grande scrittore russo nato a Ufa nel 1941 e morto a New York nel 1990.
Ambientato nel 1971, il film mostra un giovane Dovlatov alle prese con editori che non vogliono pubblicare i suoi lavori e direttori di giornali che vorrebbero si adeguasse a parlare in maniera positiva e propagandistica dell'anniversario della Rivoluzione.
Da sempre regista particolarmente critico nei confronti della politica del suo Paese natale, German Jr. approfondisce questa volta il tema dell'importanza della cultura e di come gli artisti non omologati al sistema vengano boicottati dalle alte sfere.
Attraverso la figura di Dovlatov, il regista riflette con forza sull’Unione Sovietica di ieri e la Russia di oggi, anche se non tutti i passaggi (almeno nella parte centrale) sono incisivi al punto giusto.
A ogni modo è davvero notevolissima la messinscena, valorizzata da una fotografia di indubbio fascino e da riprese complesse e di ottimo spessore: German Jr. sa esattamente come muovere la macchina da presa e lo dimostra fin dalla prima, ottima sequenza.

«Eva» di Benoît Jacquot

Molto meno rilevante è, invece, «Eva» di Benoît Jacquot, nuovo adattamento del romanzo di James Hadley Chase già portato sul grande schermo da Joseph Losey nel 1961 con protagonista Jeanne Moreau.
Al centro c'è la storia di un giovane drammaturgo (immeritatamente osannato per una pièce in realtà non scritta da lui) che s'innamora di una prostituta d'alto bordo, Eva, di diversi anni più vecchia. La relazione con quest'ultima causerà tragiche conseguenze.
Continua a sorprendere come Jacquot sia considerato un autore degno del concorso di festival così importanti, dato che le sue pellicole sono caratterizzate da momenti al limite del ridicolo involontario e da colpi di scena gestiti malamente.
Non fa eccezione «Eva», film che appassiona soltanto a piccoli tratti, a causa di uno stile troppo caricato e di una sceneggiatura ridondante.
Anche due attori (solitamente) di alto livello come Isabelle Huppert e Gaspard Hulliel non bastano a nascondere i difetti di un prodotto gravemente insufficiente, che sa di già visto e che regala una delle conclusioni più indisponenti viste sul grande schermo negli ultimi tempi. Da evitare.

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