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Berlino: applausi per «Figlia mia», unico film italiano in concorso

A Berlino è il giorno di «Figlia mia» di Laura Bispuri, unico film italiano in concorso, che ha ricevuto una buona accoglienza al termine della prima proiezione per la stampa internazionale.
Ambientato in Sardegna, racconta un'estate nella vita della piccola Vittoria, una ragazzina di dieci anni che vive un'esistenza tranquilla con i suoi genitori. Vittoria inizia però a frequentare una donna che vive a pochi chilometri di distanza e che scoprirà essere la sua madre biologica.

Tre anni dopo il suo esordio con «Vergine giurata», anch'esso presentato in concorso al Festival di Berlino, Laura Bispuri firma un'altra pellicola al femminile incentrata su un argomento particolarmente delicato. Vittoria è divisa tra due “madri” molto diverse l'una dall'altra: quella che l'ha cresciuta (interpretata da Valeria Golino), donna amorevole a cui è fortemente affezionata, e quella biologica (Alba Rohrwacher), una figura fragile e dalla vita scombinata.
Uno spunto non semplice da trattare, ma la regista romana conferma di avere buona sensibilità e, senza mai giudicare, lascia riflettere lo spettatore su quanto sta guardando, ponendo saggiamente la cinepresa all'altezza della piccola protagonista.
Nonostante un ritmo altalenante e un finale non all'altezza, «Figlia mia» è un lungometraggio più che interessante, ricco di spunti degni di nota e ben recitato dalle tre attrici principali (l'esordiente Sara Casu interpreta Vittoria). Visto l'argomento trattato e la messinscena, semplice ma incisiva, potrebbe trovare spazio nel palmarès finale.
Tema complesso è anche quello proposto dal francese Cédric Kahn con «La prière».

Una scena del film «Figlia mia»

Protagonista è Thomas, un ragazzo poco più che ventenne, pieno di rabbia e dipendente dall'eroina. La sua unica possibilità per salvarsi sembra essere una comunità religiosa, dove vivere con tanti coetanei che hanno compiuto un percorso simile al suo. Inizialmente diffidente e poco tollerante alle regole che deve seguire, Thomas riuscirà col passare del tempo a integrarsi pienamente nella nuova realtà.

Una scena del film «La prière»

Noto tanto come regista quanto come attore (recentemente è stato il co-protagonista di «Dopo l'amore» di Joachim Lafosse), Cédric Kahn descrive una classica parabola, in cui la comunità è una sorta di purgatorio per il giovane protagonista, ibridata con un racconto di formazione di discreta intensità.
Seppur a tratti un po' didascalico, «La prière» è un prodotto duro e credibile, ben girato e capace di tenere alta l'attenzione dall'inizio alla fine.
Da segnalare inoltre il sorprendente Anthony Bajon nei panni di Thomas: attore misconosciuto, ha regalato una performance di grande spessore in un ruolo tutt'altro che semplice.
Una grande prova è anche quella di Léonore Ekstrand, attrice svedese protagonista del terzo film in concorso della giornata: «The Real Estate» di Måns Månsson e Axel Petersén,

L’attrice svedese Léonore Ekstrand protagonista del film «The Real Estate»

L'attrice interpreta Nojet, una donna di quasi settant'anni, che ha appena ereditato un palazzo di molti appartamenti nel centro di Stoccolma. Il suo nuovo ruolo di proprietaria, però, sarà molto più difficile del previsto…
Film indubbiamente curioso, «The Real Estate» è un lungometraggio che passa dai toni realistici iniziali a quelli di una sorta di incubo surreale, vissuto da un personaggio che si trasforma gradualmente nel corso della pellicola. Da una donna viziata e sicura di sé, Nojet finisce per diventare una “guerriera” disposta a tutto pur di combattere la sua causa.
Gli intenti metaforici sono evidenti, così come lo stile sopra le righe, ma il coinvolgimento funziona a metà e non tutti i passaggi risultano efficaci al punto giusto. Resta un prodotto originale ma del tutto irrisolto, con una protagonista che però potrebbe puntare al premio come miglior attrice.

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