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FESTIVAL DEL CINEMA

A Berlino è il giorno di «Unsane», film girato da Soderbergh con un iPhone

«Unsane»
«Unsane»

Un film girato interamente con un iPhone: è stata questa la sfida che ha lanciato Steven Soderbergh con «Unsane», film che è stato presentato oggi al Festival di Berlino fuori concorso. La protagonista di questo thriller psicologico è Claire Foy, attrice diventata celebre per aver interpretato la Regina Elisabetta II nelle prime due stagioni di «The Crown». In «Unsane» veste invece i panni di una ragazza che ha da poco cambiato città e iniziato un nuovo lavoro per fuggire da uno stalker che la perseguitava. Finita involontariamente in un istituto per la sanità mentale vedrà il suo incubo prendere di nuovo vita.

Dopo il divertente «Logan Lucky», presentato alla scorsa Festa del Cinema di Roma, Soderbergh cambia genere, confermandosi un regista che ama sperimentare costantemente nuove forme e nuovi linguaggi espressivi. La scelta dell'iPhone può incuriosire ed essere coerente con il ruolo che ha il telefono nel corso della narrazione (soprattutto per l'atteggiamento compulsivo dello stalker nello scrivere continuamente al telefono della protagonista), ma la narrazione sa troppo di già visto, sono presenti numerosi buchi di sceneggiatura e molte svolte sono ampiamente prevedibili.

Il film è stato girato in breve tempo, ma sarebbe servito uno studio maggiore sulla scrittura e su una migliore gestione dei colpi di scena.
Alcuni effetti visivi colpiscono e la tensione regge nella prima metà, ma non basta a evitare un risultato meno sorprendente di quanto ci saremmo potuti aspettare.

In concorso, invece, ha trovato spazio «My Brother's Name Is Robert and He Is an Idiot» del tedesco Philip Gröning. Ambientato durante un weekend d'estate, il film racconta il rapporto tra Robert e Elena, due gemelli che vivono una relazione simbiotica, fatta di tenerezze ma anche di improvvisi sfoghi di violenza. Elena sta preparando un esame di filosofia e Robert la sta aiutando, ma molto presto i loro interessi si indirizzeranno su altre attività.

Cinque anni dopo «La moglie del poliziotto», premiato alla Mostra di Venezia 2003, Gröning torna dietro la macchina da presa per un altro film complesso, pronto a dividere la critica, dal grandissimo fascino visivo ma anche vittima di una prolissità più che evidente.

Dalle tre ore complessive si potevano tagliare diverse parti, anche se l'approfondimento psicologico sui personaggi è pregevole e si riescono a cogliere perfettamente tutti i turbamenti di due giovani alle prese con il passaggio all'età adulta.

Robert e Elena tentano faticosamente di rendersi indipendenti l'uno dall'altra e il modo in cui Gröning tratta questa tematica è di grande interesse, mentre alcune riflessioni filosofiche appaiono più pretestuose e meno necessarie.

A ogni modo, nonostante tali imperfezioni, è un film da vedere, molto stratificato e ricco di sequenze importanti. Un'ennesima dimostrazione del buono stato del cinema tedesco in concorso a Berlino dopo «Transit» di Christian Petzold e «3 Days in Quiberon» di Emily Atef.

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