Domenica

Festival di Berlino: convince a metà «Museo» del messicano…

  • Abbonati
  • Accedi
festival dEL CINEMA

Festival di Berlino: convince a metà «Museo» del messicano Alonso Ruizpalacios

Una scena del film «Museo»
Una scena del film «Museo»

Un film sulla celebre rapina avvenuta al Museo nazionale di antropologia di Città del Messico nel 1985: è questa la sfida che ha raccolto Alonso Ruizpalacios con «Museo», presentato oggi in concorso al Festival di Berlino. Il regista messicano ha scelto di raccontare le dinamiche familiari dei due rapinatori, il momento del furto avvenuto durante la notte di Natale e le difficoltà incontrate nel rivendere i pregiati pezzi che avevano rubato.

Il fatto di cronaca è più un'ispirazione che altro per questa pellicola che vuole riflettere sul senso della memoria e dell'eredità culturale di un popolo, come quello messicano, con una storia così importante alle spalle.

Dopo aver convinto con il suo esordio «Guëros», Ruizpalacios conferma il tuo talento stilistico con quest'opera seconda che parte col piede giusto, regalando un incipit affascinante e costruendo al meglio le basi per una vicenda molto interessante.

Il ritmo è inizialmente efficace, ma nella seconda parte il film perde colpi a causa di un andamento che si fa altalenante e di alcune forzature drammaturgiche poco credibili.

Anche il coinvolgimento funziona a fasi alterne, tra momenti di grande dinamismo capaci di intrattenere e altri di stanca in cui si sente troppo la lunga durata della pellicola (128 minuti). «Museo», così, è un film riuscito a metà, vittima di troppi passaggi ridondanti ma comunque forte di numerose suggestioni visive e di un notevole approfondimento psicologico sui due personaggi principali.

Uno dei due protagonisti è Gael García Bernal, mentre tra gli interpreti di contorno si segnala il sempre bravo Alfredo Castro, volto noto del cinema cileno e attore di tante pellicole di Pablo Larraín.

Pessimo, invece, «Touch Me Not», opera prima della regista rumena Adina Pintilie, che interviene anche nella narrazione, dando vita a una sorta di ricerca sul tema dell'intimità, insieme al personaggio principale della sua pellicola. La protagonista è una donna di mezz'età che rifugge qualsiasi contatto fisico con altre persone, ma che sta cercando in ogni modo una soluzione per fronteggiare questo delicato problema.

A metà tra documentario e finzione, questo esordio è un film che vorrebbe indagare una fobia decisamente seria, mostrando le esistenze di vari personaggi accomunati da questo grave malessere.

I presupposti per un film impegnato ci potevano anche essere, ma Pintilie dà vita a una riflessione superficiale e a una messinscena supponente e calcolata.

Così, ogni forma di empatia con i personaggi è al grado zero, non si rimane coinvolti o interessati da quanto viene mostrato e, anzi, la sensazione che il film lascia è quella di un prodotto cinico e freddo, con cui la regista ha voluto dare sfoggio del suo stile senza essere supportata da alcuno spunto realmente degno di nota. Da dimenticare.

© Riproduzione riservata