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Un’amicizia, un amore: quando il male è «naturale»…

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A misura d’uomo di roberto camurri

Un’amicizia, un amore: quando il male è «naturale» come il bene

«Perché a me son sempre piaciuti più quelli che ci provano di quelli che ci riescono», dice Giuseppe a Valerio. È in queste parole la poetica di Roberto Camurri, il suo modo di guardare il mondo. Un mondo di appassionati resistenti al male, agli eventi, alla morte, quello che Camurri racconta nel suo A misura d'uomo, da poche settimane in libreria per NN Editore (pp. 171, 16 euro).

Davide, Anela, Valerio. Due amici, una storia d’amore, quella di Anela e Davide, che si stritola nella distruzione di Davide («Davide aveva sei anni quando hanno sparato in faccia a suo padre. Era mattina presto e suo padre aveva un banco al mercato, vendeva vestiti...») per poi prendere - dopo la morte di Davide - nuova forma in una seconda storia d’amore quella di Anela e Valerio. Questa seconda vita è l’altra parte della prima. Perché l’amore quando nasce ha egual possibilità di finire in un modo o nell’altro. Così questo consumarsi di sentimenti paralleli nulla ha di doloroso o di morboso, ma appare - placidamente - naturale. Persino la colpa, persino il senso di colpa.

E naturale è persino la crudeltà con cui nel capitolo dal titolo Asfalto il fratello di Anela prima mira a sé stesso poi alla moglie («Nei rari momenti di lucidità, lui guardava il suo fisico che la abbandonava, la guardava in mutande, al mattino mentre si preparava per uscire, in quelle mutande che non erano più di pizzo, chiedendosi, mentre pisciava la piscia del mattino, come avesse fatto a trovare attraente quella donna»). Parabola di un matrimonio: la felicità, la frustrazione, l’impossibilità di farsi bastare ciò che si ha, il dolore che prende la sua forma peggiore - l’alcolismo - per poi ricomporsi e diventare resurrezione. E poiché un matrimonio è una misteriosa costruzione l’amore riesce a rimanere sentimento anche quando non è più amore. Pazienza se qualche volta sopravvive l’urgenza di scappar via e se i corpi sfatti non sono più quelli amati. Si resta comunque insieme, fino al momento del crudelissimo epilogo.

Il mondo di Camurri ha un luogo di appartenenza ben preciso: è Fabbrico a pochi chilometri da Reggio Emilia. Qui tra stradine di campagna, bar dove bere un campari o la sambuca, il turno in fabbrica, i lavori nell’orto, la manifestazione partigiana, l’odor di muffa di una vecchia casa contadina, le rose da curare in giardino, un canale gelato, il servizio in Croce rossa, vivono Anela, Valerio, Davide, Maddalena, Pietro, la vecchia Bice, il vecchio Giuseppe. La trama è il quotidiano svolgersi delle esistenze più comuni, l’esistenza di tutti. La restituzione dell’ordinario in una dimensione narrativamente forte e convincente dà la misura dell’efficacia di Camurri. Un quadro costruito per frammenti, un romanzo in cui i capitoli hanno la tenuta del racconto. Il punto di osservazione è tutto esterno. L’azione domina l’emozione, anzi è l’azione che la struttura: i sentimenti prendono corpo perché in scena ci sono corpi che si muovono ed è sulla descrizione di quel movimento che Camurri si concentra. La lingua è equilibrio tra la scelta lessicale che predilige la nitidezza e una costruzione sintattica che ha il ritmo dei tamburi. Il risultato è un paradosso: nulla di quanto racconta Camurri è pacifico o quieto, ma le sue pagine hanno il conforto degli angoli caldi.

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