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Madiba: dalla liberazione alla libertà

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nelson mandela (1918 - 2013)

Madiba: dalla liberazione alla libertà

«La nascita  di un sogno».  Così scrisse Nelson Mandela  a proposito delle  prime elezioni libere     in Sudafrica, nel 1994, in cui fu eletto presidente: un momento della  campagna elettorale.
«La nascita di un sogno». Così scrisse Nelson Mandela a proposito delle prime elezioni libere in Sudafrica, nel 1994, in cui fu eletto presidente: un momento della campagna elettorale.

«La verità è che non siamo ancora liberi: abbiamo conquistato soltanto la facoltà di essere liberi, il diritto di non essere oppressi. Non abbiamo compiuto l’ultimo passo del nostro cammino, ma solo il primo su una strada che sarà ancora più lunga e più difficile; perché la libertà non è soltanto spezzare le proprie catene, ma anche vivere in modo da rispettare e accrescere la libertà degli altri. La nostra fede nella libertà dev’essere ancora provata. Ho percorso questo lungo cammino verso la libertà sforzandomi di non esitare, e ho fatto alcuni passi falsi lungo la via. Ma ho scoperto che dopo aver scalato una montagna ce ne sono sempre altre da scalare. Adesso mi sono fermato un istante per riposare, per volgere lo sguardo allo splendido panorama che mi circonda, per guardare la strada che ho percorso. Ma posso riposare solo qualche attimo, perché assieme alla libertà vengono le responsabilità, e io non oso trattenermi ancora: il mio lungo cammino non è ancora alla fine».

Così finisce la prima parte dell’autobiografia di Nelson Mandela Lungo cammino verso la libertà (Feltrinelli, 1994) che ne racconta la vita dalla nascita alla liberazione, dopo 27 anni di prigione. Con questa stessa frase, in esergo, inizia l’ancora più interessante - dal punto di vista politico - seconda parte: La sfida della libertà, ora nelle librerie italiane. Parte infatti dalla scarcerazione per attraversare tutti gli anni di presidenza dando conto dell’impresa più difficile del leader sudafricano, un’impresa che aveva dell’impossibile: trasformare la liberazione in libertà, attuare la trasformazione non violenta del Paese e della macchina statale (senza licenziarne i dipendenti!) dal regime dell’apartheid alla democrazia, cercando di porre le basi perché questa potesse sopravvivergli e durare nel tempo, cosa assai rara nelle giovani, fragili e fragilizzate democrazie del continente.

Se lottare contro il sistema dell’apartheid rischiando la vita aveva infatti richiesto coraggio, avrebbe richiesto una determinazione – e un’astuzia – ancora maggiore la sfida che Mandela si prefissò una volta uscito di prigione, ovvero sottomettere lo stesso sistema al servizio della democrazia senza spargimenti di sangue e senza che la dominazione dei bianchi sui neri si trasformasse in una dominazione dei neri sui bianchi, memore forse delle parole di Marthin Luther King secondo cui la violenza non può mai portare a una pace duratura.

Questa biografia risulta più interessanti ora che, dopo quasi due mandati segnati da scandali e corruzione, le dimissioni di Jacob Zuma hanno portato alla presidenza del Sudafrica il suo vice, Cyril Ramaphosa, tante volte ivi citato (Zuma meno). Sfortunatamente però Mandela non riuscì terminare le sue memorie: ne scrisse solo dieci capitoli, rielaborati e completati usando discorsi ufficiali e interviste da un giornalista ed ex combattente, Mandla Langa, per volontà della vedova, Graça Machel.

Quando fu liberato, nel 1990, Madiba (è affettuosamente chiamato col nome del suo clan) si trovò di fronte problemi enormi, il Paese frammentato dalla violenza e dall’odio razziale, dalla paura delle vendette, dalle divisioni politiche, etniche e tribali fomentate dal governo che aveva creato i “bantustan”, regioni autonome e in alcuni casi indipendenti, dove i capi tradizionali (non eletti ma ereditari) avevano barattato il potere in cambio della collaborazione col regime e dell’opposizione alla lotta armata. L’economia - cosa meno nota - era allo sfascio, il debito pubblico enorme, l’inflazione a due cifre, mentre perché la pace fosse possibile bisognava al più presto estendere i servizi come la sanità, l’istruzione, acqua ed elettricità a tutti e come se non bastasse, per stessa ammissione di Mandela, lui e i membri del suo partito, l’African national congress, non avevano alcuna esperienza in settori fondamentali come la macchina parlamentare o la gestione dell’economia.

Per calmare gli animi Mandela si fece forte dell’insegnamento del suo mentore e collega avvocato Oliver Tambo e cercò quanto più possibile di arrivare a decisioni per consenso, avviò consultazioni popolari che rinvigorirono la società civile e soprattutto cercò di coinvolgere nella transizione tutti gli attori, anche gli antichi nemici, perché tutti si impegnassero affinché «da un’inaudita tragedia umana durata troppo a lungo nascesse una società di cui tutta l’umanità sarebbe stata fiera», convinto com’era che della fine dell’apartheid avrebbero potuto beneficiare tutti.

«Noi non ci imponiamo, persuadiamo», diceva questo leader che aveva una grande capacità di contrastare le argomentazioni altrui partendo dai loro stessi assunti, ma che era anche capace di ascoltare: racconta per esempio come rinunciò alla statalizzazione dopo l’incontro al World economic forum di Davos del ’92 con Li Peng, il primo ministro cinese che gli disse che l’esperienza fatta in Cina suggeriva che la nazionalizzazione sarebbe stata un errore, parere espresso anche dal primo ministro vietnamita.

Dialogando, coinvolgendo, convincendo il settantacinquenne Madiba arrivò alle prime elezioni in cui poterono votare anche i neri. Più volte disinnescò il rischio di una seconda Angola, per esempio quando nel ’93 fu ucciso dalla destra bianca uno dei più popolari leader africani, Chris Hani, e decine di migliaia di persone si riversarono nelle strade. Miccia spenta solo grazie a un suo tempestivo intervento televisivo (e fu qui, secondo Langa, che avvenne il vero trasferimento di potere, non nel ’94 quando vinse le elezioni). Elezioni che lo videro candidato solo in seguito all’insistenza del suo partito e solo dopo aver chiarito che avrebbe svolto un unico mandato. Elezioni libere e regolari che furono protette dalle forze militari la cui missione, fino a poco tempo prima, era stata di scongiurare quel momento.

Come previsto dalla Costituzione provvisoria del 1993 fu formato il Governo di unità nazionale con tutti i partiti che avevano ottenuto oltre il 10% dei voti, dunque oltre all’Anc anche il National party di de Klerk e l’Inkatha freedom party guidato da un principe zulu alleatosi con gli estremisti bianchi. «Non renderemo il Governo di unità nazionale un contenitore vuoto - si impegnò Mandela - . Vogliamo che tutte le organizzazioni politiche vi partecipino sapendo che sono parte integrante della macchina governativa, che farà di tutto per venire incontro alle loro idee entro la cornice del Programma per la ricostruzione e lo sviluppo». Programma fondativo che mirava a ridurre la povertà e colmare le gravi lacune dei servizi sociali e che si rivelò molto difficile da attuare anche a causa della disastrata e insospettata situazione finanziaria del paese ereditata dal regime che Madiba cominciò a risanare (dati economici alla mano, il libro mostra come ottenne progressi insperati).

Mandela decise di cambiare strategia avviando una politica per lo sviluppo che alcuni definirono “neoliberale”. «A noi non interessano le etichette, se il nostro sistema sia capitalista o socialista. A noi interessa fornire servizi alle masse a cui sono stati negati i più elementari diritti di cittadinanza» disse nel ’97. A chi non trova i risultati soddisfacenti, non senza amarezza Madiba risponde che quando «non ci si rende conto appieno della portata dei problemi da risolvere, ecco che non sempre vengono riconosciuti i risultati straordinari conseguiti».

Durante il governo di questo «soldato per la pace», ossimoro che Mandela impiegò per definire Chris Hani, ma che ben si adattava anche a lui, venne scritta la Costituzione (1996), si attuò il costituzionalismo (affinché «nessun ufficio o istituzione potesse porsi al di sopra della legge»), si formò un Parlamento che trasformò il diritto da uno strumento di segregazione e oppressione «in un monumento al servizio di tutto il popolo». Con la sua capacità di negoziazione l’ex combattente riuscì a dar vita a autorità locali che fossero elettive e non ereditarie senza che si rivoltassero i capi tradizionali e fece persino lavorare fianco a fianco nelle Forze di difesa sudafricane i soldati dell’apartheid e i membri dell’Umkhonto we Sizwe, braccio armato dell’Anc.

Ricostruzione e sviluppo per Madiba non si potevano attuare senza la riconciliazione. Dette vita alla Commissione per la verità e la riconciliazione che gli valse molte lodi all’estero e infinite critiche in patria: far sapere ciò che era accaduto era per lui l’unico modo perché le ferite del paese iniziassero a guarire. «Uno dei punti di forza della nuova nazione che stiamo edificando consiste nel fatto che, rimuovendo le cause delle tensioni e dei conflitti (...) può sbocciare quanto di meglio vi è in tutti noi. Sono queste le circostanze che stanno dando vita a una nuova generazione di leader per una società prospera e giusta, in pace con se stessa». Come far emergere ciò che di meglio c’è nell’uomo è forse uno dei più grandi insegnamenti di Mandela, che ha saputo applicare ai massimi livelli l’etica dell’ubuntu (benevolenza verso il prossimo) e quella saggezza tradizionale che predilige la cooperazione alla competizione.

Nelson Mandela e Mandla Langa, La sfida della libertà. Come nasce una democrazia, prologo di Graça Machel, trad. di M. Matullo e V. Nicolì, Feltrinelli, pagg. 432, € 25

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