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Almanacco degli anni 70

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enrico deaglio

Almanacco degli anni 70

Atmosfere d’Antan. Giuseppe Capogrossi, Superficie 45, Arazzo, cm 74 x 200, Collezione Fondazione Agostino  De Mari, Savona (particolare)
Atmosfere d’Antan. Giuseppe Capogrossi, Superficie 45, Arazzo, cm 74 x 200, Collezione Fondazione Agostino De Mari, Savona (particolare)

È divenuto senso comune considerare gli anni Settanta l’anticamera dell’oggi. Un decennio che si caratterizza per la sua “lunghezza” coincidendo il suo inizio con la contestazione studentesca del ’68 e la sua coda con i primi anni Ottanta e, quindi, con l’avvio del cosiddetto reflusso: il distacco dalle passioni che avevano caratterizzato il periodo precedente.

Di questo tratto di storia si sono date molte definizioni e si è provato a impacchettarlo in formule che non riescono a restituirne la complessità dal punto di vista internazionale e forse ancor meno per quel che riguarda la vicenda italiana. L’elenco delle straordinarie conquiste sociali che arrivarono a maturazione in quegli anni e la loro diffusione non sarebbe completo senza aggiungere quanto essi furono tormentati. Lo furono in un Occidente che sperimentava le conseguenze di una ricchezza inedita, e l’estensione di nuove forme di scontro sociale e militanza civile; e lo furono in teatri che facevano intravvedere i segni del cambiamento globale che si sarebbe verificato nei successivi decenni. L’esperienza italiana compendiata in Patria di Enrico Deaglio è per molti versi antonomastica del dinamismo di tali trasformazioni, e dell’urto che esse provocarono su assetti che parevano incrollabili.

Un titolo orgoglioso e per certi aspetti provocatorio, se è vero che in molti continuano a riconoscersi nell’affermazione di Ceronetti «l’Italia è più un archetipo che nazione». Eppure da queste pagine che definiscono la portata del conflitto generazionale, dell’evoluzione della cultura popolare e della sua saldatura con contesti che parevano distanti, del modo di percepire e vivere la politica, emerge qualcosa di più che un archetipo. Non si tratta di un saggio interpretativo o di un’analisi costruita su una delle tante tesi-contenitore che la storiografia ha prodotto (spesso in maniera poco originale) per riassumere il decennio. È piuttosto una ricostruzione di fatti pazientemente allineati che ambiscono alla formazione di un “quasi almanacco” in presa diretta e restituiscono il ritmo dei cambiamenti, la partecipazione degli attori, il contributo degli intellettuali, la resistenza degli elementi più retrivi, l’affermazione della coscienza operaia, la gioia della sperimentazione e il buio della violenza.

Ciò che punteggia la narrazione di Deaglio, dunque, non è la pretesa della neutralità – che del resto sarebbe velleitaria specie se proclamata da chi in quel periodo era non solo adulto ma attivo – o il compiaciuto reducismo della “meglio gioventù”, quanto la fiducia che un’ampia selezione di fatti possa comporre un quadro verosimile di come l’Italia visse in quell’epoca. Ciò che colpisce di un esperimento come questo è la cognizione che l’autore ha nel combinare elementi alti e bassi (ammesso che una distinzione del genere abbia senso in un caso come questo) e l’immunità da prosaici rimpianti: una cognizione che dà forza all’eccezionalità di quegli avvenimenti riuscendo a contestualizzarli come qualcosa di non slegato da ciò che li precedette e ciò che venne dopo. Se c’è un tratto che emerge netto nella moltitudine di fatti anche minori di una quotidianità crivellata dalla conta dei morti, è l’energia che trasuda dalla partecipazione al cambiamento dei protagonisti. Come se la catena di avvenimenti descritti suggerisse che la composizione dell’indole politica del Paese fosse assai più vivace rispetto alle formule e ai paesaggi tartarei che lo definirono in seguito. E se è inevitabile pensare a quanto, rispetto ad allora, la società italiana appaia oggi ripiegata in uno stato comatoso, analogamente è possibile individuare in quell’intervallo di date una linea d’ombra della Repubblica: un confine che sarebbe stato varcato l’anno successivo al momento in cui si arresta il libro, il 1978 della strage di via Fani e dell’uccisione di Moro. Ma quel passaggio che è stato interiorizzato come un transito verso l’età adulta o, peggio, come un passo prima (e per alcuni dopo) delle Malebolge, appare consequenziale agli avvenimenti riportati in queste pagine.

Bisogna poi dire che i dieci anni qui descritti riportano a un clima nel quale si rafforzarono al centro della vita nazionale tendenze e figure che determinarono la consunta modernità di cartapesta del decennio successivo. Quasi come se il drammatico cambiamento dovesse necessariamente essere immolato, dissipato, nel linguaggio sfumatamente patologico e congenitamente distorto della politica nazionale. Un elemento che affiora più di altri dal libro è il superamento degli stereotipi più convenzionali con cui il decennio è stato descritto dai suoi contemporanei e dagli scimmiottamenti degli epigoni. Si tratta della definizione di “crisi italiana”, la cui lugubre cifra ha regnato per descrivere un Paese tragico che ignora di esserlo. Quella crisi fu, è vero, profonda e segnata dalla matta bestialità delle comparse italiane, ma fu il tempo nel quale si svilupparono diritti che fanno parte del nostro patrimonio. Fu quello il tempo nel quale, anche a causa dello stato endemico di conflitto fra vari pezzi dello Stato, si mobilitarono le coscienze di una parte della società che fino ad allora aveva vissuto nel fatalismo sentimentale e cinico che è poi tornato al centro della scena pubblica. Così come quel decennio provò un innesto (fallito) in una modernità di cui si percepivano i potenziali salvifici ancoraggi. Una scena che da allora si è vertiginosamente trasformata nello sconcio carnevale di lazzi e smorfie che trionfa oggi. Quell’Italia più ingenua aveva – e questo la lettura di Patria lo suggerisce – una forma di pudore a mostrarsi amabile e festevole a tutti i costi, a seppellire sotto un’ignoranza bieca e diffusa l’assenza di orizzonti.

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