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Cent’anni stile e di Arte Concreta

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gillo dorfles (1910-2018)

Cent’anni stile e di Arte Concreta

È morto Gillo Dorfles, grande critico d’arte. Aveva un’età biblica, centosette anni; vissuti fino all’ultimo con passione, creatività e stile. E con inalterabile senso critico. Quel senso critico che, sin dall’inizio degli anni Cinquanta, lo aveva portato ad assumere una posizione di grande autonomia, contrapponendo all’ancora dominante idealismo crociano l’idea che i canoni artistici, i criteri di valutazione dell’arte e il gusto in generale non siano inalienabili, ma contestuali e storicamente determinati; che cambino nel tempo. E che dell’opera d’arte la critica debba cogliere e valorizzare, più che il carattere ineffabile, linguaggi e aspetti tecnici.
Dorfles nasce, nel 1910, in una Trieste asburgica; cresce vicino a figure come Toscanini e a contatto con l’intellighenzia mitteleuropea di allora, da Svevo a Saba; si laurea in medicina e psichiatria; si trasferisce poi a Milano; e da allora è protagonista della vita culturale e artistica della città.
Tra i suoi compagni di strada ci sono Atanasio Soldati, Bruno Munari e Gianni Monnet con cui, nel 1951, fonda il MAC, Movimento Arte Concreta, nell’ambito del quale si muove sia come teorico sia come artista.
Poi, per decenni, si presenterà principalmente come storico e critico d’arte, ed estetologo, e la sua attività sarà di scrittore e di docente in diverse accademie e università.
Per Dorfles la dimensione estetica è fondamentale in ogni momento. A partire dalla sua stessa figura, di un’eleganza che non trascende mai nel dandismo, ma si mantiene sobria, anglosassone; ai suoi studi, incentrati sul gusto e tradotti in libri, pubblicati in diverse lingue, tra i quali «Nuovi riti, nuovi miti» del 1965, «Artificio e natura» del 1968, «Le oscillazioni del gusto» del 1970, «Mode e modi» del 1979, «Elogio della disarmonia» del 1986, «Il feticcio quotidiano» del 1988, «L’intervallo perduto» del 1989, «Preferenze critiche» del 1993, «Fatti e fattoidi» del 1997 e «Irritazioni» del 1998; ma soprattutto, del 1972, «Il Kitsch. Antologia del cattivo gusto», pubblicato da Mazzotta con un’indimenticabile copertina dorata. Il Kitsch nasce proprio dall’adesione profonda per ciò che è culturale e chic; e dalla curiosità per ciò che, all’opposto, è di cattivo gusto, commerciale, superficiale, di largo consumo. Con chiarezza e precisione codifica lucidamente una nuova categoria estetica, ed è destinato a diventare un testo di riferimento per chi si interessi all’immaginario pop.
L’età consentiva a Gillo Dorfles una prospettiva lunga, ma non ha mai smorzato la sua energia intellettuale, la sua proiezione in avanti, il suo interesse per gli esiti più sperimentali dell’arte e della cultura in generale – grande la sua passione per la musica - e la sua vena critica: il grande critico è sempre rimasto aperto al dialogo e disponibile, ma vigile, diretto, sferzante quando gli pareva necessario. E ancora negli ultimi anni la sua figura allungata ed elegante appariva in occasione di presentazioni e di inaugurazioni.
Né ha prosciugato il suo piacere della vita: Dorfles disse sempre che a tenerlo in attività così a lungo erano piaceri come mangiare e bere ciò che amava.
Né gli ha impedito qualche vezzo; restò, per esempio, scaramantico; con l’approssimarsi dei cent'anni cercò di evitare in ogni modo che “l’appuntamento” gli venisse ricordato fintanto che la soglia non fosse superata.
Si sentirà grande mancanza dei suoi commenti sintetici e acuti, della sua esemplare vigilanza critica.

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