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I film di Angela Ricci Lucchi: dialogo continuo tra passato e presente,…

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addii. 1942-2018

I film di Angela Ricci Lucchi: dialogo continuo tra passato e presente, tra poesia e politica

Angela Ricci Lucchi (Fotogramma)
Angela Ricci Lucchi (Fotogramma)

C’è forse una cosa sola che più faccia disperare, della scomparsa di un’artista nella sua più intensa pienezza espressiva, quale era Angela Ricci Lucchi (romagnola del 1942, morta a Milano lo scorso 28 febbraio): ed è lo spezzarsi di un sodalizio come quello che, in quarant’anni di lavoro comune, aveva fatto di lei una persona sola col compagno d’arte e di vita, l’italo-armeno Yervant Gianikian.

Da tempo Angela e Yervant erano fra i nostri artisti più amati all’estero: i loro film sono al MOMA e se n’è fatta una bellissima retrospettiva a Beaubourg; all’ultimo Documenta erano gli unici italiani invitati. E, come capita in questi casi, non erano profeti in patria. Pour cause: se della “patria” – di tutte le “patrie” – hanno sempre mostrato l’«orrore» (per dirla con Rimbaud). Lo scorso novembre, a Palermo, finalmente anche da noi avevano ricevuto un premio importante, l'Efebo d'oro per i Nuovi Linguaggi.

Ma in che senso il loro, com’è evidente a chi dia solo un’occhiata a un film di Gianikian e Ricci Lucchi, è un Nuovo Linguaggio? Ciascuno per suo conto aveva cominciato con mezzi più tradizionali – col video lui, con la pittura lei, ultima allieva di Oskar Kokoshka –, ma un’inquietudine febbrile li portava a forzare le rispettive discipline. L’ultima volta che li ho incontrati – alla presentazione del bellissimo diario di viaggio del 1989, sulla fine dell’URSS (The Arrow of Time, pubblicato l’anno scorso da Humboldt Books) – Angela Ricci Lucchi mi ha raccontato di come a farli incontrare fosse stato un altro grande insofferente di rendite di posizione (e, non a caso, a sua volta misconosciuto), Corrado Costa. Il quale un giorno la prese da parte e le disse di aver conosciuto uno strano artista: «Non ho ancora capito se è un genio o un pazzo, devi dirmelo tu». La risposta la conosciamo.

La parola nuovo, per il loro post- o piuttosto pre-cinema, è un paradosso. A partire da Dal Polo all’Equatore, dell’87, si può dire infatti che Angela e Yervant non abbiano girato un minuto ex novo. Archeologi contemporanei, «più moderni di ogni moderno», tutto ri-giravano piuttosto. Con la loro invenzione “povera”, la «camera analitica», riuscivano a manipolare (attraverso il colore, la musica, il ritmo) spezzoni di found footage come quelli di primo Novecento archiviati da Luca Comerio, così fisicamente entrando nell’immagine.

In questo modo negli anni Novanta hanno realizzato una trilogia – culminata col magnifico Su tutte le vette è pace – che è senza dubbio l’omaggio più lirico, e doloroso, che i posteri abbiano saputo riservare alla tragedia della Grande Guerra. Il loro metodo, insieme poetico e politico, voleva urticare tanto i protocolli della filologia che il sopore delle coscienze. E ci riusciva benissimo: l’ultimo lungometraggio, Pays barbare del 2013, sulla matrice fascista del nostro colonialismo, da noi non si è quasi potuto vedere.

Avevano detto: «Non siamo archeologi, antropologi o entomologi. Per noi non esiste il passato, non esiste la nostalgia, ma esiste il presente. Far dialogare il passato con il presente». Ogni loro immagine è allora, per usare una luminosa definizione di Walter Benjamin, un’immagine dialettica: un raggio di luce che investe in pieno chi vi assista. E dio sa, di questi tempi, quanto ne abbiamo bisogno.

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