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Sette amici, una generazione che pensava di poter tutto ed…

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narrativa

Sette amici, una generazione che pensava di poter tutto ed invece...

Ci sono Anita ed Isabella, Chiara e Giovanni, e poi Isabella ed Elia, e poi Agnese, e poi Max. Ed ora pensate a voi, sostituite questi nomi con quelli dei vostri amici. Soprattutto se anche voi come Chiara ed Isabella appartenete a quella generazione che si è laureata nel 1998. Siamo a Padova, certo. Una Padova raccontata con minuzia, nel dettaglio, i locali, le strade, i luoghi di ritrovo e soprattutto l’università, il “Liviano”- Palazzo Liviano - cuore di questa narrazione. Ma Padova è anche un qualunque altro luogo del tempo in cui immaginavate la vostra vita come il regno delle possibilità.

Quell’età in cui desideri e bisogni di confondono, quando il sogno ha la medesima concretezza dell’obiettivo. Quella età in cui cerchiamo l’amore per fuggire dalla paura di restare soli, in cui ci struggiamo nell’ansia ma in cuor nostro crediamo veramente che tutto sia lì, fuori dalla nostra stanza, pronto per essere afferrato. Il tempo in cui crediamo di non avere alcuna carta in mano e invece le abbiamo tutte. Poi arriva quello in cui pensiamo di averle tutte e invece non ne abbiamo più. È il tempo in cui ci guardiamo indietro, spesso dopo un funerale o un matrimonio. Perché il segno dell’essere nell’età adulta è anche questo ritrovare gli amici ai funerali o ai matrimoni.

Come accade ai protagonisti di Eravamo tutti vivi, romanzo d'esordio di Claudia Grendene, da pochi giorni in libreria per Marsilio (282 pagine, 17 euro). Un gruppo di amici, dunque, e l’occasione per prendere atto di quel che si è diventati è la morte di uno di loro. Max, muore in Messico, Max il coraggioso. Il più brillante. Max che ha amato Agnese e Chiara ma forse nessuna delle due. Max che a Chiara (che sì lo ha amato!) alla vigilia del suo matrimonio scrive che Agnese era l’unica donna che avrebbe potuto amare e lei lui che avrebbe potuto sposare. Così Chiara non risponde, cestina. Va avanti. Chi non avrebbe scelto quello che ha fatto Chiara? Solo che poi arriva la morte e quell’atto mancato è un pungolo. Senso di colpa? Forse. È il “quel che poteva essere e non è stato”. Ed allora è il momento di tornare indietro per domandarsi cosa hanno fatto di loro stessi? Cosa ne è stato di una generazione che all’impegno politico della generazione precedente ha preferito la costruzione di sé attraverso la dimensione della genitorialità, della famiglia, dell'accudimento? «La morte cambia le cose dei vivi».

I cocci, Grendene li mette tutti sul tavolo. E a nessuno dei suoi personaggi concede di sottrarsi. Niente scorciatoie. Dalla fine all’inizio. E qui Grendene sceglie la strada narrativa più difficile, un montaggio che riavvolge il nastro. Il risultato, riuscito, è una narrazione che, maneggiando il quotidiano, tiene in questo modo l’attenzione del lettore. L’incastro è teso, nulla si slabbra. Particolarmente efficace è il diario di Max. Un lampo la scena dell’incendio a casa della nonna di Max. Un capoverso risolutivo. Ora sì che siamo dentro Max e soprattutto dentro Agnese. Dal fallimento (falliscono gli individui, falliscono le coppie, falliscono le famiglie) indietro fino alla nascita delle illusioni: attraverso i tradimenti (persino Elia? Sì perfino lui. Elia che tanto aveva criticato Max per il modo in cui aveva trattato Chiara, poi resta inchiodato al più brutte cliché del marito che tradisce. Un giorno Isabella al marito distratto domanda dove siano i suoi pensieri. Lui dice: ti amo. I suoi pensieri sono da Anna), attraverso le liti, ma anche attraverso la condivisione, le cene, le gite, gli aperitivi.

Ci si condanna e ci si assolve. Agnese che schizza di caos le vite di tutti, senza attenzione, senza cautele, è sempre accolta da Chiara ed Isabella. E Anita? Bellissima. La bellissima Anita che ama il cugino, Alberto, ma che, prendendo atto dell’impossibilità di questo legame, accetta di sposare un altro uomo. Figli e famiglia con lui. E poi nel momento del successo di Alberto accetta allo stesso di esserci accanto a lui certo, ma anche accanto a sua moglie: si ferisce ed al tempo stesso ferisce. Perché si è così: ognuno di noi può compiere il male con la medesima facilità con cui può restarne vittima. Sette amici, con loro padri allo sbando (spacciatori o imprenditori caduti in disgrazia) e padri presenti (come il padre di Chiara che continua ad aiutare l’altra figlia nonostante sia consapevole che i suoi soldi finiscano in eroina. Perché preferisce che tutta la famiglia muoia di fame che far prostituire la figlia tossica). Con loro la Padova dei monolocali striminziti e quella delle ville che nascondono un mondo che non c’è più, come dice Alberto. Dominanti nella prosa di Claudia Grendene sono i dialoghi, a restituire perfettamente la dimensione corale. Le voci si incalzano, l’azione è nelle parole. Per chi vuol recuperare la memoria di quel che avrebbe voluto essere.

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