Domenica

In fuga per innamorarci di Lei

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Saleh Addonia

In fuga per innamorarci di Lei

Saleh Addonia
Saleh Addonia

«La motivazione della nostra domanda d’asilo era Lei. In tutti i moduli abbiamo dichiarato che nel paese dove siamo cresciuti Lei non si trova da nessuna parte e che siamo fuggiti per innamorarci di Lei». Impudico, sardonico, a dispetto di ogni retorica e ipocrisia, lo scrittore Saleh Addonia ci spiattella fin dall’incipit del racconto Lei è un altro paese che i protagonisti non sono rifugiati politici, o di guerra, o ambientali, no, loro migrano rivendicando il sacrosanto (ehm...) diritto di vedere l’altra metà del mondo e di conoscerla pure.

Solo che la prima del suo genere a capitargli vicino (faccia a faccia, soli in una stanza!) tentano di baciarla. È il loro avvocato e addio domanda d’asilo. Se la danno a gambe ed ecco che finalmente, in un parco, ce l’hanno davanti: «Distesa sull’erba verde, a pancia insù e con le gambe accavallate. Indossava un bikini giallo e occhiali da sole, leggeva un libro. Ci siamo fermati accanto a Lei. Le abbiamo fissato incantati le gambe, con grande attenzione». Scacciati, i mesi successivi sono tutti un accendersi e uno spegnersi repentino e dolorante di eccitazioni ed entusiasmi: «Lei era dappertutto. I nostri occhi si abbuffavano di quella libertà appena scoperta, e rovistavamo ovunque per scovarla. L’abbiamo vista migliaia di volte, ma Lei non ci ha mai rivolto un sorriso o restituito un solo sguardo né ci ha considerati in alcun modo, a parte quelle rapide occhiate che non erano nemmeno per noi, ma che le servivano a muoversi per strada. Era molto diverso da quello che pensavamo prima di arrivare in questo paese. Pensavamo che Lei ci avrebbe accolto. Pensavamo che fosse semplice, il suo amore».

Mentre ci tiene tesi sul filo del dubbio se stia prendendo in giro i nostri pregiudizi e i nostri egocentrismi o se ci stia raccontando una pornografica verità, Addonia - figlio di un etiope e un’eritrea, nato nel paese materno nel ’72 quando questo era in piena guerra con quello paterno, l’infanzia in un campo profughi in Sudan mentre veniva introdotta la shari’a, l’adolescenza nell’Arabia Saudita del niqab, infine approdato a Londra vent’anni fa - muta sensibilmente il tono della narrazione, che diventa più cupo, amaro, disperato.

«Raggiunta una certa età, il dolore per non poterti amare o non essere amati da Te è risalito lentamente dai nostri cuori alle nostre gole e da lì, ogni volta che ci arrivava in bocca, ci faceva urlare». Qui, come nel più esplicito Doveva essere il primo amore e anche in Acciacchi, a un certo punto si capisce che Addonia è spudoratamente sincero e il racconto diventa osceno, non per i tanti riferimenti al sesso ma perché dice ciò che non dovrebbe essere detto, il grande tabù della miseria sessuale e umana causata da molti fanatismi religiosi e dei devastanti effetti di questa. Tabù nei paesi d’origine di alcuni immigrati ma anche nei nostri, culturalmente impoveriti e deresponsabilizzati dal politically correct e dai timori di ulteriori rigurgiti populisti (basti vedere l’attacco subìto dall’intellettuale algerino Kamel Daoud per avere ribadito che gli islamisti hanno un problema con la donna e con il sesso, all’indomani del capodanno 2016 quando a Colonia si verificarono numerose aggressioni sessuali, fatti che forse Addonia rievoca in un episodio più allegro). L’autore però non si ferma qui, e nuovamente ribalta questo multiforme racconto (in parte anticipato sulla «Domenica» dell’11 settembre 2016) che finirà per toccare drammatici picchi esistenzialisti.

La ragazza e la nuvola, storia di una giovane che si sveglia nel deserto di fianco a un camion bruciato e cerca di fare amicizia con una nuvola solitaria è uno dei racconti più belli della raccolta. Favola spietata, rarefatta ed essenziale tanto da ricordare i beckettiani Finale di partita o Giorni felici, indaga con grande acume i rapporti tra due persone quando una ha tremendamente bisogno dell’altra e la gratuità dell’amicizia. Anche in questo caso Addonia ha saputo fare della sua esperienza di profugo la stele di Rosetta per decifrare un’esperienza universale.

Fortemente straniante ed evocativo pure l’ultimo struggente racconto: Il ritorno del padre, che narra di un uomo che riesce a ritrovare il figlio dopo aver combattuto una guerra durata trent’anni (come quella tra i paesi d’origine dei genitori di Addonia) e lo vuole riportare a casa. Il figlio prima è felice, poi sconcertato, quindi gli risponde: «Padre, amo mio figlio come un padre senza avere mai saputo cosa si prova a essere amato come un figlio» e i due decidono di cercare di recuperare il tempo perduto in un crescendo grottesco e drammatico.

Crocevia di chissà quanta umanità nella sua infanzia spaesata, Addonia pare aver rimasticato e rielaborato brandelli di molte culture, dalla fiaba persiana all’umorismo dei Monty Python, e ce ne restituisce gli echi stravolti dalla sua personalissima voce. Una voce che si esprime in inglese, lingua che ha imparato perlopiù leggendo, essendo sordo dall’età di dodici anni, avendo quasi dimenticato il tigrino e escluso il troppo fiorito arabo della sua infanzia. I suoi cinque racconti paiono un po’ quei meravigliosi oggetti fatti di latta, pelle, ferro e altri rottami dell’occidente che vendono nel suo paese natale, dove però alla maestria dell’artigiano si è aggiunta la visione dell’artista.

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