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Dipingere le emozioni forti

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FERRARA

Dipingere le emozioni forti

Capolavoro onirico. Umberto Boccioni, «La risata» (1911), New York, Museum of Modern Art. Dono di Herbert e Nannette Rothschild (1959)
Capolavoro onirico. Umberto Boccioni, «La risata» (1911), New York, Museum of Modern Art. Dono di Herbert e Nannette Rothschild (1959)

Scandita da una sequenza di capolavori, che da soli riescono a rievocare lo spirito dell’epoca, la mostra Stati d’ animo. Arte e psiche tra Previati e Boccioni, allestita nel Palazzo dei Diamanti di Ferrara ripercorre attraverso un punto di vista inedito e originale due decenni fondamentali nella storia dell’arte italiana. Quelli che, a cavallo tra Otto e Novecento, hanno visto attraverso il linguaggio sperimentale del Divisionismo l’affermazione di un nuovo modo di vedere ed interpretare la realtà, varcando dunque i confini delle apparenze materiali per inoltrarsi nell’audace quanto imprevedibile esplorazione dei territori della psiche e dell’inconscio. L’intento è stato quello di verificare quanto le ricerche degli artisti abbiano risentito del vasto dibattito scientifico e culturale del tempo, quando filosofia, antropologia e medicina si trovarono impegnate a indagare i segreti dell’animo umano cercando di svelarne e motivarne tutti i risvolti dal punto di vista scientifico. La tecnica divisionista, basata appunto sulla scomposizione scientifica dei colori, appare come lo strumento più adatto a rendere oltre la realtà fisica, quella più nascosta che affiora appunto in quelli che sono stati individuati come gli stati d’animo allora oggetto di osservazione tanto degli scienziati positivisti che dei romanzieri naturalisti, tra Zola e il nostro Fogazzaro.

I protagonisti della mostra sono artisti di due generazioni diverse. Si tratta appunto della agguerrita compagine dei pittori divisionisti, rappresentata al più alto livello da Previati, Segantini, Pellizza, Morbelli e Grubicy, destinati nel nuovo secolo a passare il testimone ai grandi interpreti dell’avanguardia futurista, come Boccioni, Balla e Carrà. La mostra, creando un complesso tessuto di relazioni che include anche gli scultori più innovativi, come Bistolfi e soprattutto Medardo Rosso, e inserendo dei confronti – soprattutto in quel territorio che ha conosciuto una più vasta e libera circolazione come la grafica - con alcune delle esperienze più avanzate del Simbolismo europeo, tra Munch, Khnopff, Klinger, Redon, Klimt, von Stuck, restituisce il passaggio epocale dalla figurazione ancora predominante nella temperie simbolista all’astrazione che caratterizza la rivoluzione visiva realizzata appunto dai futuristi. Il tema unificante della rappresentazione degli stati d’animo, destinato alla sua risoluzione finale nel celebre trittico di Boccioni, prestito eccezionale del Museo del Novecento di Milano, intitolato appunto Stati d’animo, consente di seguire il particolare percorso dell’arte italiana che fa il suo ingresso nell’avanguardia europea.

La forza di questa motivazione esistenziale ha consentito di ricondurre a un’unità di intenti e a un’atmosfera comune artisti che, pur incontrandosi e dialogando, sono stati caratterizzati in realtà da temperamenti ed esperienze molto differenti. La loro singolarità, che costituisce ancora il loro fascino, è quella di non aver mai ricondotto ricerche assolutamente personali ad un linguaggio unitario. Questo si può affermare tanto della generazione dei Divisionisti che di quella dei Futuristi. Anche se questi ultimi si sono dimostrati più compatti nel combattere la loro battaglia, schierati sulle trincee della modernità e del progresso scientifico, tecnologico. Ai Divisionisti sono mancate invece le certezze e hanno finito per rappresentare ognuno a suo modo il lato oscuro, le incertezze, la crisi d’identità dell’umanità contemporanea, sottraendosi ai riflettori e alle luci scintillanti della Belle Époque che trovarono la loro espressione nell’ottimismo dell’universo decorativo Liberty.

L’arte riflette un malessere epocale che è anche il risultato della diffusione della teorie rivoluzionarie di Darwin. Esse avevano lasciato in eredità all’uomo moderno un universo senza Dio, determinato dalle leggi spietate dell’evoluzione della specie. Assume, pensando a questa deriva materialista, un significato emblematico la dichiarazione di Segantini, il quale in un fondamentale articolo del 1891 – che è convenzionalmente indicato come l’ anno di nascita del Divisionismo – affidava all’arte un compito davvero gigantesco, quello di «rimpiazzare il vuoto lasciato in noi dalle religioni», per cui l’«arte dell’avvenire dovrà apparire come scienza dello spirito». Così come gli scienziati positivisti e i romanzieri naturalisti avevano concentrato le loro energie sullo studio dell’animo umano, così pittori e scultori – pensiamo soprattutto alla plastica spirituale di Medardo Rosso ma anche a Rodin e alla sua fortuna in Italia – si erano impegnati a penetrare l’essenza, l’anima della realtà, nell’eroica ricerca addirittura di riuscire a rappresentare, farsi interpreti del significato stesso della vita. L’ artista – e Segantini nel suo luciferino Autoritratto che ci cattura con la sua potenza all’inizio della mostra si presenta come tale - appare come un messia, il profeta di un’arte che, oltrepassando i limiti della sua destinazione commerciale, si presenta con la forza di una religione nella volontà di spiegarci il fondo del nostro animo o penetrare i segreti della natura vista come un grande organismo pulsante di emozioni.

Nella tensione di riuscire a dare una forma all’irraprensentabile e rendere lo spirito che anima la materia, l’arte cerca di immergere lo spettatore in un’esperienza unica in cui oltre alla vista siano coinvolti anche tutti gli altri sensi e soprattutto la mente. Il sogno allora condiviso è quello di realizzare l’opera d’arte totale che riesca a fondere in sé la dimensione figurativa, quella letteraria e la musica, travolgendo il fruitore. La musica, la più astratta delle arti, già privilegiata dal Romanticismo come l’espressione estetica più completa, sembra aver aumentato, grazie ai nuovi confini dischiusi dalla rivoluzione realizzata da Wagner, il suo potere di coinvolgimento, travolgendo i pittori che cercano di conferire alle luci e ai colori scomposti sulla tela la stessa potente cadenza delle note. Accompagnati da brani musicali, che sono una parte integrante dell’allestimento, i visitatori possono percepire questa straordinaria sintonia tra musica e pittura in molti momenti del percorso che si articola tra Previati e Boccioni, individuati anche nel titolo come i due protagonisti assoluti della mostra. Sappiamo dell’ammirazione del giovane genio futurista per colui che considerava «il più grande artista che l’Italia ha avuto dal Tiepolo a oggi», in quanto Previati era stato secondo lui il «primo veramente» che avesse «tentato di esprimere per mezzo della luce in sé una emozione nuova all’ infuori della convenzionale riproduzione delle forme e dei colori». Infatti «con lui le forme cominciano a parlare come musica, i corpi aspirano a farsi atmosfera, spirito e il soggetto è già pronto a trasformarsi in istato d’animo». Questa svolta era apparsa ormai evidente in un’opera radicale come Maternità massacrata dalla critica e dal pubblico alla Triennale di Brera del 1891. È stata collocata al centro di un percorso espositivo che, ripercorrendo nelle dodici sezioni della mostra le diverse gamme degli stati d’animo, arriva all’esplosione luminosa del grande trittico del Giorno che, ammirato da Boccioni alla Biennale di Venezia del 1907, appare come l’impressionante precedente de La città sale. Ma se in Previati gli stati d’animo sono ancora circoscritti in una dimensione individuale, nel Futurismo attraverso la resa delle emozioni collettive gli spettatori vengono catapultati «nel centro del quadro».

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