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Sinfonie di piombo e inchiostri

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ARTE DELLA STAMPA

Sinfonie di piombo e inchiostri

Una  tavola con i caratteri xilografici bodoniani in corsivo
Una tavola con i caratteri xilografici bodoniani in corsivo

Il libro di Ferdinando Scianna, Un fotografo in tipografia, invita il lettore a percorsi deliziosamente labirintici. Contiene in sé tanti libri possibili. Può essere letto come un album di congegni fantasiosi, alla maniera di quel cinquecentesco «theatrum machinarum» che è il trattato sulle Diverse et artificiose machine di Agostino Ramelli. O può essere delibato come il settecentesco Manuel Typographique di Pierre-Simon Fournier, con i suoi cataloghi di caratteri e le visite guidate a una officina di composizione: «La tipografia è divisa in tre parti distinte ed essenziali: l’incisione, la fusione, la stampa … La pratica particolare di ciascuna di queste parti forma artisti diversi: colui che incide o taglia caratteri è un incisore; colui che li getta è un fonditore e colui che li imprime è uno stampatore; soltanto colui che riunisce la scienza di queste tre parti si può chiamare tipografo. Ci sono pochi artisti del primo genere, un po’ di più del secondo, parecchi del terzo e pochissimi che abbiano meritato il nome di tipografo». Può essere anche gustato come un Saggio tipografico di fregi e majuscole alla Bodoni.

Sulla soglia del libro, Scianna mette a lapide una citazione dai Quaderni di Serafino Gubbio operatore di Pirandello. L’epigrafe autorizza a leggere l’opera come un racconto fantastico, in parola e in figura, attorno alla monotype il cui marchingegno è un corpo vivente che tanto somiglia a un «pachiderma, nero, basso»: a «una bestiaccia mostruosa», scrive Pirandello, che mangia «pani di piombo» ed espelle libri. E bisogna aspettarsi avventure e giochi di metamorfosi che, dal Jurassic park portino alla «caverna di Alibabà» e al laboratorio di un alchimista, con al centro la fornace della trasmutazione: «Perché qui», dice Scianna, «come per ogni magia alchemica entra in ballo il fuoco. Nel ventre della macchina è incorporata la fornace, che scioglie il piombo da argentei lingotti, per poi iniettarlo nel cavo determinato da un esatto e misterioso nastro perforato, a fondere così, carattere dopo carattere, il testo che andrà alla stampa».

Un fotografo in tipografia è un libro delle meraviglie. Scianna si serve della penna e della macchina fotografica per raccontare l’antica tipografia Campi, fondata nel 1898. E per raccontarsi attraverso la parentela tra camera oscura e stamperia, entrambe ormai relegate «nel mondo della nostalgia», dopo l’avvento del computer. Srive Scianna: «Ho avuto la fortuna di fare molti libri, e conosco bene le tipografie. In cinquant’anni di mestiere le ho viste cambiare molto. Ho in particolare fatto volumi con fotografie, e ancora non molti anni fa nel passaggio dalle pellicole alle lastre di stampa intervenivano anche le acidature per le correzioni tonali. Altri tempi, altri odori. Oggi molti passaggi sono governati al computer, elettronicamente. Anche olfattivamente più asettici».

Il racconto scritto di Scianna recupera gli odori delle botteghe artigiane di una volta. Ne fa un brano di storia autobiografica. Comincia con «il sentore di trucioli appena piallati e quello indimenticabile della colla messa a sciogliersi e sobbollire in alti pentolini», nella falegnameria del nonno. Si inebria ancora, annusando per via di ricordi, i «densi effluvi di acidi da sviluppo di carte e pellicole del fissaggio, l’iposolfito di sodio, che hanno riempito le narici dei fotografi per oltre un secolo»; e hanno contribuito a ridisegnare, nell’immaginario da romanzo e da cinema, la camera oscura come un’alcova: «con quegli odori erotici e quella rossa luce da bordello!». Scianna ha condiviso, con il suo amico Leonardo Sciascia, la passione per le opere grafiche. È stato un collezionista di acqueforti. E ha frequentato varie stamperie, ormai leggendarie come quella di Franco Sciardelli a Milano. Lì, nelle stamperie, ha assaporato fragranze di inchiostri: «mescolati, calibrati, che, grazie alla pressione dei torchi, dalle lastre, ripulite e rese specchianti dallo strofinio delle tarlatane, recuperano i segni dell'artista, imprigionati nei solchi del rame, per trasferirli magicamente, quasi una fecondazione, nelle preziose carte inumidite». A questo campionario olfattivo, il narratore Scianna fa seguire «gli odori un po’ bruciati» degli oli che, nelle poche tipografie artigianali sopravvissute, lubrificano i rulli.

Il racconto scritto introduce nel libro il racconto fotografico. Le immagini hanno una tale evidenza grafica da dare sensazioni tattili. Più che riprese da un fotografo sembrano incise da un lapicida le tavole con i caratteri xilografici bodoniani, con il compositoio, i fregi in piombo, i loghi tipografici, le matrici degli accenti, le chiavi, i punzoni. E poi c’è lei, sovrana, la monotype: un drago sonnolento, come lo definisce Stefano Salis, in uno dei due fascinosi racconti critici che completano il libro (l'altro è firmato da Matteo Codignola); uno strumento musicale, un organo o un clavicembalo; e sulla tastiera le dita sapienti di Rodolfo Campi, ieratico e assorto, in posa di organista, su quelle note che attorno gli sollevano aeree pareti di cattedrali. Una fotografia è dedicata alla preparazione degli inchiostri, liquidi e pastosi, dentro ciotole, tra guanti e stracci sul tavolo. Sembra, questo, l’angolo dello studio di un pittore. E con la pittura hanno qualche parentela le pagine che il tipografo “disegna” con gli inchiostri e “colora” con le varie gradazioni dell’impasto.

«Guardate le foto di Ferdinando Scianna. Le monotype e i cassetti di caratteri della tipografia Campi», conclude Codignola, «sembrano le dighe di Fort Peck o gli altiforni Ottobre Rosso visti da Margaret Bourke-White – una fantasia retrofuturista sotto le mentite spoglie di un reportage».

Ferdinando Scianna, Un fotografo in tipografia, testi di Matteo Codignola e Stefano Salis, Edizioni Henry Beyle, pagg. 140, € 55

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