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La scommessa di Ramaphosa

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il sudafrica oggi

La scommessa di Ramaphosa

(Afp)
(Afp)

Lo scopo della cena di gala in quell’inizio di giugno del 1999, alle soglie dell’inverno australe di Johannesburg, era una celebrazione: il saluto a Nelson Mandela, a Madiba, al padre della patria, all’uomo che aveva trasformato in miracolo una potenziale guerra civile fra bianchi e neri. Ma era anche un passaggio di consegne: Thabo Mbeki era stato appena eletto ed entro qualche giorno sarebbe subentrato a Mandela, alla presidenza della repubblica sudafricana. Il leader uscente la cui figura era già “larger-than-life”, come dicono gli anglosassoni, aveva rifiutato il secondo mandato.

Osannato dai vertici dell’Anc, dai grandi imprenditori del Paese, dal corpo diplomatico internazionale e da alcuni giornalisti invitati, Mandela arrivò in ritardo. Mbeki non nascose il suo fastidio: per il ritardo ma forse anche per l’accoglienza che lui, poco prima, non aveva ricevuto. E continuò ad esserlo, alzando spazientito lo sguardo al cielo quando il leader uscente interruppe il suo discorso per accennare passi di danza africana, accompagnato dal canto del pubblico: «Sho-sho-lo-oza…».

Thabo Mbeki che aveva sempre vissuto in un esilio abbastanza dorato, senza partecipare in prima linea alla lotta contro l’apartheid, avrebbe governato per quasi dieci anni. La sua presidenza tentò di essere l’opposto di quella di Mandela. A cominciare dall’abbigliamento: mai indossato una camicia etnica, solo giacca e cravatta, colletto bianco anche quando la camicia era azzurra; scarpe inglesi, pipa e tabacco Dunhill. Nelle interviste mostrava un freddo distacco ma grande competenza sui temi economici.

Se oggi il Sudafrica non ha risolto i suoi problemi socio-economici ma è stato capace di affrontarne molti, alcuni risolvendoli, il merito è più di Mbeki e del ministro delle Finanze Trevor Manuel che di Mandela. Nonostante abbia fatto di tutto per distinguersi, non sarebbe mai stato amato. Una sola volta tentò invece d’imitare il predecessore e fu una catastrofe. Nel 2007 la nazionale di rugby, gli Springboks, vinse a Parigi il suo secondo mondiale. Mbeki indossò la jersey verde e gialla e scese in campo a premiare la squadra, come nel 1996 allo stadio di Ellis Park aveva fatto Mandela. Ma non era il suo mestiere: era totalmente incapace di mostrare empatia. A volte con successo, altre cercando inconsapevolmente di competere, Thabo Mbeki cercò di fare quello che ogni presidente del Sudafrica dovrebbe fare: essere diverso da Nelson Mandela. Troppo straordinario è stato Madiba: in un certo senso il Sudafrica sta pagando la fortuna di averlo avuto in un passaggio fondamentale della sua storia, con l’impossibilità di un clone.

Jacob Zuma è stato ancora più diverso di quanto avesse tentato di essere Mbeki. Ma in questo caso siamo di fronte a poli opposti, come il giorno e la notte, il bene e il male, la santità al servizio di un popolo contro la perdizione alla ricerca della personale ricchezza. Mandela aveva spinto il Sudafrica dall’oscurantismo della segregazione razziale alla modernità democratica e multietnica che negli anni Novanta ci eravamo illusi sarebbe stato il “new normal” del XXI secolo, in tutto il mondo; Zuma è stato l’imitazione riuscita del più vecchio stereotipo del piccolo satrapo africano: solo un sistema giudiziario indipendente e una stampa libera gli hanno impedito di avere successo.

Quale presidente sarà Cyril Ramaphosa, che ha sconfitto i tentativi di Zuma di sopravvivere a se stesso, ha conquistato la guida dell’Anc, ne sarà il candidato alle presidenziali del 2019 e – salvo sorprese improbabili – diventerà il quarto capo dello Stato multietnico sudafricano? Rispetto ai due predecessori, è l’unico ad avere avuto un rapporto personale e intenso con Mandela: era «il giovane Cyril», non Mbeki, che avrebbe voluto come successore, trovandosi quasi tutto il partito contro.

Minatore e sindacalista a Soweto, poi Ceo di grandi compagne con villa a Sandton, sobborgo ricco di “Joburg”. Il profilo di Ramaphosa è sulla carta ciò di cui il Sudafrica ha bisogno: un capitalista socialista. Cioè un uomo che conosce il mercato perché lo ha praticato: persa la successione a Mandela fu mandato a guidare quella minoranza nera (i “Black Diamonds”) che ha raggiunto il potere economico per aprire la strada agli altri. Ma anche un socialista, come lui si dichiara, che dovrebbe sapere quanto il Paese abbia disperatamente bisogno di equità sociale. Se alla fine sarà il più simile o il più distante dal suo mentore, in fondo conta poco: anche lui dovrà seguire l’ineluttabile cammino del Sudafrica, sempre più lontano dall’impareggiabile figura di Mandela.

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