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Fate largo all’orologio di sua Maestà!

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Fate largo all’orologio di sua Maestà!

Orologi  in movimento. Achilles Langhenbucher, (attribuito a), «Automa il carro di Diana», 1610, argento, bronzo dorato, legno, ottone dorato, Milano, Museo Poldi Pezzoli
Orologi in movimento. Achilles Langhenbucher, (attribuito a), «Automa il carro di Diana», 1610, argento, bronzo dorato, legno, ottone dorato, Milano, Museo Poldi Pezzoli

Nel famosissimo quadro Gli Ambasciatori, dipinto nel 1533 (Londra, National Gallery) per celebrare la visita di George de la Selve, ambasciatore di Francesco I presso la Santa Sede, a Jean Dinteville, ambasciatore francese a Londra presso Enrico VIII, Hans Holbein raffigura, alle spalle dei due diplomatici, una serie di strumenti scientifici: un globo celeste, un mappamondo, due astrolabi, e due orologi solari, uno cilindrico da altezza e uno poliedrico.

Simboli e compendi delle conoscenze umane sul cielo e sulla terra fino a quel momento, di questi strumenti gli orologi costituiscono il vertice.

Fino alla rivoluzione industriale, infatti, l’orologeria sarà la punta di diamante della tecnologia occidentale. I loro costruttori furono spesso anche geniali matematici e, quando furono al servizio dei regnanti, inventarono macchine meravigliose, complicate e costosissime, straordinarie anche per la raffinatezza delle casse, che ancora oggi sprigionano un fascino dovuto alla fusione tra tecnologia e arte.

Francesco I, il sovrano che portò Leonardo in Francia, fu anche promotore delle scienze, fondò il Collège Royal e vi chiamò a insegnare il grande matematico Oronce Fine (1486-1555), che nel 1524 aveva realizzato per lui un orologio solare oggi conservato al Museo Poldi Pezzoli, giunto in donazione dalla figlia di Piero Portaluppi. A forma di vascello veneziano - e pertanto chiamato Navicula de Venetiis - è l’unico al mondo realizzato in avorio. Quando la navicella era orientata correttamente verso il sole, un filo di piombo con una perlina che scendeva dall’albero proiettava la sua ombra sul quadrante. Sul cursore argentato che scorre sullo stesso albero sono incisi gli emblemi reali: una salamandra e i gigli di Francia.

Negli stessi anni un altro orologiaio, Julien Coudray di Blois realizzava per il sovrano francese un vero prodigio: un orologio meccanico azionato dalla forza propulsiva di una molla con un meccanismo così piccolo da poter essere nascosto nel pomo di una spada. È forse questo il primo orologio portatile documentato: da quel momento possedere un segnatempo privato diventa l’ambizione di reali e aristocratici. Vero e proprio status symbol, l’orologio meccanico compare spesso tra il XVI e il XVII accanto ai ritratti di nobili e regnanti.

Tra i sovrani, forse il più appassionato di orologi e insieme di meccanica fu l’imperatore Rodolfo II (1552-1612). Nella sua Wunderkammer del castello di Praga, un museo universale di naturalia (eccezionali reperti naturali) e artificialia (manufatti spettacolari), il gradino più alto era destinato alla collezione di orologi e automi. Ne possedeva ben 120. Il suo interesse per le scienze era altissimo: chiamò a corte l’astronomo danese Tycho Brahe e il tedesco Giovanni Keplero. Entrambi approfittarono degli ottimi costruttori di strumenti di misurazione scientifica presenti a Praga e progredirono così negli studi sull’universo.

Ciò che rimane della sua Wunderkammer, saccheggiata dagli Svedesi nel 1648, è conservato al Kunsthistorisches Museum di Vienna, dove fanno mostra di sé spettacolari automi, come i Tischesautomatate, centrotavola animati in grado di avanzare, suonare, segnare l’ora, nati per stupire gli ospiti e celebrare l’importanza dei committenti. Un bellissimo esempio è visibile anche a Milano nella collezione Poldi Pezzoli. Nel Carro di Diana, risalente al 1610 circa, due pantere fanno avanzare il carro della dea della caccia cesellata in argento dorato e seduta su un orologio: non sappiamo per quale principe fosse destinata ma il suo artefice è probabilmente Achilles Langenbucher, che realizzava per gli Asburgo anche un Carro con Minerva (oggi al Kunsthistorisches di Vienna).

Verso la metà del Seicento gli orologi da persona erano ormai diffusi presso tutto il ceto aristocratico: i più apprezzati e richiesti erano quelli francesi, le cui casse erano decorate a smalto su fuoco con scene figurate, spesso tratte da incisioni o da dipinti, scelte dai committenti e affidate dagli orologiai a diversi abili smaltatori e miniatori. Il centro principale di produzione era concentrato a Parigi, dove ci si contendeva il titolo di Horloger du Roi o de la Reine. Un meraviglioso orologio di Jacques Goullons, per esempio, è oggi conservato al Metropolitan di New York: realizzato per Luigi XIV, ritrae il re adolescente a cavallo con lo stemma dei gigli di Francia.

Forse l’orologio con la cassa più bella mai prodotta in quel periodo è conservato dal 2017 al Museo Poldi Pezzoli, giunto da un anonimo donatore che ha affidato al museo tutta la collezione messa insieme nella prima metà del Novecento dal genovese Luigi Delle Piane.

La cassa, ancora perfetta nei colori brillanti, eccezionalmente firmata «Vauquer Fecit», riproduce all’esterno dei particolari della Battaglia di Costantino sul Ponte Milvio, mentre all’interno riprende delle incisioni di battaglie di Antonio Tempesta. L’orologio risale al 1650-1660 circa. La perfezione del disegno, che riesce a ridurre il grande affresco di Giulio Romano dipinto per le Stanze Vaticane in pochi centimetri quadrati, si deve all’incisore Jacques Vacquer. Jacques collaborava con fratello Robert, di Blois, il più abile smaltatore dell’epoca secondo le fonti. Per chi è stato fatto questo oggetto meraviglioso? Nel 1656 Jacques Goullons si fregia del titolo di orologiaio di Monsieur. Monsieur era Gaston d’Orléans (1608-1660), fratello di Luigi XIII, che regnava su Lorena, Orléans e Blois e fu il luogotenente delle truppe francesi che guidò la battaglia contro gli Ugonotti a La Rochelle. È molto probabile che sia proprio Gaston, che era stato in Italia e ne era tornato con una ricca collezione d’arte, a richiedere un soggetto che ricordasse il suo ruolo di novello Costantino, re vittorioso al servizio della fede cristiana.

Quasi negli stessi anni, nel 1655, Fabio Chigi saliva al soglio pontificio come Alessandro VII. Il papa che avrebbe trasformato Roma insieme a Bernini – sotto il suo pontificato viene eretto tra l’altro il colonnato di san Pietro - fu promotore anche di un’invenzione tutta italiana: l’orologio notturno. Afflitto da insonnia, Fabio Chigi chiese un orologio che fosse visibile la notte dal letto senza accendere candele, e silenzioso, non sopportando il tic tac prodotto dallo scappamento.

La soluzione fu trovata da due fratelli orologiai di origine umbra, Pietro Tommaso e Giuseppe Campani, che nel 1656 presentarono al papa la loro invenzione, dotata di un nuovo tipo di scappamento, totalmente silenzioso. Il meccanismo era nascosto all’interno di una grande cassa dotata di camino, dove poteva alloggiare un lume ad olio. Gli indici delle ore erano traforati su un cerchio rotante e comparivano uno per volta attraverso una finestrella posta sul fronte. La cassa aveva la forma di un altare e lo stesso quadrante, privo di lancette, diventava l’equivalente della pala d’altare, e venne infatti affidata ai più abili pittori dell’epoca. Alessandro VII farà di questi orologi, talvolta inseriti in monumentali stipi, dei doni diplomatici da inviare ai regnanti di tutta Europa, da Luigi XIV a Leopoldo I Asburgo.

Questi veri e propri altari domestici dotati di orologio ebbero grande successo per oltre cinquant’anni, fino a quando non vennero soppiantati dalle più precise pendole. Si sono conservati orologi con i quadranti firmati, tra gli altri, da Filippo Trevisani e da Carlo Maratta. Il Museo Poldi Pezzoli ne possiede uno di Wendelinus Hessler, maestro orologiaio autore di due orologi papali, e uno dipinto dal Baciccio, con La Verità svelata dal Tempo. Su questi magnifici orologi notturni, realizzati da ebanisti romani e incrostati di lapislazzuli e pietre dure, sono infatti frequentemente illustrate le svariate Allegorie sul tempo che fiorirono all’epoca. Forse nessun secolo più del Seicento fu ossessionato dal tempo e dall’orologio: del resto Cartesio paragona l’universo ad un grande orologio, creato e governato, tramite la natura e le sue leggi, dal grande Orologiaio divino.

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