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Scienze umane in fuorigioco

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italia e cultura

Scienze umane in fuorigioco

Handicap umanistico.Pesanti protesi tecnologiche per una copia della Venere di Milo, collocata nella stazione Louvre-Rivoli della metro di Parigi. L’accorpamento di istituti che non hanno nulla in comune per quanto riguarda storia, metodologia, ricerche e pubblicazioni, rischia di nuocere al prestigio culturale  italiano
Handicap umanistico.Pesanti protesi tecnologiche per una copia della Venere di Milo, collocata nella stazione Louvre-Rivoli della metro di Parigi. L’accorpamento di istituti che non hanno nulla in comune per quanto riguarda storia, metodologia, ricerche e pubblicazioni, rischia di nuocere al prestigio culturale italiano

È noto come nell’ambito delle cosiddette “scienze dure” sia sempre stata diffusa qualche perplessità, a volte opposizione, relativa alla presenza nel CNR delle scienze storiche, filologiche, filosofiche, linguistiche, archeologiche, giuridiche sociologiche e psicologiche, ed è confermato dalla storia del CNR dopo la riforma del 1963: se quella riforma ebbe il merito – e il coraggio – di inserire nel CNR le scienze umane, secondo il prevalente schema europeo, nella successione delle varie riforme la loro presenza è stata infatti progressivamente marginalizzata. Basti pensare che nel 1963 la legge istitutiva del nuovo CNR prevedeva tre comitati di consulenza per le scienze umane, più un quarto interdisciplinare per i beni culturali. Dunque una presenza forte (complessivamente i Comitati di consulenza erano dieci), che diede subito ottimi risultati con l’avvio di strutture e di ricerche che hanno fortemente inciso sulla cultura italiana, universitaria e del CNR. Successivamente una riforma del 1999 soppresse i Comitati di consulenza – espressione della comunità dei ricercatori – poi sostituiti (2003) con i Dipartimenti, strutture equivoche fra ricerca e amministrazione, con forte diminuzione della presenza delle scienze storiche, filologiche, ecc.: su undici Dipartimenti, due soli per queste discipline (Identità culturale; Patrimonio culturale). Poi un’altra mini riforma ridusse (2012) i due dipartimenti a uno solo (Dipartimento di scienze umane e sociali, patrimonio culturale) che comprende dalla psicologia all’archeologia, dalla linguistica alla sociologia, dalla filologia all’informatica. Nessuno avrebbe mai proposto di riunire, per esempio, scienze mediche e scienze della terra! L’accorpamento in un unico dipartimento di tutte le scienze umane ha portato al bando di concorsi dissennati, ove sono stati messi a confronto contributi scientifici fra loro non paragonabili, dall’edizione critica di un testo greco a una ricerca di scienze cognitive, dallo scavo archeologico al diritto europeo. Senza dire dell’altrettanto dissennata adozione di criteri imposti dall’ANVUR (ove i nomoteti non sanno neppure cosa sia un’edizione critica), in base ai quali la ricerca scientifica (abbassata a livello aziendalistico di “prodotto”) perde valore rispetto ad altre attività che distraggono il ricercatore dai compiti suoi propri.

Da questo complesso panorama, qui solo accennato, è facile capire la considerazione nella quale sono tenuti nel CNR gli istituti afferenti al Dipartimento di scienze umane e sociali, patrimonio culturale, i quali, si badi, nelle valutazioni promosse dallo stesso CNR, occupano i primi posti, anche rispetto agli istituti afferenti alle cosiddette scienze dure. Su questa situazione si dovrà riflettere, e l’attuale presidente del CNR (come il direttore del Dipartimento) non portandone alcuna diretta responsabilità, perché l’ha trovata, potrebbe promuovere un esame del ruolo della scienze umane nel CNR; d’altra parte la comunità stessa del CNR e delle Università dovrà decidere se continuare a subire una situazione sempre periferica di queste scienze (dalle quali dipende in gran parte il prestigio internazionale della nostra cultura) e se, contemporaneamente, non sia il caso di rifiutare, con disobbedienza civile, le norme dettate dall’ANVUR che non hanno alcun rispetto per la ricerca scientifica e i suoi risultati.

Preoccupa peraltro la serpeggiante prospettiva di una nuova piccola riforma interna, anche questa senza alcun progetto culturale, che punta alla distruzione degli istituti esistenti nel Dipartimento di scienze umane e sociali, per creare nuovi istituti, non più diciannove, ma al massimo sette (numero probabilmente scelto per attenti calcoli cabalistici e significati riposti): ciò significa – almeno per le discipline delle quali stiamo parlando – che non si intende accertare se esistano programmi culturali che comportino nuove forme di collaborazione fra alcuni istituti, ma che per principio i saperi rappresentati dalle scienze umane non hanno un’identità precisa, e anche le ricerche più specialistiche possono essere condotte da qualsivoglia istituto a prescindere dalle metodologie proprie di ciascuno. In questa serpeggiante riforma l’unico ideale sembra essere espresso nella formula “più grande è più bello”, non, si badi, più efficiente. Sicché si rischia di vedere soppressi istituti con molti decenni di storia, a volte più di mezzo secolo, con ambiti di ricerca ben precisi, affermati a livello internazionale come luoghi esemplari di ricerche originali, valutati di primaria importanza in tutto il mondo. Così si configura il rischio che un’impresa come quella monumentale ed esemplare dell’OVI (Istituto Opera del vocabolario italiano) – con la grande banca dati dell’italiano delle origini sino alla fine del Trecento – si trovi accorpata con un istituto di linguistica computazionale che, come si comprende facilmente, con ricerche di italianistica non ha nulla in comune, salvo l’uso del computer; o che un altro istituto, da oltre cinquant’anni impegnato in ricerche sul lessico di cultura (Lessico Intellettuale Europeo e Storia delle Idee), con oltre 125 volumi pubblicati per il solo Lessico, si trovi unito a uno di Storia del pensiero filosofico e scientifico moderno: due istituti che non hanno nulla in comune per quanto riguarda la propria storia, la propria metodologia, le proprie ricerche e pubblicazioni, il profilo dei ricercatori.

Si potrebbe continuare: ma lo scenario è già abbastanza preoccupante perché non meriti una particolare attenzione da parte del presidente del CNR e di tutta la comunità degli studiosi. Non si mettono in liquidazione strutture efficienti e storicamente affermate con una riforma priva di ogni programma culturale, ignorando, sembra, che sono proprio le discipline umanistiche ad assicurare all’Italia posizioni di primo piano nelle valutazioni internazionali della ricerca scientifica.

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