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Aldo Moro, tessitore della democrazia

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a 40 anni dal rapimento

Aldo Moro, tessitore della democrazia

Statista. Aldo Moro nel marzo 1977 a Palazzo dei Congressi, alla Conferenza nazionale della Democrazia cristiana di cui era presidente
Statista. Aldo Moro nel marzo 1977 a Palazzo dei Congressi, alla Conferenza nazionale della Democrazia cristiana di cui era presidente

Il 16 marzo di quarant’anni fa veniva rapito Aldo Moro. L’operazione, spettacolare, era opera delle Brigate Rosse che per 55 giorni avrebbero inchiodato l’opinione pubblica a seguirne gli sviluppi sino alla tragica conclusione con l’uccisione dell’ostaggio. Sembrò una vicenda che metteva a nudo la crisi finale della democrazia italiana, mentre in realtà ne avrebbe testimoniato vitalità e radicamenti che allora erano messi in dubbio non solo dai sedicenti rivoluzionari armati.

Forse, con il senno del poi, fu questa una vittoria postuma dell’analisi realistica della società italiana che Aldo Moro aveva sempre cercato di proporre. Il suo martirio lo rese un personaggio popolare ed emblematico, qualcosa che non si può dire gli fosse capitato negli anni precedenti, quando piuttosto veniva presentato come un fumoso ideologo democristiano, involuto nel suo modo di esprimersi, molto sensibile agli equilibri di corrente per tenere insieme il composito partito di cui faceva parte sin dalla sua fondazione (la leggenda che ancora circola che nella crisi del fascismo avesse pensato di iscriversi ai socialisti è priva di fondamento).

In realtà Moro era un personaggio molto complesso, che univa una solida formazione intellettuale con una lunga esperienza maturata nella gestione di grandi organizzazioni: dal suo esordio ai vertici delle associazioni degli universitari e poi dei laureati cattolici, alla trentennale militanza nella Democrazia Cristiana. Con l’intrecciarsi di quelle due dimensioni aveva potuto sia cogliere sempre le dinamiche di un’epoca ricca di evoluzioni profonde, sia prospettare che il cambiamento andava governato con la pazienza di chi sa aiutare la sua metabolizzazione da parte delle società su cui incide.

Il suo stesso esordio politico come componente della Assemblea Costituente lo aveva portato a considerare il tema della costruzione di una democrazia che aveva necessità di radicarsi nella coscienza della gente, per cui la Carta doveva avere anche una dimensione pedagogica, inclusa quella di ancorarsi saldamente all’antifascismo (una scelta di campo su cui non ammise mai compromessi). Fu “dossettiano” perché quello era l’orizzonte in cui si inserivano i giovani cattolici che pensavano ad un’Italia non solo nuova ma consapevole delle dinamiche che scuotevano la storia del mondo: anche questa una prospettiva che non abbandonò mai, nonostante la conclusione dell’esperienza di quel cenacolo politico-intellettuale.

Certo il momento più forte della sua vicenda politica venne quando gli toccò di guidare il suo partito all’appuntamento con la cosiddetta “apertura a sinistra”. Sebbene nel 1959 fosse stato indicato come segretario da una maggioranza che voleva distaccarsi dalla gestione che di quel passaggio voleva fare Fanfani, Moro fu un paziente costruttore delle condizioni perché l’inclusione dei socialisti nella coalizione di governo potesse realizzarsi. Ciò che lo distingueva da Fanfani era la sua convinzione che quell’operazione non potesse realizzarsi con il predominio di chi faceva leva sulle posizioni di governo, ma dovesse ancora una volta coinvolgere il complesso delle componenti sociali che trovavano espressione nelle varie correnti della DC. Perché il problema non era quello di una semplice aritmetica parlamentare, ma nasceva dalla esigenza di governare una modernizzazione che una quota non piccola delle classi dirigenti tradizionali si rifiutava di accettare. In quelle c’erano buona parte dei vertici della Chiesa sia italiana che vaticana. Oggi abbiamo dimenticato quanto costò a Moro tenere la schiena dritta, come si usa dire ora, davanti alle accuse di tradimento di cardinali come Siri o di ambienti come i gesuiti de «La Civiltà Cattolica».

Eppure il centrosinistra fu varato, anche se con ritardi che ne compromisero da subito la capacità di incidere e se quell’esperienza fu stroncata nella sua capacità creativa già nel 1964 da quello che Nenni definì romanticamente un «tintinnar di sciabole», ma che fu piuttosto un convergere dei poteri d’inibizione di tanti centri dirigenti degli apparati pubblici e di una parte non piccola della cosiddetta società civile.

Anche da quel congelamento degli slanci del centrosinistra Moro trasse lezioni (ne avrebbe accennato in alcune riflessioni fatte nella prigione delle Br). Non è un caso che alcuni anni dopo sia stato uno dei pochi dirigenti della Dc a guardare con attenzione e con curiosità intellettuale ai fermenti del 1968, rifiutando sia i furori di chi voleva stroncare ipotetiche rivolte sia le attitudini tartufesche di chi pensava che bastasse attendere lo sgonfiarsi della piena.

Del resto era sempre stato attento a muoversi nel solco della storia che è in divenire, piuttosto che impancarsi nell’illusione di piegarla a progettualità astratte. Converrebbe tra le tante cose ricordare anche quanto fece per risolvere la crisi della questione sudtirolese, che fra il 1960 e il 1968 insanguinò la storia italiana, confidando sulla capacità di dialogo e sul realismo che poteva e doveva esistere non solo fra i rappresentanti della comunità sudtirolese, ma anche nei vertici del mondo istituzionale italiano tradizionalmente poco sensibili ai sistemi di autonomia decentrata, e persino nei vertici austriaci prigionieri di un romanticismo neo-irredentista che avevano lasciato crescere nelle loro popolazioni.

Non può stupire allora la sua capacità di cogliere i cambiamenti di scenario che si erano verificati nel mondo fra il 1973 e 1975: la crisi petrolifera, la fine delle dittature portoghese e spagnola, il cambiamento della mentalità sociale che era testimoniato dal risultato del referendum sul divorzio. Quando il 20 luglio 1975 pronunciò davanti al Consiglio Nazionale della Dc la famosa frase in cui prospettava «una terza e difficile fase della nostra esperienza» aveva presente qualcosa di più che l’esigenza di mettere ancora una volta in campo quelli che si definirono «equilibri più avanzati», cioè una diversa presa in considerazione della posizione del Pci (il quale peraltro di suo stava capendo che non solo si era sulla soglia di un’altra storia, ma che il suo mondo tradizionale di riferimento si stava sfaldando).

La terza fase divenne uno dei mantra di moda nei dibattiti politici sia per chi la considerava un’analisi seria, sia per chi vi vedeva un’altra fortunata invenzione lessicale come le famose “convergenze parallele” (locuzione che peraltro Moro non aveva mai pronunciato). Invece era la presentazione di una meditata prospettiva per affrontare una fase di passaggio in cui non si disperdesse quella che Moro considerava una risorsa fondamentale della democrazia italiana, cioè la sua articolazione in maturi partiti di massa capaci di modulare, formare ed indirizzare l’opinione pubblica a fronteggiare i tempi storici. In essa dovevano convivere sia momenti di unità nazionale per evitare ai partiti le sirene del populismo dei rancori (allora non si usavano questi termini, ma la sostanza era quella), sia momenti di competizione e di alternanza al potere dei partiti, così che questi fossero costretti a favorire ricambi di classe dirigente e reclutamento competitivo di nuove forze provenienti dalle dinamiche della società civile.

Era un disegno lungimirante e molto ambizioso che non trovava un sostegno sufficiente a tutelare il suo ideatore dal divenire l’obiettivo di coloro che ne temevano la possibile realizzazione. In quel frangente Moro non aveva più puntato sui piccoli e cauti passi di avvicinamento alla meta come aveva fatto ai tempi dell’apertura a sinistra. Probabilmente intuì che non c’erano lo spazio e il tempo per tattiche di quel tipo.

Così pagò con la vita. In fondo stabilire chi e con che trame e modalità abbia eseguito la sentenza è una avvincente ricerca poliziesca, ma per capire le dinamiche profonde della storia ha una importanza relativa.

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