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Vite a bassa risoluzione: ecco come la tecnologia cambia la nostra psiche

IL FUTURO CHE CI ASPETTA

Vite a bassa risoluzione: ecco come la tecnologia cambia la nostra psiche

Quanti di voi non hanno nell’armadio una potente, super accessoriata e altrettanto super professionale macchina fotografica che sta lì a prendere polvere, mentre, ammettetelo, le vacanze degli ultimi anni sono tutte lì dentro il vostro smarphone? Oppure, leggete la descrizione di questa scena e provate ad immaginare quanto vi è o no familiare: «Entro in camera di mia figlia. Sulla sua scrivania l'attrezzatura tecnologica per ascoltare la musica è molto semplice. Un vecchio Mac mini di dieci anni fa, una connessione a internet, Youtube e un paio di casse in plastica da otto euro. Alla domanda: «Francesca, ma come suona la musica qui nella tua stanza?» la risposta è: «Benissimo»....Nella sala di casa Mantellini ci sono due grandi bel lissime casse acustiche da pavimento in palissandro: stanno lí a prendere polvere. Sono collegate a un impianto stereo con qualche pretesa che forse verrà acceso due volte all'anno. Nella camera di mia figlia, ogni giorno, la musica suona, benissimo, da Youtube fino a due casse in plastica (che io chiamo bassoparlanti) fabbricate in Cina».

Scrive così Massimo Mantellini nel suo ultimo libro, da poco uscito per Einaudi, dal titolo Bassa risoluzione (pp. 144, euro 12) , ovvero la nostra vita a bassa risoluzione. Mantellini , che si occupa da una ventina d’anni di cultura digitale su carta e in rete (aggiorna uno dei più antichi blog italiani, Manteblog, ha scritto per L'Espresso, Il Sole 24 ore, Il Post) in particolare dei temi legati alla politica delle reti, della privacy e dei diritti digitali (ha pubblicato per Minimum Fax “La vista da qui - Appunti per un'Internet italiana”) ci racconta come «per molto tempo abbiamo immaginato la tecnologia in una relazione lineare con la qualità della nostra vita. All'aumentare dell'una cresceva l'altra. È evidente che non è cosí...».

È indubbio che l’uso della tecnologia o meglio la sua presenza costante, continua, strutturale nella nostra vita ha introdotto, provocato, o semplicemente fatto affiorare delle trasformazioni che hanno mutato la nostra percezione. Il nostro modo di riflettere sulla realtà e su noi stessi. Il nostro stesso modo di conoscere. Una trasformazione che è di relazione e nelle relazioni , qualche volta consapevole, spesso inconscia. Bassa risoluzione è certamente la cronaca di questa trasformazione ma anche la definizione di un tratto organico all’individuo, un modo di essere che ora, come accade con il luminol sulla scena di un delitto, la tecnologia svela, rivela.

«L’idea di fondo - spiega Mantellini - è dinanzi a una tecnologia sempre più potente scegliamo di utilizzarne solo una parte. L’esempio più immediato è quello dell’utilizzo degli smarphone per sostituire la macchina fotografica. Chiaramente ne paghiamo un prezzo, di cui siamo consapevoli, però. Riduciamo le attese e al contempo spostiamo il valore da un’altra parte. Il limite di chi guarda criticamente alla diffusione delle tecnologie è porre l’accento solo sulla “riduzione” senza invece scorgere dentro questi fenomeni le nuove intelligenze che ci sono».

Nel testo viene usato il termine generazione, rimandando subito all’idea che questo tratto appartenga ai più giovani, impostazione però fuorviante. «In realtà - dice Mantellini - forse ho sbagliato a usare il termine generazione, perché non c’è una connessione anagrafica». Siamo tutti coinvolti under e over: la tendenza ad optare per la riduzione della complessità è intergenerazionale.

Un altro buon esempio è il dibattito attorno alle fakenews: male assoluto dell’era digitale, dimenticando come una delle fakenews meglio riuscite fu quella sul possesso di armi di distruzione di massa da parte di Bush junior. «Anche la cultura forse si sta trasformando in un soggetto «a bassa risoluzione»: diviene sotterranea, parziale e difficile da interpretare. Il soggetto emettitore non è piú singolo e ben identificabile e si polverizza in mille impulsi elettronici differenti», scrive Mantellini.

Specchio perfetto del nostro mondo a “bassa risoluzione” è quanto accaduto al mondo dell’informazione (La bassa risoluzione nelle notizie ha interrotto la gabbia informativa dei giornali e delle loro linee editoriali), che - con una battuta - si potrebbe definire la vittoriosa scalata del “boxino morboso” : «Se il boxino morboso è bassa risoluzione culturale lo è per tutti: sia per chi simili contenuti propone sia per chi, a maggior ragione, quegli orrori apprezza».

Ma vediamo cosa è successo: «Quando il modello economico dell'industria editoriale dell'informazione è andato in crisi, e dalla cattiva fede delle copie stampate si è passati alla dittatura dell'audience web, sono cominciati i dolori...». E a questo punta che la proiezione alla bassa risoluzione vira verso la costruzione della supremazia del “boxino morboso”. «La convergenza dei cittadini verso i media digitali ha creato due fenomeni distinti che rischieremo di confondere con grande facilità. Il primo – quello di gran lunga piú rilevante – è il disvelamento di un nuovo analfabetismo diffuso. Il secondo è quello di una riduzione complessiva delle aspettative informative. Per la prima volta un numero considerevole di persone che non sa leggere ha iniziato a scrivere».

Qui, oltre a mettere nudo la fragilità dell’attuale sistema dei media, Mantellini ancora una volta spiega come ciò che la tecnologia enfatizza prescinda dalla tecnologia stessa: la bassa risoluzione va in parallelo con i dati sull’analfabetismo funzionale. Il passo dall’informazione alla politica è breve: «Nemmeno la politica, nel suo incessante desiderio di richiamare attenzione verso di sé, è sfuggita al meccanismo del downgrading informativo».

La diffusione degli strumenti da pari a pari è la riduzione del ragionamento a slogan, la semplificazione estrema della dialettica che diventa culla della politica a bassa risoluzione. La tecnologia assume un valore taumaturgico: il medesimo spostamento che accade con la politica. Alla base, anzi ragioni quasi centrale della bassa risoluzione è l’altrove cognitivo. La tecnologia scinde la nostra presenza fisica da quella emotiva, dalla nostra concentrazione. Siamo in un luogo e al tempo la connessione perenne può proiettarci a chilometri di distanza. È questo un dato, una realtà nè buona nè cattiva. Mantellini è cronista, non proietta ipotesi. Quindi il prossimo step che ci è dato di intravedere è questo: «Sarà inevitabile - dice - coniugare la bassa risoluzione alle grandi possibilità di approfondimento che gli ambienti digitali permettono».

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