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Rossana Rossanda, la politica e il corpo

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IL SAGGIO

Rossana Rossanda, la politica e il corpo

Rossana Rossanda, classe 1924
Rossana Rossanda, classe 1924

Non è mai semplice decidere le copertine di un libro, ma quella di Questo corpo che mi abita appare particolarmente indovinata: ritrae due mani intrecciate, eleganti, adagiate su un contrastante sfondo color mattone che ne esalta la delicatezza.

Lo studio del pittore rinascimentale Andrea del Sarto sembra evocare le mani dell’autrice, Rossana Rossanda, che in un capitolo centrale della raccolta, quello che dà il nome al volume, si sofferma sul decadimento del suo corpo e di come vi è venuta a patti in una fase della vita in cui ha scoperto anche l’importanza del sé. Ricorda le sue mani, «loro sì che erano “la forma”. Erano bellissime»; poi, invecchiando, hanno denunciato l’inesorabilità del tempo: «A ogni articolazione c’è una collinetta, un cornetto sconnesso, irregolare, come se sotto le sue ossa premessero per uscire». Sul tema del diktat del corpo, della bellezza e dell’incombere della vecchiaia ci sono pagine di spietata sincerità, sia su se stessa sia sulla “condanna” cui è sottoposta la donna che è anzitutto «vista: è lo sguardo dell’uomo sul suo corpo, per cui prima di tutto è bella o brutta, bionda o bruna, gambe e seni e fianchi. Lei non può non vedersi vista. (...) Siamo così avvezze a curare la nostra apparenza, che appare eccentrico il non farlo».

Il libro - a cura di Lea Melandri, che aveva ospitato i singoli contributi sulla rivista «Lapis» - riprende alcuni momenti della riflessione di Rossanda, dedita per molti anni esclusivamente al partito e alla sua causa, e per questo a volte criticata o poco compresa dalle militanti femministe: ai loro occhi, come ricorda la stessa autrice, non si era resa autonoma ma aveva finito per «martirizzarsi» nell’antica dipendenza dall’universo dell’uomo. Nel saggio «Autodifesa di un io politico» l’intellettuale comunista rifiuta questa lettura e spiega chiaramente l’urgenza della sua scelta: «Ho visto attorno a me, vicino o lontano, gente che non riusciva a essere perché costretta da inutili illibertà. Inutili nel senso che derivavano da prepotenze, arroganze o azioni di potere che si possono condannare e scartare da sé. (...) Non tollero che non abbiamo gli stessi diritti di gestire la nostra sorte e la nostra intrinseca, non coatta, liberatoria diversità perché bloccati dalle necessità imposte dal potere, dal denaro, da tutto ciò che fa di alcuni oggetto di scelte altrui. Questo per me è “politica”, sono “gli altri” - non è una privazione, è come respirare». Vuol dire lotta contro la disuguaglianza, rifiuto di rassegnarsi di fronte a un destino predeterminato, distanza rispetto al ripiegamento delle donne su stesse.

Un tema, quest’ultimo, su cui torna più avanti, nel contributo «Il profondo e la storia», scritto nei drammatici giorni della fine dell’89, dove invita le altre a realizzare che non sono fuori dalla storia come credono («nessuno lo è») ma, se mai, «molti e quasi tutte le donne sono state messi fuori dai luoghi di decisione della storia». Rossanda, la ragazza del secolo scorso che fa politica non solo femminile, ma interviene anche «nell’altra politica» rivendicando questo impegno con orgoglio (e senza considerare gli uomini dei nemici), è considerata un «caso». Una che non «sarà mai liberata dalle furie che ha alle calcagna finché vorrà capire. Sii soltanto donna, estranea, parziale». Impossibile, sottolinea lei: «Io non sono due, sono una sola».

Rossana Rossanda, «Questo corpo che mi abita»,
a cura di Lea Melandri,
Bollati Boringhieri, Torino,
pagg. 120, € 12

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