Domenica

Ridare luce al Taj Mahal

lettera dall’Uttar Pradesh

Ridare luce al Taj Mahal

(AgfCreative)
(AgfCreative)

Sarà la terra da follone, solo una miscela d’argilla e niente altro, a restituire nel tempo a venire quel bianco perlato che da 370 anni rende speciale il Taj Mahal. Milioni di turisti continueranno a visitarlo, a stupirsi e a piangere. E se capiterà loro di leggere le poesie di Rabindranath Tagore, potranno confermare ciò che scrisse del mausoleo: «S’innalza sopra la riva del fiume come una lacrima solitaria sospesa sulla guancia del tempo».

Anche con le impalcature che già ne assediano le parti più basse, la gente non smette di venire ad Agra, nell’Uttar Pradesh, per visitare «il monumento all’amore eterno». Da Delhi sono solo tre ore di autostrada costruita apposta nel 2012. I più indifferenti arrivano col sospetto di trovarsi davanti a un’opera kitsch ante litteram, e se ne vanno commossi dalla sua straordinaria bellezza. Gli operai hanno incominciato a dicembre a mettere mano al corpo centrale del mausoleo e presto incominceranno a spalmare l’argilla sulla cupola. «Niente prodotti chimici, solo fango», garantisce Bhuvan Vikrama dell’Archeological Survey of India. L’Asi sovrintende ai 119 monumenti più importanti del Paese. Il Taj Mahal, il simbolo più sublime dell’architettura Mogul, oltre che dell’amore - è il più importante se i primi ministri ne regalano una miniatura a tutti i leader in visita ufficiale in India.

I lavori erano iniziati nel 2015 ma fino ad ora erano stati dedicati ai quattro minareti che fanno da cornice all’edificio centrale. Per quanto necessarie, le impalcature – scrupolosamente un minareto alla volta - avevano disturbato la perfezione simmetrica di porte, prati, alberi, vasche, scale, minareti e mausoleo. Sarà un caso ma nel 2014 i visitatori erano stati 6,4 milioni (500mila dei quali stranieri); e nell’anno successivo, quello dell’inizio dei lavori, ne erano venuti un milione e mezzo di meno. L’ultima ristrutturazione risale alla fine del XIX secolo quando Lord Curzon, il viceré del Raj britannico, riuscì a fermare la decadenza del Taj Mahal. Questa volta non sono minacciate le strutture del monumento ma la perfezione del marmo. Il tempo, l’inquinamento, gli uccelli e i miliardi d’insetti che al tramonto salgono dallo Yamuna, uno dei fiumi più sporchi del mondo, ne avevano ingiallito il colore naturale.

Nel dicembre di quest’anno, promettono con qualche titubanza le autorità, il Taj Mahal tornerà a essere quel tempio dell’amore che nel 1632 l’imperatore Shaha Jahan aveva incominciato a costruire per Mamtaz Mahal, la seconda delle sue quattro mogli, la favorita. Mamtaz era morta l’anno prima, dando alla luce l’ultima di 14 figli. Con il lavoro di 20mila operai e mille elefanti, il mausoleo fu terminato quasi vent’anni più tardi.

Shaha Jahan, cioè re del mondo, il quinto imperatore Mogul, Shahanshah Al-Sultanal-’Azam wal Khaqan al-Mukaram, Malik-ul-Sultanat, Ala Hazrat Abu’l-Muzaffar Shahab ud-din Muhammad Shah Jahan I, Sahib-i-Qiran-i-Sani, Padshah Ghazi Zillu’llah, Firdaus-Ashiyani, Shahanshah-E-Sultanat Ul Hiniya Wal Mughaliya, era l’uomo più potente del suo tempo. Aveva un esercito di 911.400 tra fanti, moschettieri, artiglieri e 185mila cavalieri. L’India aveva il Pil più grande del mondo ma fu il Taj Mahal a garantirgli l’eternità. Nel 1558 Aurangzeb, il quarto dei figli avuti da Mamtaz, lo rinchiuse nel forte di Agra. Dagli spalti, Shah Jahan poté vedere fino alla sua morte nel 1666, il mausoleo dedicato alla moglie. Poi Aurangzeb finalmente lo depose accanto a lei.

Ma il tempo e il degrado non sono gli unici pericoli dai quali si deve guardare il Taj Mahal. L’anno scorso a marzo, il Bjp, il partito nazionalista del primo ministro Narendra Modi, aveva stravinto le elezioni dell’Uttar Pradesh, 204 milioni di abitanti. Come chief minister, il premier dello stato, il Bjp aveva scelto il monaco Yogi Adityanath, capo di un’organizzazione estremista religiosa. Alcuni mesi più tardi nel nuovo depliant dell’ufficio statale del turismo non c’era più il Taj Mahal, il monumento più famoso dell’Uttar Pradesh, dell’India e tra i primi nel mondo. Il governo locale aveva anche tagliato i fondi per la sua manutenzione. Alle proteste Vinay Katyar, un deputato del Bjp aveva risposto che era ovvio, perché il Taj Mahal, un mausoleo musulmano, sorgeva su un antico tempio dedicato a Shiva, il Tejo Mahal. Era «un’offesa nazionale».

È ormai da mezzo secolo che il “monumento all’amore eterno” è perseguitato da P.N. Oak, sedicente storico, e dal suo libro Taj Mahal: the True Story. Il volume sostiene che un re rajiput hindu avesse regalato il terreno sulle rive dello Yamuna a Saha Jahan per suggellare un’alleanza. L’imperatore avrebbe abbattuto il tempio e costruito il Taj Mahal. Testimoni affermano di aver visto statue di divinità hindu nei seminterrati del mausoleo. La Corte suprema dell’Uttar Pradesh aveva respinto le petizioni di decine di zeloti perché il mausoleo fosse dichiarato tempio hindu. Ma, di nuovo, insistenti come gli insetti dello Yamuna, nel 2015 sei avvocati avevano presentato un’istanza alla Corte di Agra per chiedere di cercare le “prove” date dal libro di P.N. Oak.

Per correggere l’ “errore” del suo ufficio del turismo e garantire che il Taj Mahal non si tocca, a ottobre il chief minister-monaco Adityanath era venuto in visita al mausoleo con una scorta di 14mila poliziotti. «È irrilevante sapere chi e come lo abbia costruito», ha dichiarato a un plotone di giornalisti indiani. «Il Taj Mahal è stato fatto col sangue e il sudore dei figli della nazione». Fine della storia. Il mausoleo è salvo. Almeno fino al prossimo monaco estremista, a una guerra o un disastro climatico.

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