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Crimine perfetto in Libia

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LETTERA DA GINEVRA

Crimine perfetto in Libia

Testimone. Un fotogramma di Libye - Anatomie d’un crime, della giornalista franco italiana Ccile Allegra. L’uomo di spalle  una delle prime persone che dopo anni di silenzio  riuscito a testimoniare di essere stato ripetutamente stuprato in prigione insieme a centinaia  di altri
Testimone. Un fotogramma di Libye - Anatomie d’un crime, della giornalista franco italiana Ccile Allegra. L’uomo di spalle una delle prime persone che dopo anni di silenzio riuscito a testimoniare di essere stato ripetutamente stuprato in prigione insieme a centinaia di altri

Lo stupro un crimine perfetto, rinchiude chi l’ha subito nel silenzio. Da anni filtravano voci che fosse stato e sia ancora usato sistematicamente come arma di tortura e annientamento nella Libia alla deriva, tra due governi senza potere e una miriade di milizie che controllano il territorio con la violenza. Ma non si riusciva a dimostrarlo. Nessuno testimoniava. Impossibile raccogliere le prove per arrivare un giorno a giudicare i crimini.

Per la prima volta le voci delle vittime si sono fatte sentire una settimana fa, durante la proiezione del documentario Libye - Anatomie d’un crime, della giornalista franco italiana Ccile Allegra, in anteprima mondiale al Festival du film et forum international sur les droits humains che si tiene ogni anno a Ginevra nello stesso periodo in cui alle Nazioni Unite si svolge la pi importante sessione del Consiglio per i diritti umani.

Se mi chiedessero se preferisco che mio fratello sia stuprato o ucciso sceglierei che venga ucciso afferma uno degli uomini che alla fine riuscito a parlare. Solo dire la parola stupro in Libia sporca chi l’ha pronunciata. E del resto non molto diverso in Sicilia, da dove viene mio padre spiega Allegra. Chi stato violentato, che sia uomo o donna, diventa un’onta per la sua famiglia. Per generazioni. La violenza sessuale distrugge all’interno, materialmente e metaforicamente, e contamina la vittima col carnefice, perch non riesce a prenderne le distanze. Per non diventare vittima due volte chi ha subto questi abusi infatti preferisce tacere, macerandosi nella solitudine, finendo per mettere la distanza non tra s e chi l’ha violata, che resta sempre al suo fianco cristallizzato nel ricordo immondo, ma tra s e il resto del mondo.

Arma a basso costo e dall’effetto devastante sulle persone e sulla societ, lo stupro negli ultimi trent’anni stato sempre pi usato, in maniera sistematica e pianificata, in particolare in quei conflitti dove una delle parti mira a annientare l’altra, a farla implodere, ha spiegato Cline Bardet, giurista internazionale specializzata in crimini di guerra e fondatrice dell’organizzazione non governativa We are NOT weapons of war, che si occupa appunto di stupri di massa. In Bosnia, in Rwanda, nella Repubblica Democratica del Congo, in Siria (proprio nei giorni scorsi all’Onu stato presentato un rapporto che mostra l’uso sistematico della violenza sessuale in questo Paese) donne e bambini sono stati i bersagli principali. In Libia sembrerebbe interessare soprattutto gli uomini. E i maschi pare facciano ancor pi fatica a parlarne.

Per sei mesi l’inchiesta di Allegra ha girato a vuoto. Tanti erano pronti a raccontare le violenze pi atroci, ma appena veniva pronunciata la parola stupro, e in particolare stupro di libici sui libici e non sui migranti, cosa tristemente gi nota, calava il silenzio. Finch Allegra non ha incontrato Ramadan Alamami, ex pubblico ministero libico fuggito a Tunisi quando i miliziani che aveva fatto condannare per omicidio erano stati liberati senza motivo. Alamami coordina dei volontari che sfidano l’omert e cercano prove sui crimini commessi in Libia per portare un giorno i colpevoli davanti alla giustizia e iniziare a mettere fine alla violenza. Qualcuna delle persone con cui questa rete entrava in contatto ha finalmente cominciato a parlare: una donna violentata davanti al figlio, stuprato anche lui, ex prigionieri di alcune delle innumerevoli carceri clandestine disseminate sul territorio che raccontavano dello stupro giornaliero e metodico di centinaia di detenuti, sempre con lo stesso metodo meccanico oppure costringendo migranti incarcerati a farlo sotto minaccia di morte.

Allegra ha messo in contatto Alamami con Bardet e li ha filmati mentre insieme hanno iniziato a raccogliere le testimonianze e i certificati medici per dare corpo a un dossier inviato un paio di mesi fa alla Corte penale internazionale. Perch in Libia ci sono leggi ma non c’ pi uno Stato che le faccia rispettare ha spiegato Alamami. Sulla nostra nave che recupera i migranti al largo della Libia - ha raccontato Caroline Abu Sa’da, direttrice di Sos Mditerrane Suisse nella conferenza che ha seguto la proiezione - registriamo sempre pi donne, sempre pi donne incinte e sempre pi libici, e da anni ormai tutti parlano di tortura e stupri. Eppure la politica europea di rimandare i migranti in Libia.

Affidare i richiedenti asilo a Paesi terzi, compresi Paesi come la Libia o il Sudan dove i diritti umani non sono rispettati, l’unico terreno su cui gli Stati europei paiono concordare ha affermato amaramente Alexander Betts, direttore del Centro studi sui rifugiati dell’universit di Oxford, spiegando come ci sia un’assoluta impasse in Europa nel riformare la gestione dei migranti, gestione fino a oggi disastrosa e come l’Europa debba fare molta attenzione a una politica di “esternalizzazione” dei richiedenti asilo perch si sta esponendo a facili ricatti da parte dei Paesi partner, che chiedono sempre pi soldi. Una tale gestione dei rifugiati uno spreco di umanit, ha detto Betts che li ritiene un potenziale per lo sviluppo delle nazioni ospitanti e anche di quelle d’origine. Con un po’ di lungimiranza potrebbero infatti diventare attori fondamentali nel futuro processo di ricostruzione, per esempio in Siria, e invece la maggior parte dei Paesi ospite non li fa nemmeno lavorare n si preoccupa di formarli. Betts ha dunque citato il caso di Stati come l’Uganda e recentemente anche la Giordania dove sono stati sviluppati progetti pilota per impiegare i rifugiati che hanno dato eccellenti risultati creando occupazione non solo per i migranti, ma anche per i locali. E come quelle societ che hanno messo a punto un programma per impiegare immigrati, per esempio Ikea, ne siano soddisfatte. Ha poi fatto l’esempio della Germania che ha istituito un ufficio per il riconoscimento e la trascrizione delle qualificazioni dei migranti, in modo che sia pi facile l’inserimento nel mondo del lavoro.

Gli Stati si guardano bene dal modificarlo, ma il termine stesso di rifugiato ormai totalmente inadeguato, dal punto di vista giuridico: la Convenzione sullo statuto dei rifugiati risale al 1951 e non prende in considerazione i rifugiati climatici (che saranno 143 milioni nel 2050, secondo il rapporto della Banca mondiale pubblicato luned scorso), n le persone che fuggono il terrorismo, ha spiegato Laura Thompson, direttrice generale aggiunta dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni nel dibattito dal titolo eloquente: ”Rifugiati climatici” togliamo le virgolette. Dibattito che ha seguito la proiezione del film The age of consequences di Jared P. Scott che mostra come sempre pi conflitti scoppino in seguito al cambiamento climatico, alla scarsit di risorse o alle migrazioni e le potenziali ricadute di questo sulla sicurezza nazionale.

L’interessante Unfair game, di Thomas Huchon, anche tramite interviste alla giornalista Carole Cadwalladr, ha spiegato, giorni prima dello scoppio dello scandalo di Cambridge Analytica a firma della stessa Cadwalladr, come si siano potute recapitare, negli Stati chiave per l’elezione del presidente statunitense, fake news appositamente confezionate per favorire la vittoria di Trump agli elettori pi influenzabili individuati con l’analisi massiccia di informazioni personali recuperate su internet e altrove. Per esempio grazie a quei test di personalit condivisi su facebook che, con la promessa di mostrare agli utenti a quale star del cinema o scrittore assomigliano, o qual il tratto dominante del loro carattere o altro, richiedono informazioni preziosissime a scopi di marketing che le persone forniscono inconsapevoli del fatto che saranno poi utilizzate per manipolare le loro opinioni politiche, oltre che i loro acquisti.

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